mercoledì 7 marzo 2012

Valutare

Ho 20 anni.
Ormai sono vecchio, e credo sia giunto il momento per me di diffondere la saggezza che ho accumulato in questa lunga vita al mondo.
Così la mamma mi dice che sono bravo e mi compra un lecca-lecca, evviva!

In questi anni ho potuto osservare una certa distinzione, abbastanza netta, delle persone. Come per ogni cosa ci sono le sfumature di grigio, ma in questo caso ne ho notate poche.

Le persone si dividono in base a come valutano la propria vita e quella degli altri. In base ai loro valori, a ciò che considerano importante e meno importante.

Ci sono persone che valutano la vita in base all'abilità. Sono tutte persone tristi.
Ne conosco tantissime, in effetti è una categoria molto vasta, alla quale appartengo, a volte, pure io.
Le persone che valutano la propria vita in base all'abilità vedono tutti come tante schede del personaggio, e stilano mentalmente classifiche dei 'livelli' di ognuno. Si sentono soddisfatti ed in pace con sé stessi quando sono allo stesso livello, oppure ad un livello superiore, delle altre persone che conoscono della stessa 'classe'.
(Come avrete notato, molte delle persone che valutano la vita in base all'abilità sono anche nerd: le due cose si sposano perfettamente)

Stilano classifiche in base a ciò che sanno fare e a quanto bene sanno farlo. Vivono in una eterna e silenziosa competizione con tutti, cosa che diventa lampante non appena li si conosce in un modo più approfondito di "ehi, ciao".
Spesso a queste persone non frega più di tanto dei valori morali, almeno finché non sono loro stessi a subire un torto. Loro vivono in base all'abilità. Ogni giorno, ogni istante è per loro una gara a chi è più forte, è il loro modo di pensare. Ma sanno bene che questa cosa è socialmente ridicola (nonostante lo facciano in tantissimi), quindi è anche una gara silenziosa, fatta di sguardi, parole ben calibrate, comunicazioni sibilline.
Sono persone che non riescono a distaccare sé stessi dai propri risultati. Loro si identificano con i propri risultati.
Io sono stato così, ed ogni tanto torno ad esserlo, e posso testimoniare come questo modo di vivere sia distruttivo, per sé e per gli altri.
Spesso le persone che hanno un qualche talento ma che vivono in questo modo stanno peggio degli altri, perché se da un lato tendono ad avere risultati migliori sul breve termine, i fallimenti sono inevitabili e in loro si insinua il tarlo del dubbio, il pensiero strisciante e maligno: "Sono un perdente? Il mio talento è tutta un'illusione?". Mentre chi non ha fin da subito buoni risultati tende a crescere - tramite l'impegno - in modo più stabile, anche se lento, ed a rimanere più tranquillo. Non che l'assenza di talento sia una salvezza da questa forma mentis, comunque, dato che - una volta arrivati ad un buon livello - si potrebbe comunque essere battuti, e ripiombare nell'antica desolazione del "non ho talento, devo faticare il triplo degli altri per avere metà dei risultati".

Il bello è che se pure questa costante competizione è distruttiva per l'individuo, risulta eccellente in larga scala, visto che la costante ricerca di risultati migliori porta ad un rapido avanzamento della conoscenza comune. E viene incoraggiata dalla società.

A tutto questo uniamo il fatto che le capacità effettive sono difficilmente misurabili: ciò che è veramente misurabile sono i risultati, ed essi dipendono solo in parte dalle capacità, e molto di più dalle circostanze.
Anni fa iniziai a fare ginnastica in casa, ed il programma di allenamento includeva ovviamente gli addominali. Ogni volta riuscivo a farne più della volta prima, del resto l'allenamento consiste proprio in questo. Poi, col passare dei mesi, iniziai a resistere di meno. Andai nel panico: cosa sbaglio? Com'è possibile che le mie capacità calino con l'allenamento, anziché aumentare? Chiesi aiuto in un forum, e mi fu data una semplice risposta:

"E' luglio, imbecille. Fa caldo e quindi resisti di meno alla fatica."

