sabato 29 dicembre 2012

Path defined

buio -> falsa luce -> nubi -> fluttuare sopra le nubi -> luce -> nubi -> falsa luce -> buio.

È un'onda. C'era da aspettarselo.

Ma è davvero così, o è solo un'illusione?
È solo la superficie di qualcosa di più grande?

O queste sono false speranze?
Esiste qualcosa, sotto la superficie?



Forse esiste, ma non esiste.




La superficie è ciò che conta, ma è assoggettata alla profondità.
Sia che essa esista sia che non esista.

Un fatto c'è:
A non mordere mai, ti si sfilano le zanne.

mercoledì 26 dicembre 2012

Me

Identificarsi nell'impermanenza

domenica 23 dicembre 2012

stream

bah beh boh, chissà, magari, mah, è così è cosà, io so io, però sì, però no, però forse, non è, è, sempre sarà.
fiume lento, scorre scorre, piano, ma scorre, poi si sblocca, rilassamento, almeno ci provo, mah, boh, beh.
io so io, ma, però, boh.
io.

Mi scordo sempre

che il coperchio va messo dopo

martedì 18 dicembre 2012

Giramento di palle ad altissime frequenze

Raramente mi sono scassato il cazzo a questi livelli.
Raramente.
E' stata una dannatissima giornata di merda.
Facendola veloce: tutti, TUTTI non hanno fatto ALTRO in tutto il giorno che VOLERMI FAR FARE QUEL CHE VOLEVANO LORO.
So già che, se qualcuno sta leggendo, starà pensando: "basta dirgli di no! dove sta il problema?"
Annatevene cortesemente affanculo anche voi.
Niente di personale, ma ho le palle girate. Davvero. Tanto.
Vorrei vedere chiunque, CHIUNQUE, dopo una giornata passata a gestire richieste altrui di QUALSIASI CAZZO DI GENERE in che condizione sarebbe.
Perché un conto è avere delle priorità precise e definite, una tabella di marcia e tutto, ed ingranaggi oliati che permettono una pianificazione realistica e attendibile.
Un conto è affrontare problemi di cui ovviamente non conosci la soluzione e che non sai se ci metterai 5 minuti o 5 ore a risolvere (ed entrambi gli scenari sono più che realistici). Questo solo DI BASE.
Aggiungere al mix: impegni strascicati da mesi da parte di gente che ha apparentemente addirittura meno voglia di me di dedicarcisi, ma che con puntualità svizzera viene a bacare il cazzo sempre nei momenti meno opportuni, altra gente che chiede piccoli favori così on the fly, e altra ancora che propone di andare a fare questo e quello.

E fosse solo questo. Sarebbe nulla. C'è altro, tanto. Altro che ora mi sono calmato troppo per scrivere. E non è sostanzialmente importante.
Quello che è importante è che la questione ha radici più profonde.
Ovvero che la gente pensa di potermi comandare. A pelle, così.
Non è una sensazione nuova, è solo una che speravo di non provare più.

Il casino è che riesco sempre a capire le ragioni di tutti, e di base mi viene di adoperarmi per fare tutti contenti.
Non è sempre così, prima lo facevo molto di più, ad ora ho fatto parecchi progressi. Ci sono dei momenti dove mi entra la giusta forma mentale e la faccenda si sistema. Ma non è una costante, non è uno stato. In conclusione non ho risolto la cosa.
Sia chiaro: normalmente la condizione raggiunta è più che sufficiente a farmi vivere tranquillo e farmi andare per la mia strada senza tante seghe.
Ma capitano delle giornate dove proprio non c'è verso di sfangarla.

Io ODIO quando la gente mi dice cosa fare, SOPRATTUTTO se lo formula come un ordine.
"Michele fai questo", "Devi fare così", "fai cosà". ma FAI STOCAZZO!!

Che so, il tu servetto? Oppure mi paghi? NO!
Allora NON BACARE I COGLIONI. CHIUNQUE TU CAZZO SIA.

NON. SONO. IL. TUO. SERVO.

Che poi odio fare post così, mi fa sentire un povero cretino.

domenica 25 novembre 2012

Violenza

La violenza fa parte della natura più intima dell'uomo e dell'universo.

Rinunciare alla violenza credendo di non averne bisogno
è come riunciare a mangiare perché ci sono le flebo
rinunciare a fare sesso perché c'è la fecondazione assistita
rinunciare a camminare perché si può andare in sedia a rotelle.

Perfino gli atomi si strappano pezzi l'un l'altro.

sabato 24 novembre 2012

You

Are.

sabato 17 novembre 2012

Note sparse sulla spada, II

Non devi farti ossessionare dal kissaki del nemico.
Lo spirito che passa: tu non esisti, la spada nemica non esiste. Ci sono solo il nemico e la tua spada, con nulla che si frappone.

Devi imparare ad agire senza smuovere né corpo né mente.

E' necessario esercitarsi assiduamente, sia da soli che in coppia. Importantissimo: nuki.
Devi schivare la spada del nemico, non il suo corpo. Un esercizio fasullo è importante quanto uno veritiero:
La forza su cui non si ha controllo non è vera forza.

le 'intenzioni multiple' sono possibili, ma nello stretto senso schermistico occidentale si rivelano inefficaci. Un colpo d'invito si può fare, ma dev'essere comunque un colpo vero.
La presenza mentale costante è migliore di qualsiasi seconda, terza, quarta intenzione.

Quando tagli, non ingobbirti per accompagnare il colpo verso il basso, ma anzi slanciati leggermente in alto con la schiena.


giovedì 1 novembre 2012

Insicurezza

Post dal sapore retró.

Cos'è l'insicurezza? Non c'è bisogno certo che lo spieghi. Lo sanno tutti, tutti l'hanno provata almeno una volta nella vita, anche se tanti fanno finta di no. E non saprei dire se fanno bene o male: è una scelta.

L'insicurezza, come si potrà capire facilmente, è figlia della paura. Anzi, si potrebbe dire che sono la stessa cosa, in un certo senso.
A questo punto mi chiedo: cos'è la paura?
Chiunque potrebbe cercare di darne una definzione, e ci andrebbe pure vicino, ma la paura è una forza ben superiore ad una descrizione approssimativa che si potrebbe fare su due piedi.

Ci ho riflettuto: la paura è la vita.

Esistono tante paure: la paura di essere abbandonati, di ammalarsi, la paura dell'interrogazione\esame, la paura del buio, dell'altezza, la paura di avvicinarsi alla donna che ti piace, la paura del confronto.
Tutte queste paure sono in realtà una sola: la paura della morte.
In realtà, più ci rifletto e più anche i semplici bisogni primari (e non), come la fame e la sete, l'istinto di riproduzione, eccetera sono collegabili alla paura di morire. Mangio perché se non mangio muoio, bevo perché se non bevo muoio.
Mi riproduco perché prima o poi morirò, ma i miei figli vivranno, e si riprodurranno a loro volta: tramite loro, una parte di me vivrà in eterno.

L'uomo è un animale sociale e vive in tribù. Tribù molto grandi, in effetti, al giorno d'oggi. Ma sempre tribù sono. C'è una scala gerarchica naturale che si forma spontaneamente dall'interazione con le persone, di cui spesso non siamo neanche consapevoli.
E chi finisce 'sotto' in questa scala gerarchica è a rischio di abbandono: in tempo di difficoltà, la tribù lascia a sé stessi i membri meno utili. Crudele? Sì, forse. Io direi 'naturale'. È così che funziona, non c'è molto da fare, almeno nel nostro istinto. La realtà delle cose poi è ben altra, è ben difficile che una persona debole di carattere, fisico e risorse arrivi veramente a mancare del necessario per sopravvivere.

Quindi è normale avere paura di fallire, ed essere insicuri: l'istinto ci spinge a non rischiare per "salvare la faccia", di modo che la nostra forza apparente non vacilli, a dispetto dell'effettiva debolezza che avvertiamo.

Quindi come si sconfigge l'insicurezza? In molti sono convinti che sia una questione di coraggio, di buttarsi. Beh, forse è una soluzione anche quella, ma a me sembra stupida. Questi molti, sentendomelo dire, mi accusano del fatto che non sto affrontando il problema.
Ben difficile ottenere risultati, anche se discontinui, non affrontando il problema: la differenza sta nel modo in cui lo si affronta. Non sono un tipo da forza bruta né da astuzie, io. La mia natura è sincera. Questo oramai l'ho capito.
Se ho davanti un muro, non cerco di buttarlo giù a spallate, né costruisco una catapulta per distruggerlo. Ci giro intorno, oppure lo salto, o lo scalo. L'atteggiamento astuto e scaltro che si fa beffe di quello diretto e brutale altro non è che un suo figlio. Il vero potenziale si svela quando uno capisce di non essere vincolato.

Io so che posso girare intorno alla mia insicurezza, attingendo ad una forza interiore che possiedo. Che tutti possiedono. L'ho fatto, centinaia di volte. Quel che non mi riesce, ancora, è dare una continuità a questa cosa, trasformandola da istante a stato. Ci ero quasi riuscito, una volta, ma era un'illusione ed è crollata, come è giusto che sia.

Mi ha trasformato in un marasma emotivo in costante ebollizione, cosa che mi ha demolito inizialmente, ma sto iniziando ad apprezzarla. Come ho scritto poco tempo fa: è come se fossi mille persone in una, come se vivessi mille vite in una.

Ed ho ritrovato una cosa: la spada. Anzi, per la precisione ho ritrovato il fatto di averla persa. Quindi ho qualcosa su cui lavorare. Tantissimo su cui lavorare.

Pensavo di averla tagliata. Ho ancora un'occasione. La mia linea non si fermerà.

martedì 23 ottobre 2012

Terza persona

Crisi di volontà.
Mi osservo da fuori.

venerdì 12 ottobre 2012

Come un puzzle

Il Kenjutsu ti piglia, ti divide in tanti pezzettini e inizia a mischiarti a caso.

Il fatto di non sapere chi sono inizia a piacermi: è come se stessi vivendo mille vite in una sola.

sabato 15 settembre 2012

Esiste un mondo II

...e ovviamente devo anche rimbalzare da un'estremo all'altro come una pallina impazzita... ah beh.

lunedì 10 settembre 2012

Esiste un mondo

un mondo invisibile, fatto di piccoli gesti, inclinazioni, intonazioni. Un mondo di cui nessuno si accorge, ma a cui tutti sono assoggettati.

E visto che il buon Geminello Alvi ha ragione quando afferma che 'la vita non appartiene al genere realistico, bensì al fantastico', io mi dovevo trovare per forza a uno degli estremi.

domenica 2 settembre 2012

Ritrovare parti di sé

e perderne altre, in un ciclo continuo. Cambiamo sempre, ma rimaniamo sempre gli stessi.

lunedì 13 agosto 2012

Note sparse sulla spada

Concetto della guardia:
l'azione è premuta costantemente, non c'è vera differenza fra attacco e difesa(contrattacco). Si tratta comunque di colpire. E' come se due tori si spingessero a vicenda con le corna, appena uno devia o indebolisce un punto, l'energia dell'altro colpisce lì in maniera praticamente automatica.
L'azione che parte è la più rapida dalla kamae assunta. Se sto in chudan affondo appena il 'ki' altrui smette di fare da muro. Idealmente è sen-no-sen. Poi può capitare di partire dopo l'inizio dell'azione fisica vera e propria.

Gestire l'attacco avversario:
devi sentire la linea d'attacco. Sentendola, puoi uscirne, bloccarla col forte e entrare con una punta, arginarla, deviarla, intrappolarla... ad un attacco dall'alto puoi spingere verso l'alto e poi tagliare medio\alto, idem al contrario.

Tsubazeriai:
non è riposo, agisci prima di subito.
E' come la guardia, solo fisicamente oltre che mentalmente.
Ricordati le gambe.

Jodan:
Il ma-ai è tutto, ma anche la tempistica non scherza. Attacca non appena l'avversario è a distanza, concettualmente come l'affondo da chudan, ma con concentrazione sia sulla distanza che sul 'ki'. Puoi arretrare di un pochino se l'altro ti vola addosso.
Se l'altro schiva non tornare in jodan senza provare a colpire dal basso. Tsubame-gaeshi.

Adattamento:
ci sono due tipi di adattamento, puoi creare la tecnica adatta alla situazione o creare la situzione adatta alla tecnica. Entrambi importanti. Soprattutto in sinergia.

(to be continued)


venerdì 27 luglio 2012

martedì 3 luglio 2012

Convettivo

le cose girano per il verso giusto. La tendenza è comunque a salire.

Just a little bit of confusion.

mercoledì 20 giugno 2012

Ricadute

Titolo allarmistico per un post che non lo è.

Niente, ieri sera dovevo uscire ma vinto dall'abbiocco digestivo e dalla calura mi sono spiaggiato su una poltrona in salotto. Tv accesa, dopo Veronica Mars e non ricordo che altro mi appisolo. Mio fratello mette il dvd di Shutter Island che avevamo in casa da tempo. Mi sveglio per rispondere al cellulare, chiamato dagli amici per sapere se alla fine sarei uscito o no, e anche se avevo tutte le intenzioni di uscire, non ce l'ho fatta e mi sono rispiaggiato sulla poltrona. Mi guardo il film - gran bel film tra l'altro - con quella classica microtensione da thriller che la pellicola riesce perfettamente a causare. Però io so come va a finire, mi sarà stato spoilerato eoni fa.
Di caprio che investiga, investiga, fra un colpo di scena e una battuta cinica, finché per via della burrasca non portano lui e il collega nel seminterrato o quel che era. E lì lui sogna, fa dei brutti sogni con bambini morti che parlano e cose simili.

La microtensione sale fino a diventare tensione canonica e mi parte la solita girandola di pensiero involontario, che oramai ho imparato a ignorare. Ma stavolta mi riesce meno del solito e la tensione cresce ancora, arrivando dritta dritta alla cervicale. Inizio a rigirarmi sulla poltrona. "Eccoci, di nuovo", penso. "La solita tensione che si sfoga, niente di che". Già, perché dal famoso episodio di quando avevo circa 16 anni la cosa si è ripresentata, la seconda volta al capodanno 2010, la terza una notte che non riuscivo a dormire bene, e poi ancora un buon numero di volte, sparse qua e là.

Ma anche se l'insorgenza di un attacco di panico - al quale tra l'altro non sono mai arrivato, cosa di cui vado fierissimo - la prima volta ti fa panicare lo stesso perché non riesci a controllare il tuo corpo e non capisci che cazzo succede, e ti piglia la fobofobia, e la seconda volta ri-panichi perché pensavi che non sarebbe più risuccesso, alla terza... alla terza non la prendi più tanto sul serio. Ne sei già uscito due volte, entrambe le volte allo stesso modo: imparando a sbattertene, a capire che irrigidirsi cercando di contrastare la propria rigidità è come combattere il mare a secchiate d'acqua. Ti hanno detto che il pensiero si genera in modo involontario e puoi non ascoltarlo, tanto sono solo seghe mentali. Ti hanno detto che le reazioni fisiologiche che provi - tensione muscolare, palpitazioni, respiro affannato, chiusura allo stomaco - sono uno sfogo di tensione inconscia e che è inutile e dannoso provare a controllarli, anzi, l'80% del problema consiste proprio nell'ostinazione a provarci, di per sé sono sopportabilissimi. Le prime due volte non gli hai dato retta perché eri ancora giovine e sembravano discorsi tanto distanti dalla concretezza, ma dalla terza in poi tutto assume decisamente senso.

E allora, quando per un po' ti metti ad ascoltare quel che ti dice la testa (cosa che bene o male si fa tutti i giorni e nella programmazione serve un casino) e ti capita di sentire discorsi strani, lì per lì ti inquieti e senti salire la tensione sulle spalle e sul collo. E ti dici: "toh, di nuovo"... ma non te lo dici col tono disperato di chi non sa se stavolta ce la farà, te lo dici col tono quasi divertito di chi si accorge di una sbucciatura, e chiedendosi come se l'è procurata, si limita a sciacquarla e fine. Ti siedi e ti abbandoni a questa tensione (cosa di per sé molto controversa a parole, ma con un preciso significato pratico), sentendola scorrere, salire, invaderti come un'onda e poi scendere e ritornarsene via. E sei contento, perché sai che un'altra po' di tensione che il tuo subconscio accumulava è stata smaltita. Qualche minuto di riposo e sei come nuovo. E' quasi divertente, alla fine. Ti fa sentire forte, ti fa sentire padrone di te stesso: è una bellissima sensazione.

Tornando a ieri sera, comunque, sentendo la tensione salire non mi sono allarmato più di tanto. Mi sono preparato ad accoglerla come ho imparato a fare.
La cosa buffa però è che mi è riuscito maluccio (altrimenti del resto non starei scrivendo qui).
Diciamo che nonostante l'animo serafico (e abbioccato) con il quale mi preparavo, distaccato emotivamente dalle mie funzioni corporee, ad accogliere il fenomeno, mi sono lasciato coinvolgere. Cercando una spiegazione razionale ce ne sono mille. Innanzitutto era un po' che non arrivava uno sfogo del genere, quindi 1) ero 'fuori allenamento' e 2) si dev'essere accumulata un bel po' di tensione, nel frattempo. Poi bisogna considerare il fatto che, ieri come la prima volta, la 'goccia che fa traboccare il vaso' non era un singolo episodio 'mentale' ma una presenza fissa, ovvero il film, dal quale ci si distrae maluccio considerando... beh... che è un film. Quindi ha contribuito a mantenere aperta la porta della tensione per un periodo più lungo del solito. In terzo luogo, ero abbioccatissimo a causa della digestione, quasi in dormiveglia, quando la voce del pensiero involontario ha un volume molto più alto del normale.

Insomma, tirando le somme, stavolta mi sono lasciato coinvolgere e il fenomeno mi ha iniettato una sega mentale in circolo. L'attacco in sé l'ho smaltito in un'oretta - il film prima o poi finisce - e l'unica cosa che mi è rimasta è una fitta alla cervicale per la botta di tensione. Però il fatto di non essere riuscito a controllare l'insorgenza mi ha appunto inserito la sega mentale: "ho perso le mie capacità di autocontrollo?".
Proprio in questo periodo in cui stavo rapidamente recuperando personalità e strutture mentali, è una bella seccatura. Parlo proprio dal punto di vista pratico. Anche ignorando la sega mentale, ho perso energia. L'aspetto positivo è che ho conservato la personalità, che le altre volte ne era uscita martoriata. Tanto che all'esterno ho continuato a comportarmi precisamente come prima (salvo qualche probabile cambiamento nel linguaggio corporeo: la gente oggi mi percepiva "pensieroso"). Però se ieri pomeriggio ero carico di voglia di fare, di autostima, insomma avevo voglia di spaccà, oggi molto meno, anzi zero. Ogni tanto avevo il classico strascico da attacco malgestito, spalle irrigidite e sguardo spento. L'atteggiamento generale è più un "fff che palle..." che non l'antico "oddio oddio cosa cazzo succede oddio non sono più me oddio non tornerò più quello di prima oddio". Mi secca di non aver coservato il momentum, di aver interrotto il circolo virtuoso che mi stava riportando al sano gasaggio da ventenne. E poi c'è la seghina mentale, classica, semplice ramo dello stesso, vecchio albero: la paura di perdere l'identità. Stavolta sotto forma di paura di perdere le capacità di autocontrollo, le mie 'tecniche', così come mi è capitato di perdere le strutture mentali in campo sociale (che stavo recuperando proprio in questo periodo). La paura che un successivo episodio - che tanto capiterà, del resto ho l'ormone spostato come è normale che sia - possa di nuovo essere malgestito. La paura di aver lasciato ri-mescolarsi il pensiero e l'ego, separati con tanta fatica.
E la curiosità, ovviamente impossibile da soddisfare, di sapere se sarebbe successo lo stesso se il film non l'avessi visto.

Tanto taglio anche questa, importa sega.

lunedì 11 giugno 2012

You are

the most important thing in your life. Never forget that.

domenica 20 maggio 2012

giovedì 17 maggio 2012

domenica 29 aprile 2012

Vuota Serenità

Calma inossidabile.
Sensazione di non appartenenza.
Fluttuare.

venerdì 30 marzo 2012

Ruggine

Sono 2 anni che non vado più alle superiori (laus deo), e, come se ne può dedurre, sono 2 anni che non scrivo più il buon vecchio temino scolastico.
Il mio stile di scrittura è arrugginito assai assai. L'unico esercizio che mi rimane è scrivere qua sul blog, ma quando metto un nuovo post è perché ho qualcosa che voglio buttare fuori urgentemente: il contenuto, è lui la parte principale, quel contenuto che prende spesso e volentieri il sopravvento sulla forma...
E poi mi ritrovo a scrivere "un'altro".

mercoledì 7 marzo 2012

Valutare

Ho 20 anni.
Ormai sono vecchio, e credo sia giunto il momento per me di diffondere la saggezza che ho accumulato in questa lunga vita al mondo.
Così la mamma mi dice che sono bravo e mi compra un lecca-lecca, evviva!

In questi anni ho potuto osservare una certa distinzione, abbastanza netta, delle persone. Come per ogni cosa ci sono le sfumature di grigio, ma in questo caso ne ho notate poche.

Le persone si dividono in base a come valutano la propria vita e quella degli altri. In base ai loro valori, a ciò che considerano importante e meno importante.

Ci sono persone che valutano la vita in base all'abilità. Sono tutte persone tristi.
Ne conosco tantissime, in effetti è una categoria molto vasta, alla quale appartengo, a volte, pure io.
Le persone che valutano la propria vita in base all'abilità vedono tutti come tante schede del personaggio, e stilano mentalmente classifiche dei 'livelli' di ognuno. Si sentono soddisfatti ed in pace con sé stessi quando sono allo stesso livello, oppure ad un livello superiore, delle altre persone che conoscono della stessa 'classe'.
(Come avrete notato, molte delle persone che valutano la vita in base all'abilità sono anche nerd: le due cose si sposano perfettamente)

Stilano classifiche in base a ciò che sanno fare e a quanto bene sanno farlo. Vivono in una eterna e silenziosa competizione con tutti, cosa che diventa lampante non appena li si conosce in un modo più approfondito di "ehi, ciao".
Spesso a queste persone non frega più di tanto dei valori morali, almeno finché non sono loro stessi a subire un torto. Loro vivono in base all'abilità. Ogni giorno, ogni istante è per loro una gara a chi è più forte, è il loro modo di pensare. Ma sanno bene che questa cosa è socialmente ridicola (nonostante lo facciano in tantissimi), quindi è anche una gara silenziosa, fatta di sguardi, parole ben calibrate, comunicazioni sibilline.
Sono persone che non riescono a distaccare sé stessi dai propri risultati. Loro si identificano con i propri risultati.
Io sono stato così, ed ogni tanto torno ad esserlo, e posso testimoniare come questo modo di vivere sia distruttivo, per sé e per gli altri.
Spesso le persone che hanno un qualche talento ma che vivono in questo modo stanno peggio degli altri, perché se da un lato tendono ad avere risultati migliori sul breve termine, i fallimenti sono inevitabili e in loro si insinua il tarlo del dubbio, il pensiero strisciante e maligno: "Sono un perdente? Il mio talento è tutta un'illusione?". Mentre chi non ha fin da subito buoni risultati tende a crescere - tramite l'impegno - in modo più stabile, anche se lento, ed a rimanere più tranquillo. Non che l'assenza di talento sia una salvezza da questa forma mentis, comunque, dato che - una volta arrivati ad un buon livello - si potrebbe comunque essere battuti, e ripiombare nell'antica desolazione del "non ho talento, devo faticare il triplo degli altri per avere metà dei risultati".

Il bello è che se pure questa costante competizione è distruttiva per l'individuo, risulta eccellente in larga scala, visto che la costante ricerca di risultati migliori porta ad un rapido avanzamento della conoscenza comune. E viene incoraggiata dalla società.

A tutto questo uniamo il fatto che le capacità effettive sono difficilmente misurabili: ciò che è veramente misurabile sono i risultati, ed essi dipendono solo in parte dalle capacità, e molto di più dalle circostanze.
Anni fa iniziai a fare ginnastica in casa, ed il programma di allenamento includeva ovviamente gli addominali. Ogni volta riuscivo a farne più della volta prima, del resto l'allenamento consiste proprio in questo. Poi, col passare dei mesi, iniziai a resistere di meno. Andai nel panico: cosa sbaglio? Com'è possibile che le mie capacità calino con l'allenamento, anziché aumentare? Chiesi aiuto in un forum, e mi fu data una semplice risposta:

"E' luglio, imbecille. Fa caldo e quindi resisti di meno alla fatica."

Credo che questo sia il modo più efficace per far capire cosa intendo. Se ci si riflette un attimo, poi, viene da sé che quello dell'allenamento fisico (almeno, quello basato su ripetizioni) è uno dei casi più banali che possa capitare. Se si mettono in ballo attività più complesse, i fattori in gioco diventano molti di più, ed i risultati si distaccano sempre di più dalle capacità.
Giudicare la propria vita in base alle abilità equivale giudicarla in base ai propri risultati, e ciò è distruttivo. Più elementi si tirano in ballo nel giudizio, più ci si fa casino in testa, e poi non serve a niente: il vero problema non sta nel fallimento (vero o presunto che sia), ma nel proprio ego ferito, scalciante, che piange silenziosamente facendoci bruciare il petto. E quello non si placa con le giustificazioni razionali, per quanto esse possano essere corrette. Si placa solo in due modi: con altri risultati talmente positivi da ribaltare il proprio giudizio, oppure prendendo coscienza della situazione e controllandosi.

Ogni pensiero negativo è inutile.

Conosco persone che non sanno fare un granché. Si appassionano a tante cose, ma non risultano talentuose in nessuna di esse.
Hanno un sacco di amici, si divertono e sono sempre cercati dagli altri. Sono persone che non ti mettono a disagio, sono amichevoli con tutti, hanno uno spirito semplice e soddisfatto della vita. Com'è possibile? Sono degli illuminati?

No, sono semplicemente persone che hanno un diverso sistema di valori.

Sono persone che si identificano NON nei risultati che hanno, ma nella propria autoimmagine. In poche parole sono normali: il loro ego corrisponde... beh, corrisponde a loro stessi. Sono persone che valutano le intenzioni, le motivazioni, e si interessano dei risultati solo in funzione delle conseguenze che essi hanno. In poche parole, per loro l'abilità è un mezzo, uno strumento che si può avere o meno, ma non determina la 'posizione in classifica' di un individuo.
Inutile far notare come questo modo di vedere le cose renda la vita molto più tranquilla. Viviamo in un mondo molto meno difficile rispetto a secoli fa: all'epoca i risultati potevano fare la differenza fra la vita e la morte, e quindi erano importanti. Ma lo erano in funzione delle loro conseguenze, non in sé.

Se queste persone hanno una motivazione valida per ottenere dei risultati, si impegneranno al massimo, e forse riusciranno anche a battere gente talentuosa-ma-stressata (stressata a causa della propria visione del mondo). Pensiamoci un attimo: una persona che ha dedicato tutta la propria vita ad un'abilità, una persona che si identifica con essa, è molto più in gioco di una persona che vive in tutt'altro modo. Se vince, non ottiene molto, avendo battuto un dilettante. Mentre se perde, è la fine. Una pressione psicologica del genere può tirar giù il più abile degli atleti, il più intelligente dei matematici, il più colto del letterati.

Dall'altra parte, il 'dilettante' è tranquillo e sicuro di sé. Si confronta per divertimento oppure perché cerca di raggiungere qualcosa. Se perde, sarà dispiaciuto per non aver raggiunto il proprio obiettivo, ma si impegnerà di più la prossima volta, o cercherà un'altra strada per arrivarci. Se vince... avrà ottenuto ciò che voleva, e fine. In ogni caso non ne verrà fuori una tragedia.

Le persone che non-valutano-in-base-alle-abilità sono le persone che sopravvivono. Immaginiamoci una battaglia. I guerrieri esperti, che hanno dedicato la propria vita alle capacità marziali, combatteranno ferocemente in prima linea e moriranno da eroi. La gente normale combatterà per sopravvivere, e se le cose si dovessero mettere male... si darà alla fuga. Sopravvivendo.

E qui si capisce come mai la società, e chi la guida, abbia da sempre cercato di imporre questa visione del mondo innaturale e autodistruttiva: perché in larga scala produce risultati migliori. Un'armata che combatte fino alla fine vince contro una che si dà alla fuga quando inizia a perdere. Ma ha anche molti più caduti.

Ogni individuo è programmato per sopravvivere, riprodursi ed avere una vita felice, non per fare il successo della sua nazione\squadra\esercito\quelchevipare.

Bisogna poi anche considerare che, su scala individuale, il talento è qualcosa che spaventa. Una persona che espone le proprie capacità mette gli altri a disagio, crea un'aria di competizione che tende a rigettare le persone. Ovviamente i fissati delle abilità non vorranno tirarsi indietro, e se lo fanno, cercheranno sicuramente di spacciare la ritirata per un "tsk, non mi confronto con gente così inferiore a me".
Il vecchio principio di saggezza popolare, presente un po' in tutte le culture, di non dare sfoggio eccessivo delle proprie capacità, ma di usarle solo quando servono (impara l'arte e mettila da parte) ha radici reali proprio in questo fatto.

Finisco con un indovinello.
Due bambini stanno nascendo, e le loro anime si preparano ad entrare nei piccoli corpi. Prima di arrivare sulla terra, il grande spirito si rivolge a loro, dicendo:
"Uno di voi sarà, nella vita, intelligente ma infelice. L'altro sarà stupido, ma felice. Decidete chi sarà chi".
Le due anime si accordano e poi scendono sulla terra.
Quale delle due anime è stata la più intelligente?

lunedì 5 marzo 2012

Ancora su Forma-Tecnica-Mente

Uno spadaccino è come un'automobile.
Quelli gialli fanno picchiare la gente.

(Ok, no, scherzavo)

La Forma è come le ruote:
non importa quanto la macchina è potente, se le ruote sono quadrate, non vai da nessuna parte.
Allo stesso modo, uno spadaccino senza Forma, può aver anche una tecnica perfetta ed una presenza mentale impeccabile, ma se tira dei colpettini da schifo con la lama angolata male e tirata a mò di legnata non potrà mai vincere.

La Tecnica è come gli alberi di trasmissione: se sono rovinati, il motore potrà pintare a bestia, le ruote potranno essere in ottime condizioni, ma la macchina andrà poco lontano... come uno spadaccino che non riesce a gestire il ritmo dello scontro.

La Mente, infine, è il motore. Quello che fa girare tutta la baracca.
Puoi avere un'ottima forma e una tecnica impeccabile... ma se hai la testa fra le nuvole (come io adesso), il meglio che ti può capitare è una reazione ritardata. Altrimenti te ne resti lì imbambolato come un idiota.

Ma se non altro ho capito il motivo di questo mio imbambolamento ed ho smesso di combatterlo.

mercoledì 29 febbraio 2012

Vedere

Diario delle sensazioni di uno spadaccino.

Ho iniziato il mio percorso nella spada quando ancora andavo all'asilo.
E l'ho iniziato per un motivo... beh... stupido. Banale, infantile, che quasi mi vergognerei a dirlo se non fosse perfettamente normale, considerando che avevo 4 anni circa.
Mi vestivo sempre da Zorro per carnevale, e mio padre, che da giovane ha fatto un po' di scherma, mi impartì delle piccole lezioni su come usare la spada.
C'era una cosa che non mi piaceva: ritornare in guardia dopo ogni parata. Non mi ricordo perché non mi piacesse, non mi piaceva e basta. Allora mio padre, scherzando, mi disse: "ma questo è un fioretto, mica uno di quegli spadoni medievali..." e allora decisi che mi sarei dedicato agli spadoni medievali con i quali non dovevo tornare sempre in guardia.

Ripensandoci oggi, è anche buffo, considerando che il fatto di non tornare in guardia dopo aver parato ha anche un suo perché tattico: mantenere il contatto di lama serve a tenere sotto controllo l'arma dell'avversario, mentre se ci si limita a parare con un colpetto e tornare in guardia può succedere che l'avversario 'pressi' il suo attacco e colpisca. Ma questo ha poca importanza.

Da bambino ero bravo con le spade. Bravo... relativamente, in realtà ero solamente sciolto e 'giocoso' nel combattimento. Ero sicuro di me, e quindi reagivo con libertà, anche se allora i combattimenti con le spadine di legno si svolgevano sempre nello stesso modo: colpo alto -> colpo basso, e poi ancora basso (PIU' basso di prima), e poi ancora più basso, sempre più in giù, fino ad un ridicolo raso-terra.

Fin da allora, ricordo, avevo l'attitudine a stare molto addosso all'avversario, a chiudere la distanza. Ce l'ho anche oggi (ci tornerò in seguito). Credo mi venga naturale, visto che essendo più basso della maggior parte degli avversari, ho meno portata; quindi sto vicino al nemico, alla mia distanza ottimale, mentre lui si trova ad una distanza che lo mette a disagio (dovendo ritrarre le braccia per colpire)

Poi c'è stato un periodo, in 4°-5° elementare, dove - per non so che ragione - puff! all'improvviso non sentivo molto interesse per la spada. La cosa mi metteva a disagio. Cercavo, razionalmente, di farmela piacere, perché "io sono così": il fatto di non provare quest'entusiasmo mi faceva sentire come se stessi perdendo il controllo su me stesso.
Quando, in prima media, comprai un bokken e riprendemmo a fare un po' a spadate, facevo veramente schifo.

Innanzitutto ero sulla difensiva. Estremamente sulla difensiva. Stavo a distanza, non facevo altro che parare andando indietro. Ogni tanto azzardavo un attacco, ma ero sempre fuori misura: all'epoca il concetto stesso di misura mi era oscuro, e non capivo come mai non riuscivo mai a colpire l'avversario.
E' stato un periodo lungo e difficile. In prima superiore ho iniziato a fare Kendo, ma, ovviamente, non mi è servito a un cazzo, soprattutto a causa del 'format' di combattimento che usavamo: 3 vite a testa, una vita va via se ti toccano, bersagli non validi: testa e mani. Toh, due degli unici bersagli validi del Kendo sono testa e mani...

Fino all'inizio di 3° superiore non sono riuscito a migliorare sensibilmente e tutte le volte che ci scontravamo ero uno dei peggiori, cosa che strideva parecchio col fatto che, nel "circolino" che ci eravamo creati (l'ACABS - Associazione Combattimento all'Arma Bianca Siena, la cui somiglianza con ACAB ci ha infilato in un paio di situazioni buffe) io fossi uno degli insegnanti di spada.

Col senno di poi è ovvio capire il perché: per quanto io mi allenassi e migliorassi nella forma, il formato di combattimento che usavamo favoriva in maniera spropositata i 'trucchetti da osteria' come finte e cazzi vari. Studiare non serviva a niente, allenarsi men che meno: era un gioco deciso per il 20% dall'astuzia, per un altro 20% dai riflessi e dalla 'scioltezza mentale' (cosa che io, a causa dei miei conflitti interiori, non avevo per niente) e per il restante 60% dal puro culo di toccare per primi agitando la spada a caso.

Poi, fra la 2° e la 3° superiore, i miei studi - intensivi, sudati, intrisi di disperazione e frustrazione - dettero i loro primi frutti. La ruggine iniziò a togliersi. Primo: mi appropriai dei rudimenti del concetto di misura, e già quello praticamente bastava per vincere un sacco di combattimenti in più. Secondo: Riuscii a capire che parare e basta non serve a niente, e arrivai dritto dritto al concetto di anticipazione.
Poi il 3° finalmente iniziai a fare Kenjutsu, e lì fu come se sul mio alberello rinsecchito, nato dagli studi personali, fosse buttato un bidone di fertilizzante ad effetto rapido.

Innanzitutto arrivai a capire come mai i nostri combattimenti non avevano senso. Poi, avevo un punto di riferimento che confermò un sacco di miei sospetti e congetture, cosa che mi diede una grande sicurezza. E comunque mi allenavo in una disciplina seria e reale, per quanto incompleta... ma per allora non era incompleta per niente, ero solo al primo anno.

Poi mi arrivò un'altra batosta.

Per la cronaca, preceduta da un'illuminazione, cosa che amplificò la batosta in maniera considerevole.

L'illuminazione era sul modo di impugnare la spada, ed è troppo lunga da spiegare. La batosta fu una 'sconfitta' in combattimento che, in quel preciso momento, fece crollare il castello di carte che era la mia autostima.
Anche perché non solo mi sentii sconfitto (con ben poche ragioni, ma ormai ho accettato la mia caratteristica di pretendere troppo da me stesso), ma visto che il combattimento si concluse a mani nude, mi beccai anche un paio di cazzotti in faccia che mi fecero gonfiare un labbro, quindi il giorno dopo era palese a tutti che le avevo prese.
(Io i miei colpi li fermavo, ma se questa è una giustificazione razionale, cercare di placare il proprio ego ferito con essa è come provare ad asciugare il mare con un pezzo di scottex).

Per fortuna, pochi mesi dopo andai a trovare i ragazzi della Shinkaze Ryu a Genzano, e lì mi comportai molto bene, fui soddisfatto. Ancora più tardi, alcuni duelli con ragazzi provenienti dal GRV con armi di lattice mi dettero altre soddisfazioni ancora. Nel frattempo, il mio percorso nella forma del Kenjutsu giungeva al termine, dando inizio a quello che sto percorrando adesso - il percorso nella tecnica, nel ritmo.

Poi passò una lunga estate senza confronti né lezioni.

Alla ripresa degli allenamenti, c'era qualcosa che non andava.

E non andava nella forma. Mi sentivo legnoso, a disagio. I miei colpi erano sbagliati. Avevo un ma-ai mediocre e mi sentivo sempre in una posizione svantaggiosa. I colpi dal basso non mi riuscivano più, né nell'uchikomi né nel combattimento: e proprio il combattimento era la cosa più strana. Era come se la mia presenza mentale se ne fosse andata a puttane.

Questo era l'inizio dello Ha, ma io non lo sapevo, e la cosa mi mandò nel panico. Dov'era finito tutto? Com'era possibile disimparare così tante cose? Cose che non avevo mai avuto problemi a imparare, perché mi venivano spontanee, erano il frutto di tanto sudore solitario passato ad allenarmi, anni prima, senza capire perché non desse frutti nel "combattimento" (con molte virgolette) che facevo all'epoca.

Di recente ho partecipato ad un torneo di armi di lattice, al Lucca Comics. Ho passato il primo turno con facilità, contro un ragazzo che - quasi mi dispiace per lui - volava dritto dritto nel mio taglio discendente da Jodan. Al secondo turno, preso dal nervosismo, ero contro un tizio piuttosto alto e slanciato, agile e con buoni riflessi. Combatteva con colpetti piccoli e precisi, una via di mezzo fra lo smanaccìo casuale di chi non ha forma e la scherma olimpica, ovvero il modo di combattere tipico di chi ha fatto un po' di GRV con regole non molto realistiche. L'avrei potuto battere facilmente, adottando una tattica di 'Oji', parando e rispondendo velocemente al braccio. Invece, vuoi per arroganza, vuoi per nervosismo, mi sono rimesso in Jodan. Il duello è durato un po', con diversi colpi fuori misura e schivate per un pelo, ma alla fine ha vinto lui: sempre perché il suo colpetto arrivava un mezzo secondo prima del mio.
Fra i tanti partecipanti al torneo ce n'era uno degno di nota, un tizio uguale spiccicato al mio ex-maestro di Kendo, che combatteva con una forma schermistica eccellente. Misura e passaggio impeccabili, un vero tecnico. Ha passato 2 turni ed è uscito al 3° contro un ragazzino in tuta da ginnastica che combatteva come quello che ha battuto me: ennesima riconferma che, nel combattimento con le armi, è il 'format' a decidere chi vince.

Qualche giorno fa ho ricominciato a leggere Vagabond. I casi sono due, o Takehiko Inoue ha un intuito eccezionale, o ha fatto un po' di Kendo anche lui, oppure si avvale di esperti NON solo per i termini tecnici, ma anche per la trama e per i dialoghi.
In Vagabond, Musashi a un certo punto impara l'importanza di vedere veramente. Se il tuo sguardo si concentra sulla singola foglia, perderai l'intero albero; se si concentra sul singolo albero, perderai l'intera foresta. E tutte le volte che riesce a battere un avversario, dice di riuscire a "vedere attraverso" la sua arma.
Tutto questo è troppo simile allo 'spirito che passa' per essere solo una coincidenza. La spada dell'avversario non esiste: vedi attraverso essa. L'avversario non ti riesce a vedere: tu non esisti.
Quando percepisco la disattenzione dell'avversario, lo vedo lì, concretamente, lo percepisco. Quando l'avversario è attento, lo vedo, ma non lo percepisco. E' come se non esistesse.
E' troppo, troppo per poter essere una coincidenza.

In effetti, il combattimento alla fine è questo. E' vedere veramente. Puoi vincere anche senza vedere, ma è un caso, una fortuna. Se vedi veramente, ti puoi muovere in libertà.

Ci devo studiare su.

venerdì 24 febbraio 2012

Shu-Ha-Ri, Forma-Tecnica-Mente, Corpo-Mente-Spirito

La filosofia Shu-Ha-Ri è ben nota, e non è di quella che parlerò.
Per chi non sapesse di che si tratta, in due parole: nelle culture orientali, la filosofia dell'apprendimento e della crescita viene divisa in tre fasi (che chiamerò con i nomi giapponesi): Shu, l'imitazione, l'infanzia, dove si dipende dal maestro (o dai genitori) e si è in 'simbiosi' con esso; Ha, l'adolescenza-età adulta, l'indipendenza, dove ci si stacca dalla figura del maestro o del genitore, e si inizia a camminare con le proprie gambe; ed infine Ri, l'età genitoriale, dove si arriva al compimento del proprio sé, e si è talmente indipendenti da potersi dedicare agli altri, diventando a propria volta maestri o genitori.

Nella spada, così come nelle altre arti marziali, l'apprendimento segue spesso una filosofia del genere. Parlerò in questo post di come ho visto questo schema nel Kyushin Ryu.

Si parte dalla triade Forma-Tecnica-Mente.

La prima cosa in assoluto che si impara, la prima su cui ci si concentra, è la Forma. I principi-guida della Forma sono: Distanza e Posizione. Dove per Distanza si intende il senso di essa, la capacità di misurarla istantaneamente, di 'sentirla', di capire se è corretta o meno: una dote indispensabile per uno spadaccino. Mentre per Posizione si intende la capacità di controllare il proprio equilibrio, la propria stabilità, la propria libertà di movimento e l'efficacia dei colpi che si portano. Si mira ad acquisire il senso della distanza ed il senso della posizione, ovvero la capacità di percepire quanto la posizione è buona, e sapersi aggiustare di conseguenza.

Tenendo a mente questi due principi cardine, si svolge tutto l'allenamento, partendo dal suburi e dai colpi a vuoto, con e senza passi.
Questa prima fase la possiamo identificare come Forma-Forma oppure come Forma-Corpo. Cercherò di spiegarmi meglio.

La Forma in sé è l'idea del 'buon movimento'. Ho sentito spesso parlare di forma in stili falsi o mal insegnati, spacciandola per qualcosa che "è così perché sì". Quando facevo Kendo, nei kata (di Kendo e di Iaido) si dovevano rispettare delle regole di forma senza saperne il perché. Questo è sbagliato.
La Forma non è mai fine a sé stessa: la Forma è direttamente in funzione dell'efficacia.
La prima cosa che bisogna imparare in uno stile, il fondamento, è la capacità di muoversi bene. Il resto arriva dopo.
Anche gli esercizi si possono dividere in tre categorie: gli esercizi a vuoto, gli esercizi in coppia sui 'kumitachi' (uchikomi) e gli esercizi liberi, che sono anch'essi in coppia, ma lavorano su cose diverse.
Appare ovvio come gli esercizi a vuoto siano quelli più improntati alla Forma. Sono esercizi dove il contesto non c'è, non esiste: siamo solo noi e l'aria, o, al massimo, un qualche strumento di allenamento (ad esempio il palo o le fascine della Yakumaru Jigen Ryu).

Eseguire gli esercizi a vuoto concentrandosi sulla distanza e sulla posizione equivale a praticare la Forma per la Forma. In questi esercizi ci si concentra principalmente sul lavoro corporeo, la mente funge solo da 'controllore' su ciò che si fa e lo spirito è dormiente, quindi possiamo dire che si pratica la Forma per il Corpo. Spero di essere stato abbastanza chiaro (ok, giù le maschere, scrivere in maniera sibillina alla Maestro Orientale è divertentissimo, sai che spasso quando lo facevano secoli fa!!).

La seconda fase dell'allenamento consiste nell'Uchikomi, la pratica di coppia dove si provano le 'tecniche'.
In questa prima fase, le tecniche sono VERAMENTE tecniche. Niente da nascondere. Vengono praticate come tali: è un 'male necessario' per poter arrivare poi ad essere veramente liberi in una situazione non collaborativa.
Su come si svolge l'uchikomi dovrei aver scritto abbondantemente in passato. Uno dei due praticanti attacca, con sincerità e senza trucchi, ignorando ciò che fa l'altro. L'altro contrattacca, e grazie alla sincerità dell'attacco dell'altro può capire gli errori che ha commesso e correggersi.
In questa fase diventa importante il tempo di esecuzione delle tecniche, anche se rimane in secondo piano rispetto a ciò che si sta tenendo in mente dall'inizio: Distanza e Posizione.
Adesso stiamo praticando la Tecnica per la Forma, oppure stiamo allenando la Tecnica per il Corpo. Il concetto è lo stesso di prima, variano solo gli elementi. Per Tecnica si intende "cosa fare", si intende il movimento in sé. Mentre la forma si concentra su "come farlo", ovvero sull'acquisizione del "buon movimento", la tecnica si concentra su cosa si fa durante il combattimento, come si attacca, come si contrattacca, eccetera. Tuttavia, stiamo sempre allenando i principi di Distanza e Posizione, anche se in un contesto diverso. E la concentrazione è sempre rivolta al Corpo, che deve eseguire il movimento corretto.

Infine, si arriva alla pratica libera. Innanzitutto bisogna confessare che non è veramente libera, almeno all'inizio: è un po' come un Uchikomi dove ci si muove, non si tiene un ritmo regolare e non si decide chi attacca (almeno non sempre). E' un finto combattimento, un primo passo verso la pratica libera VERA, che permette di assaggiare quel che si prova in un ambiente non collaborativo.
Adesso stiamo praticando la Mente-Forma, oppure la Mente-Corpo, perché stiamo allenando lo stato mentale e l'attenzione, ma allo scopo di mantenere la giusta distanza e posizione in un contesto non controllato.

Queste tre categorie di esercizi compongono lo Shu. In questa fase si gratta la superficie di cos'è l'arte della spada, si impara a muoversi bene, e si acquisisce il senso del vero combattimento, imparando diligentemente dal maestro. A parlarne sembra che sia noioso, ma forse è la fase più 'divertente', perché dà certezze, insegna cose e le dimostra immediatamente, dando sicurezza. Inoltre prepara anche al combattimento, non è solo ginnastica come potrebbe sembrare. Durante questa fase sono andato a qualche stage e mi sono comportato molto bene.

Ma come l'infanzia, lo Shu finisce, e si entra nella tormentata fase dell'adolescenza, lo Ha.

Ci tengo a precisare che queste fasi non sono regolamentate da un qualche programma tecnico o imposte dall'alto, sono del tutto spontanee e tutti ci passano attraverso. L'unica cosa che si può imporre dall'alto sono gli esercizi, ma quelli non cambiano la sostanza delle cose. Impedire alcuni tipi di pratica può, al massimo, 'bloccare' un praticante in una fase (tipicamente un eterno Shu), ma di sicuro non si possono saltare i passaggi.

Prima o poi lo Ha arriva e non è piacevole. O meglio, all'inizio lo è: si iniziano a percepire delle cose che prima non si vedevano, e ci si sente ancora più bravi. Ma l'inevitabile conseguenza di queste percezioni è il dubbio.
Il maestro sbaglia qualcosa, c'è "qualcosa" sotto che non mi spiega. Si inizia ad avere una sensazione di incompletezza. Prima o poi, ci si accorge della PROPRIA incompletezza.
Il problema dello Shu è che inganna, mentre ci sei dentro sembra che sia 'tutto lì', e quando inizia a terminare ti senti un dio della battaglia. Ma poi inizi a renderti conto che qualcosa manca.
Può avvenire anche guardandosi intorno. Durante lo Shu, ho fatto ottimi combattimenti con altra gente che pratica arti di spada, ma poi mi sono accorto di una cosa stranissima: avevo molte più difficoltà con gente inesperta che con gente allenata.
Razionalmente la spiegazione era - ed è tuttora, i fatti sono quelli - che dipende dal regolamento. Combattere 'al tocco' è del tutto differente dal combattere all'ultimo sangue, e le arti marziali autentiche se ne fottono del primo sangue. Quindi, allenarsi al combattimento reale e poi provare il point-fight equivale ad essere in seria difficoltà rispetto a chi fa sempre e solo point-fight. Idem nel verso opposto: provate a dare una spada d'acciaio in mano a chi ha sempre e solo praticato con roba in fibra di vetro, nylon o domopak... e poi ditegli che se toccano e basta il colpo non è valido, ci vuole caricamento. Touché!
Ma il tarlo del dubbio ti attanaglia: ad esempio io ho pensato che è pur vero che io imparo a combattere all'ultimo sangue, ma chi fa point-fight sviluppa ottimi riflessi mentre io no. Inizialmente pensavo: "io però non ho bisogno dei riflessi, ho la presenza mentale". Ed era vero, sono tutt'ora dell'opinione che la presenza mentale sia molto meglio di qualsiasi riflesso.
Ma poi ho 'perso' la presenza mentale.

E' proprio questa la caratteristica predominante dello Ha: si 'perdono' le cose. Gesti ripetuti mille volte, perfezionati, spontanei e naturali, non vengono più, o escono goffi e mal controllati. Si inizia a sentirsi impacciati nelle gambe, deboli nelle braccia, dinoccolati, come marionette senza fili.
Prima o poi si arriva alla conclusione che bisogna ricominciare tutto da capo, e lo si fa. E si fa bene a farlo, ma non è vero che si sta ricominciando da capo.
Se prima si faceva Forma per la Forma, ora si fa Forma per la Tecnica, oppure Forma per la Mente.
Prima le cose importanti erano la Distanza e la Posizione. Ora il dominio è della Tecnica, il cui principio cardine è il Ritmo.
Per prima cosa, come ho detto, si fa Forma-Tecnica\Forma-Mente.
Si pratica a vuoto, si allena la posizione, la distanza, i colpi, i passi. Ma con una nuova concezione, una nuova consapevolezza. Il lungo periodo di Shu ci ha portato a confrontarci, ad acquisire il senso del combattimento, a percepire ciò che funziona e ciò che non funziona: quindi ora si può perfezionare il proprio gesto, non solo nella Forma (che è già buona, ma la si percepisce come sbagliata perché si 'sente' che non è adatta a funzionare in un combattimento vero) ma anche nel suo Ritmo. Attenzione, il Ritmo non è qualcosa di prestabilito, anzi: ciò a cui si mira nell'allenamento della Tecnica è proprio l'adattamento al Ritmo che la situazione ci impone. Non noi, non l'avversario, ma la situazione: il ritmo dell'azione è deciso dall'insieme di tutto. (wow, come è gasante parlare da Saggio Orientale)

Poi si passa all'uchikomi e qui si ha l'allenamento della Tecnica per la Tecnica, o la Tecnica per la Mente. Si praticano i kumitachi e si esce anche dalle tecniche prestabilite (cosa che si fa anche dalle fasi finali di Shu). E' importante qui che l'attacco sia sincero e che si varino i 'partner' nell'uchikomi, e questo è proprio il problema che ho io adesso, visto che siamo sempre io e il maestro ma essendo nella fase di Ha la cosa è quasi dannosa. Mentre in Shu il contatto diretto con il maestro è molto utile, perché permette a lui di concentrarsi al 100% nell'insegnamento senza compromessi dovuti alle differenze da persona a persona, in Ha è importante confrontarsi con tutti. In Ha si deve imparare ad essere i maestri di sé stessi.

Infine si arriva alla pratica libera, e qui si allena la Mente per la Tecnica, o la Mente per la Mente. Attenzione: Mente e Mente non sono la stessa Mente (lol). La prima è lo Stato Mentale, la concentrazione, l'attenzione: diciamo, il controllo sulla mente. La seconda è la razionalità, la comprensione di ciò che si fa.

Da qui in poi posso fare solo ipotesi, visto che al momento sono in fase Tecnica-Tecnica.

Mente-Mente probabilMente (lol2) consiste nell'allenare lo stato mentale allo scopo dell'applicazione della tecnica. Potremmo chiamarla Elasticità Mentale: bisogna allenare la capacità di adattamento alla situazione. Ho fatto esercizi in questo senso, ed è tutt'altro che facile: mi ritrovo spesso (anzi, quasi sempre) a reagire in modo meccanico, incoscente, di riflesso. Magari il movimento funziona, ma è un automatismo. Non va bene. Devo essere presente, non reagire in modo programmato come se fossi un robot.

Quando arriverò a questo, e credo che mi ci vorrà un bel po', sarò al compimento di Ha... ma non credo che arriverò al Ri prima di aver combattuto come un dannato contro gente di tutti gli stili.

Quando sarò al Ri... che succederà?
Avrò la padronanza della Forma e della Tecnica, e mi rimarrà da forgiare la Mente, lo Spirito.
Potrò insegnare agli altri, almeno fino alla fine dello Shu.
Praticherò la Forma per la Mente oppure la Forma per lo Spirito, dove per mente si intende il controllo sulla propria mente, e per spirito... più o meno la stessa cosa, la propria razionalità profonda.

Chissà com'è...

giovedì 9 febbraio 2012

Il corpo è tutt'uno

Io faccio spada da sempre.
Kyushin Ryu da 5 anni, Kendo per 2 anni tempo fa, ma non ho mai smesso di fare spada.

Nell'ultimo periodo, insieme a tante altre cose, avevo dei problemi anche lì.
Una lunga, lunghissima lista di piccole cose probabilmente invisibili a chi non è dell'ambiente (e a volte anche a chi lo è, essendo solo fisime mie), ma che mi pesava, mi scoraggiava, visto che non riuscivo a correggerle.

Beh, oggi ne ho corrette un po'!

Tutto è guidato dall'idea che il corpo è tutt'uno, e segue il tanden.
Certo, ogni parte del corpo è diversa dalle altre, ma non è un'entità a sé stante.
Tutto converge nel tanden. Io me lo immagino come una sfera di luce che 'attira' tutto il resto del corpo magneticamente.

Un corpo unito nel tanden si muove in quello che ho chiamato 'lo spirito che passa', un'idea corporea difficile da spiegare a parole. Provandoci, è come se il nostro corpo non esistesse, né la spada dell'avversario: esistono solo la nostra spada e il corpo del nemico. Nulla mi può ostacolare: sono nello spirito che passa, che va, non trova impedimenti.

venerdì 3 febbraio 2012

"Common misconceptions" riguardo al combattimento, parte I

Visto che ultimamente ho più voglia di scrivere sul blog ne approfitto per pubblicare questo post, o meglio questa serie di post, che mi ronzavano in testa da un po'.
Come si intuisce dal titolo - almeno per chi mastica un minimo di inglese - parlerò dei luoghi comuni (falsi) riguardo al combattimento. Io mi intendo principalmente di quello armato, quindi nella maggior parte degli esempi ci saranno persone che si affettano o si bucherellano, ma i concetti sono generici e si applicano in tutti i casi.
Ho usato nel titolo "Common Misconceptions" perché in italiano veniva troppo lungo... e poi "Falsi Luoghi Comuni" suona male e viene facilmente malinterpretato.

Questo primo post riguarda uno dei più grandi "misconceptions": La Difesa.

Un concetto piuttosto ampio, eh?

Poniamo di avere Omino A e Omino B che si fronteggiano con le spade.
A prende l'iniziativa e mena un fendente. B, che non vuole essere affettato, si difende.
Ovvio, no?
Ma che cos'è, poi questa difesa?

E' proprio qui che si annida la "misconception". Potrei mettere tonnellate di video di duelli cinematografici (e lo farò), colpevoli di aver distorto l'immagine comune di come si combatte.

Eccone uno:



Al di là della questione Cina vs Giappone, e tralasciando anche attacchi fantasiosi e pose plastiche dalla dubbia utilità, analizziamo il video dal punto di vista tattico.

-Il giapponese (che è il cattivo, basta vedere che faccia c'ha) attacca, attacca, attacca, attacca.
-Il cinese para andando indietro, para andando indietro, para andando indietro e di lato, para andando indietro con la piroetta, para andando indietro e di lato con la piroetta.
-Il giapponese si mette nella sua posizione segreta e spaccaculi (con la quale ha, probabilmente, sconfitto in precedenza il cinese su cui la telecamera zoomma), e riattacca, attacca, attacca, etc.
-Il cinese fa uguale a prima.
-Il giapponese infine ricorre ai trucchi sporchi e attacca con la polvere.
-Il cinese para spettacolarmente.
-Il cinese attacca, attacca, attacca, attacca.
-Il giapponese para, para para, para... ma poi non para e perde.

Cercate in giro e di video che seguono fedelmente questo schema ne troverete milioni.

Quali sono i messaggi che ne possiamo estrapolare?

1) Non attaccare mai per primo: aspetta che l'avversario prenda l'iniziativa, e poi para la sua gragnuola di colpi potenzialmente all'infinito.
2) Parare è più importante che attaccare. Il cinese para sempre e alla fine vince, il giapponese attacca per 3\4 del video e perde.

Due belle cazzate in salmì.

Ora, ci sarebbero tante cose da dire, ma proverò ad essere sintetico.

Fatto n.1: parare andando indietro è facile.
Provateci con un amico. Pigliate du bastoni, dite all'altro di provare a colpirvi e voi non fate altro che mettere la spada in mezzo alla sua linea di attacco, andando all'indietro.
Cronometrate quanto ci mette quello prima di riuscire a prendervi, se vi prende.
(Questo ovviamente va fatto fre 2 persone inesperte, altrimenti ci sono troppi fattori in gioco)

Scoprirete che difendersi totalmente, o per meglio dire resistere passivamente (perché è di resistenza che stiamo parlando, la difesa è un'altra cosa) è molto facile - a patto che abbiate spazio di manovra sempre disponibile e che l'avversario non stia usando un mitra.

Proverò a fare un disegnino.
I due omini sono A e B. I trattini (-) sono le loro armi. Un trattino vuol dire guardia, due trattini è il braccio esteso in attacco. Un carattere è lo spazio un passo. Lo spazio vuoto è rappresentato da punti (.).

Ad esempio,

...A--B...

Sono A e B entrambi in guardia, ad un passo di portata l'uno dall'altro.
A avanza di un passo e attacca, B indietreggia di un passo e para:

....A-=B..

(l'uguale sono le due armi nello stesso punto)

Capito?
No?
Beh in effetti lo schemino fa cagare.

Evidenzio A, vediamo se poi capite:

....A-=B..

Capito?
No?
Eh vabbè ma allora siete voi.

In pratica: Se la distanza iniziale fra i due non è sufficiente a colpirsi col solo movimento di braccia, e al momento dell'attacco entrambi si muovono nella stessa direzione e della stessa distanza, non c'è possibilità fisica che l'attacco vada a segno.

Finché B può indietreggiare a volontà, A può smanacciare quanto gli pare, non lo colpirà.
Quindi, freschi freschi del video di prima, direte: B è un figo! A, nonostante tutti i suoi sforzi, non lo può colpire!
...grazie al cazzo!
Ma ciò non implica che B possa colpire A. Anzi, all'atto pratico, è molto probabile che chi difenda si sposti un po' troppo indietro, rendendo un suo eventuale contrattacco molto più difficile rispetto ad un secondo attacco di chi ha preso l'iniziativa (che sta già andando avanti, quindi fa ben poca fatica a continuare... mentre saltellare avanti e indietro è piuttosto scomodo).
E questo è valido se prendiamo due inesperti.
Se chi attacca, disgraziatamente, sa anche quello che fa, la situazione cambia drasticamente. A questo punto, il nostro povero B che non fa altro che parare andando indietro è nella merda fino al collo, per le seguenti ragioni:

-A riuscirà a modificare la distanza percorsa anche durante l'attacco, seguendo B e rimanendogli appiccicato. Essendo B a portata, non è affatto detto che riesca a parare i colpi di A. Sapendo che B para e basta, A può anche ricorrere a giochetti da osteria come finta alta e attacco basso, oppure gridare "dietro di te! una scimmia a tre teste!" e colpire non appena l'idiota si gira.

-B sta facendo condurre lo scontro ad A.

Per i profani, il concetto di "conduzione del combattimento" è a volte un po' ostico. Facendola breve, chi prende l'iniziativa conduce, chi reagisce è condotto. Un po' come nei balli di coppia: c'è uno che sposta e l'altro che si lascia spostare.
Finché chi conduce lo scontro non ne è cosciente, l'altro non rischia molto, soprattutto se - come dicevo prima - ha abbondante spazio di manovra. Nel caso contrario, chi conduce è nettamente in vantaggio (a meno che anche l'altro non sia perfettamente cosciente di ciò che sta facendo).
Chi conduce è in grado di spostare l'altro dove vuole. Può buttarlo in un mucchio di rovi, farlo inciampare, metterlo con le spalle al muro o in un angolo... queste sono cose che nelle nostre belle palestrone spaziose e senza ostacoli non vengono prese molto in considerazione, ma dovrebbero.
Va notato anche come l'ambiente di scontro diventa esponenzialmente più importante al crescere della portata delle armi. Facendo a cazzotti, conta ma non molto (ed è per questo che viene spesso ignorato). Combattendo con la spada assume una considerevole importanza. Con le armi lunghe come lance o alabarde è vitale.
Con pistole e fucili, il terreno stesso è l'anima dello scontro, visto che senza un riparo non si parla tanto di combattimento quanto di morte casuale e immediata di quasi tutti i coinvolti.

Alla luce di queste cose, rivediamo il video di prima e rendiamoci conto di quanto è "fictional":

CAZZATA N.1, 0:11 - Il giappo lascia che il cinese si metta nella sua posizione ridicola, procedimento lungo e complesso che prevede anche la perdita del contatto visivo. Gnamo, omino giappo, che razza di cattivo sei? Quello si gira e non ne approfitti?
Dove sono finiti i cari vecchi cattivi senza scrupoli?
Vabè, facciamo finta che questa sia una cosa da Persone Onorevoli e lasciamo correre.

CAZZATA N.2, 0:18 e secondi successivi - c'è uno muro alla sinistra del giappo e lui ci si sposta davanti, mentre il cinese gli gira intorno e si lascia tutta la piazzola alle spalle. Complimenti, una mossa degna di Von Clausewitz.

CAZZATA N.3, 0:22 e successivi - questa la conto come una ma sono innumerevoli. Ho visto un colpo deliberatamente a vuoto, un taglio alla gola pressoché inevitabile lasciato perdere in favore di una pressione insensata sulla lama dell'avversario, una possibile presa al polso semplicemente ignorata, e questo solo ad un'occhiata veloce.

...ok, desisto, ce ne sono troppe, non ho voglia di elencarle tutte con tanto di secondo del video.

Voi direte: "Beh, è un film, se il combattimento durava due secondi sarebbe stato poco spettacolare!"
Che dire: concordo, concordo in pieno! Anzi, è proprio questo il succo della questione. E' una cosa spettacolare. La sua coerenza con la realtà è infima. Ma tanta gente, senza rendersene conto, la prende per vera. Non che mi ci incazzi, sono affari loro! Però sto parlando proprio di questo.

RESISTERE A OLTRANZA E' UN LENTO SUICIDIO.

La difesa nel senso di 'parata' a cui non segue un contrattacco immediato è qualcosa che può accadere, in uno scontro, ma è tipica di una persona in posizione di svantaggio e difficoltà. Se sono su un terreno instabile, o se mi stanno attaccando in tanti, può capitare che io non sia in grado di reagire in modo appropriato ed allora prendo tempo con una parata.

In effetti, possiamo vedere la parata esattamente come una manovra atta esclusivamente a prendere tempo, a rimandare. Il combattimento è uno specchio pressoché reale della vita, quindi possiamo ragionare all'inverso. Nella vita, quanto si può rimandare qualcosa?
Quanto tempo si può prendere?
E' meglio rimandare e prendere tempo o gestire le cose il prima possibile?

Una persona che non fa altro che prendere tempo finisce inevitabilmente sommersa dai problemi, e infine capitombola.

Mi è capitato di combattere, anche se solo per gioco, per pochi secondi e con armi improvvisate (sacchetti della spazzatura, racchette, cose così) con persone che si difendevano a oltranza. Io, ormai abituato ad applicare certe tattiche senza pensarci troppo su, premevo l'attacco, e loro andavano indietro parando. Tipicamente si sentivano dei fighi per aver respinto i miei assalti. Del resto io mi alleno in vari modi con la spada da una vita, loro non hanno questa passione, quindi è una sorta di medaglia al valore, come una formica che batte un gigante.

Chiariamoci, le uniche persone che non siano in grado di difendersi passivamente per qualche secondo sono quelli che, se vedono arrivare un colpo, tirano un gridolino, si girano di spalle e si proteggono la testa. Tra l'altro, se solo non avessero paura si saprebbero difendere anche loro. ("Ne uccide più la paura che la spada", cit.)
Vincere è tutto un altro par di maniche.

Nella realtà, spesso, chi attacca vince.
Nelle arti marziali reali, si lavora tanto sui CONTRATTACCHI proprio perché sono la cosa che richiede più lavoro: dopo un po', tutti sono in grado di sferrare un colpo decente, mentre contrattaccare un colpo decente non è affatto facile.

NOTA FINALE - c'è un motivo per cui i combattimenti dei film sono fatti così. Nell'ambiente, questo modo di combattere viene chiamato Flynning dal nome dell'attore Errol Flynn, eroe dello swashbuckling. Agli albori dei film in costume, per preservare l'integrità fisica degli attori è stato escogitato questo metodo. Per maggiori informazioni, dedicate esclusivamente a chi capisce l'inglese, vi giro questo link.

giovedì 2 febbraio 2012

Vuotare il secchio, ma razionalmente.

Tempo fa provai a fare un riepilogo.
Sentivo il bisogno di farlo. Ogni persona ha un certo numero di cose che si tiene dentro, ma non ne può tenere infinite, né per infinito tempo. Quando la massa di esperienze nascoste arriva a pesare troppo, o troppo a lungo, uno deve svuotare il secchio. Non c'è cazzi. (Wow, come sono francese).
C'è chi si confida con un amico, c'è chi scrive un libro o una poesia, c'è chi ci fa un film o una canzone. Per me, scrivere un libro o girare un film risultava troppo lungo e dispendioso. Una poesia non la scrivo neanche con un fucile sulla tempia, e le canzoni sono poesie con la musica. Ne avrei parlato con un amico, ma non l'ho fatto per una serie di motivi che scriverò fra poco. Visto che ho un blog, ho scritto sul blog.
Però - ingenuamente - quando mi sono deciso a scrivere non ho pensato a una cosa. Non ho pensato che, sparse per il riepilogo, c'erano tante cose che non avrei voluto diffondere al Grande pubblico. (Ho scritto Grande pubblico, quindi ho senso dell'umorismo, yay).
E non erano neanche cose facilmente saltabili, visto che alcune rappresentavano addirittura il cardine dell'intera storia. Quindi ho finito con lo scrivere un 'capitolo' e via. Non scriverò altro, non è il caso, o almeno non è il momento adatto: forse quando avrò il doppio degli anni, e non me ne fregherà più un cazzo di quel che facevo negli early twenties, scriverò tutta la storia per intero.
Non svuoterò quindi il secchio. Non tutto. Ci farò dei buchetti sul fondo e lo userò come annaffiatoio: è anche più costruttivo, simbolicamente. Il secchio che si svuota è quello della merda, l'annaffiatoio serve a nutrire le piante, a nutrire la vita.

Ok, ora che mi sono divertito col cazzeggio verbale, si passa all'azione.

Avete facebook?
Se non ce l'avete, starete probabilmente facendo quella faccina supponente e beffarda di chi si dice, fra sé e sé, "haha io in quella roba non ci casco". Bravissimi, non ce ne frega un cazzo.
Se ce l'avete, probabilente avrete notato come i social network finiscano col rispecchiare la società reale. Il fatto che siano virtuali, piuttosto che distorcere l'immagine che danno della società, rende i ritmi di comunicazione molto più serrati, col risultato che ci vuole veramente poco tempo prima che un social network rispecchi a livello quasi totale la società vera. Almeno io la penso così. Voi no? gnegnegne, il blog è mio e qua dentro ho ragione io.

Tornando a noi, se avete facebook (e più di 10 amici, senza contare quelli falsi fatti solo per mandarsi i regali da soli a Farmville, Castleville, Montecatinitermeville e Sticazzodigiochinicolvillehannorottolepalleville) avrete sicuramente notato una cosa.
Ci sono due tipi di utenti su facebook:

Quelli che fanno filosofia spicciola e depressa,
E
Quelli che non la fanno.

Quelli fanno filosofia spicciola e depressa si riconoscono facilmente: stanno loggati 24\24 7\7, e postano stati molto profondi nei quali riflettono sull'ingiustizia del mondo, sul fatto che 'i-bravi-ragazzi-non-cuccano-mai' oppure 'gli-uomini-sono-tutti-degli-stronzi' o ancora 'io-sorrido-fuori-ma-piango-dentro' (sorridi fuori?? ma quando mai?? non è che l'hai scritta a rovescio?).
Raramente posteranno stati più corti di 3 righe e dal significato banale. Loro sono i grandi pensatori di questo secolo, certe cose non le fanno. Anche perché, con lo stato filosopresso (filosofico-depresso) si cuccano quei 2-3 'mi piace' che rinfrancano lo spirito e ti fanno sentire parte del mondo, mentre se scrivono "oggi vado a fare due passi in città" non se li caga nessuno e si sentono dei perfetti idioti.

Quelli che non fanno filosofia spicciola e depressa scrivono "oggi vado a fare due passi in città".
E ottengono 347 'mi piace' più qualche migliaio di commenti.
Spesso sono donne, ma non è detto.

Qui il mio spirito logico-matematico mi tenterebbe con l'idea che, se questi tizi\tizie scrivessero post profondi e psicologici, nessuno se li cagherebbe. La simmetria è sempre affascinante per i malati mentali come me. Ma purtroppo qui siamo in presenza di una semplice, banale scala dove alcuni sono più in alto e altri più in basso. Abbastanza triste.

Il succo è che se quelli-che-non-fanno-etc etc scrivono, disgraziatamente, uno stato filosofico e profondo (anche se è profondo come una pozzanghera), ottengono un numero di gradimenti e commenti positivi che manda in palla i server di facebook a Palo Alto, il sito va giù, succede un casino e tutti offendono Mark Zuckerberg, il che non è poi una cosa tanto malvagia.

Tutto questo giro di parole mi serviva, in ultima analisi, solo per dare sfoggio della mia brillante ironia e per far notare un semplicissimo concetto:
Ci sono persone che hanno successo e persone che non ce l'hanno.

Detta così è triste. Sembra quasi che ci sia una divisione genetica fra vincenti e perdenti, un concetto tipico delle peggiori americanate. Sembra che ci siano i belli-e-bravi e i brutti-e-sfigati, quelli con un futuro e quelli senza.

Qui però mi auto-nomino araldo della luce e dichiaro: Non è così. Ve lo dico io per esperienza personale.

Alla fine il riepilogo era questo: io sono stato in tutti e due i posti, ho viaggiato da un capo all'altro del termometro sociale.
Detto così sembra figo, ma non è che poi lo sia granché, ad essere sinceri.

Al momento sono sulle temperature basse, altrimenti non scriverei qui.

Quando ho alzato la temperatura ero felice e convinto di aver capito il meccanismo. Stavo bene. Cazzo, se stavo bene. Quelli che ci stanno tutto il tempo non possono capire quanto sia goduriosa l'escursione termica in salita. E' come l'odorino del pranzo prima di mangiare, come i preparativi per una festa, come l'ultima ora di scuola prima delle vacanze. Pregusti ciò che ti aspetta e ci sguazzi come una rana.

Però pare che il meccanismo non l'avessi capito. Ho solo avuto una botta di culo. Una botta di culo particolare, di quelle indirette. Pensavo di aver trovato la formula, ma in realtà era una condizione ambientale ad aver fatto funzionare la miscela. Un caso, una circostanza fortunata. Poi, ci ha pensato la mia fretta di raggiungere l'obiettivo a farmi scivolare, e ricadere giù.

La differenza si sente, è palpabile, come andare in canottiera e mutande sul K2 e poi starsene in maglione e giacca a vento all'equatore.

Quando sei sulle alte temperature, non devi fare un granché. Nulla, in effetti. Meno fai, meglio è. Ti fai allegramente i cazzi tuoi e ti diverti a vedere gli altri che, per qualche misterioso motivo, ti gravitano attorno come se fossi una piccola stella. Non sono il tipo da cercare qualcosa di squallido in ciò: è solo come funziona il mondo. Inutile dire che è una situazione molto piacevole.
E' quello che chiamano fascino, o carisma, o come vi pare, e funziona. Non è come essere pieni di soldi. In quel caso, la gente ti gira intorno perché spera che tu gli dia parte della grana. E' alla grana che sono interessati, di te non gliene frega una ceppa e se smetti di elargire fondi smette anche di arrivare la gente.
Quando invece il fenomeno è spontaneo, la musica è completamente diversa. I meccanismi alla base sono in effetti abbastanza simili: la gente da te cerca approvazione, e se non la dai mai, dopo un po' non c'è più nessuno. Ma l'approvazione è gratis e vedere una persona felice solo perché passi del tempo con lei fa stare decisamente bene.

Alle basse temperature, beh, hai due opzioni. Puoi fare come plutone e gravitare intorno a una piccola stella, ai margini, quasi invisibile. Con un minimo di calore in arrivo, forse qualche piccola luna che gravita insieme a te, mentre gli scienziati decidono che alla fine non meriti di essere classificato come un pianeta vero e proprio.
Oppure puoi fare l'asteroide, e vagare da solo per la galassia.
Il più delle volte uno fa un po' entrambe le cose.

La gente 'fredda' ha, come ho potuto vedere, la spiccata tendenza a dare la colpa agli altri della propria condizione. Credo sia comprensibile. Alla fine sono gli altri che non li cagano, sono gli altri che negano loro quel poco di calore che li farebbe sentire parte del mondo e in pace con sé stessi, no?
Beh, a volte uno farebbe bene a chiedersi cosa ci guadagnano gli altri a fare così.
La risposta è semplice, banale, da un lato rassicurante e dall'altro molto triste. Ed è che non ci guadagnano niente. E' che nessuno ce l'ha con te. Non gli stai sul cazzo o altro. Nessuno è cattivo con te.
Se non ti cagano è solo colpa tua. "Colpa" è un termine forte, sembra quasi che tu abbia fatto qualcosa di male.

Io, visto che ilblogèmioehoragioneio, sono più fygo e quindi non do la colpa a nessuno. So bene che tutto ciò che mi serve per cambiare la situazione è dentro di me. Vorrei solo capire come devo fare.
Perché, e qui concedetemi lo sfogo, è abbastanza frustrante vedere che nonostante tutto quello che fai (o NON fai) la situazione non cambia mai, mentre altra gente, senza fare niente (nel caso migliore) o facendo le stesse cose che fai te (nel caso fottutamente peggiore, nonché il più irritante), viene considerata dal mondo come se fossero dei vip.

Il tutto rappresenta ancora più un monumentale giramento di palle nel momento in cui PROVI sulla tua pelle cosa vuol dire avere un posto nel mondo, e poi questo posto scompare.

Staremo a vedere... ho imparato a tagliare un sacco di cose, taglierò anche questa.

(Sbizzarritevi coi doppi sensi...)

domenica 29 gennaio 2012

Sé e la percezione di sé

Quando si impara qualcosa, si percorrono due strade.
Una è quella delle proprie capacità, dei propri limiti. Che vengono superati, ad ogni passo. Ogni goccia di sudore versato, ogni imprecazione per un errore commesso, ogni volta che ci si rimette in piedi e si riesamina tutto da capo, è un passo avanti, una goccia nel mare. Che si stia imparando a combattere o a ricamare, a danzare o a tirare a segno, a programmare o a dipingere.
E' una strada lunga e in salita, perennemente in salita. C'è sempre una sfida maggiore, c'è sempre qualche lacuna da colmare.
Ma è anche una strada impossibile da vedere con chiarezza.
Viviamo nella realtà, non c'è una GUI che ci informa del nostro livello di abilità.
Non so se ho "Spada" a 14 o a 40, né su che scala. Posso solo valutarmi in base ai risultati che ottengo. Posso solo valutare se un colpo era forte o debole, se è andato a segno o a vuoto, se mi sono mosso presto o tardi.
Ma i risultati dipendono dalle proprie capacità solo in parte. Una parte estremamente piccola, se si considerano le abilità specifiche.
Posso aver provato una tecnica mille volte, aver compreso un principio con corpo, mente e anima, ma non è detto che in un combattimento (vero o finto) io riesca ad applicarlo sempre.
Dipende anche dal proprio stato d'animo, da ciò che ci circonda, da tutta una serie di cose che normalmente non vengono considerate come la posizione del sole, l'umidità dell'aria, cosa ho mangiato due ore prima.
Certo, posso allenarmi a controllare il mio stato d'animo, posso studiare il terreno migliore, e - fino ad un certo punto - scegliere il momento più adatto ad applicare la tecnica. Ma nel dojo queste cose non vengono insegnate, o almeno non formalmente. E comunque c'è un limite al controllo che si può esercitare, un limite spesso sottovalutato.

Poi c'è l'altra strada. La strada della propria percezione.
Imparando una disciplina non si impara solo a praticarla, ma anche a cogliere sottili differenze, a vedere ciò che gli altri non vedono, a capire cose che gli altri non possono capire. Un profano vede lo stesso colpo tirato 3 volte, per me sono tre principi completamente diversi. Allo stesso modo, potrei tranquillamente non distinguere fra loro due ricami ottenuti con tecniche abissalmente differenti, che un sarto esperto riconosce a colpo d'occhio.

Raramente si riesce a percorrere queste due strade con la medesima velocità. Credo che non ci riesca nessuno. Inevitabilmente, si arriva a un momento dove tutto cambia.
Non perché cambi veramente, ma perché cambia la percezione che se ne ha.

Io sono una persona fortemente razionale, e se da un lato questo è un pregio, è anche - in casi come questo - una maledizione. Perché sono portato a credere a ciò che percepisco. Ma la mia percezione non può essere sempre esatta. Posso credere per anni di muovermi perfettamente e poi, gradualmente, rendermi conto di fare dei gravi errori. Allo stesso modo, posso rimanere ossessionato da un errore che ho smesso di commettere da molto tempo.

Quando arriva il momento, quando tutto cambia, si impara una lezione fondamentale: ciò che vedo non è ciò che è.
Ciò che vedo è una rappresentazione, una bozza, una sagoma nella nebbia, e solo andando avanti potrò vedere chiaramente.

N.B. Ovviamente questo non implica che è ciò che non vedo. Chi ha orecchi per intendere intenda.

(E gli altri, nel bungalow. Ok, picchiatemi.)