Credo che questo sia il modo più efficace per far capire cosa intendo. Se ci si riflette un attimo, poi, viene da sé che quello dell'allenamento fisico (almeno, quello basato su ripetizioni) è uno dei casi più banali che possa capitare. Se si mettono in ballo attività più complesse, i fattori in gioco diventano molti di più, ed i risultati si distaccano sempre di più dalle capacità.
Giudicare la propria vita in base alle abilità equivale giudicarla in base ai propri risultati, e ciò è distruttivo. Più elementi si tirano in ballo nel giudizio, più ci si fa casino in testa, e poi non serve a niente: il vero problema non sta nel fallimento (vero o presunto che sia), ma nel proprio ego ferito, scalciante, che piange silenziosamente facendoci bruciare il petto. E quello non si placa con le giustificazioni razionali, per quanto esse possano essere corrette. Si placa solo in due modi: con altri risultati talmente positivi da ribaltare il proprio giudizio, oppure prendendo coscienza della situazione e controllandosi.

Ogni pensiero negativo è inutile.

Conosco persone che non sanno fare un granché. Si appassionano a tante cose, ma non risultano talentuose in nessuna di esse.
Hanno un sacco di amici, si divertono e sono sempre cercati dagli altri. Sono persone che non ti mettono a disagio, sono amichevoli con tutti, hanno uno spirito semplice e soddisfatto della vita. Com'è possibile? Sono degli illuminati?

No, sono semplicemente persone che hanno un diverso sistema di valori.

Sono persone che si identificano NON nei risultati che hanno, ma nella propria autoimmagine. In poche parole sono normali: il loro ego corrisponde... beh, corrisponde a loro stessi. Sono persone che valutano le intenzioni, le motivazioni, e si interessano dei risultati solo in funzione delle conseguenze che essi hanno. In poche parole, per loro l'abilità è un mezzo, uno strumento che si può avere o meno, ma non determina la 'posizione in classifica' di un individuo.
Inutile far notare come questo modo di vedere le cose renda la vita molto più tranquilla. Viviamo in un mondo molto meno difficile rispetto a secoli fa: all'epoca i risultati potevano fare la differenza fra la vita e la morte, e quindi erano importanti. Ma lo erano in funzione delle loro conseguenze, non in sé.

Se queste persone hanno una motivazione valida per ottenere dei risultati, si impegneranno al massimo, e forse riusciranno anche a battere gente talentuosa-ma-stressata (stressata a causa della propria visione del mondo). Pensiamoci un attimo: una persona che ha dedicato tutta la propria vita ad un'abilità, una persona che si identifica con essa, è molto più in gioco di una persona che vive in tutt'altro modo. Se vince, non ottiene molto, avendo battuto un dilettante. Mentre se perde, è la fine. Una pressione psicologica del genere può tirar giù il più abile degli atleti, il più intelligente dei matematici, il più colto del letterati.

Dall'altra parte, il 'dilettante' è tranquillo e sicuro di sé. Si confronta per divertimento oppure perché cerca di raggiungere qualcosa. Se perde, sarà dispiaciuto per non aver raggiunto il proprio obiettivo, ma si impegnerà di più la prossima volta, o cercherà un'altra strada per arrivarci. Se vince... avrà ottenuto ciò che voleva, e fine. In ogni caso non ne verrà fuori una tragedia.

Le persone che non-valutano-in-base-alle-abilità sono le persone che sopravvivono. Immaginiamoci una battaglia. I guerrieri esperti, che hanno dedicato la propria vita alle capacità marziali, combatteranno ferocemente in prima linea e moriranno da eroi. La gente normale combatterà per sopravvivere, e se le cose si dovessero mettere male... si darà alla fuga. Sopravvivendo.

E qui si capisce come mai la società, e chi la guida, abbia da sempre cercato di imporre questa visione del mondo innaturale e autodistruttiva: perché in larga scala produce risultati migliori. Un'armata che combatte fino alla fine vince contro una che si dà alla fuga quando inizia a perdere. Ma ha anche molti più caduti.

Ogni individuo è programmato per sopravvivere, riprodursi ed avere una vita felice, non per fare il successo della sua nazione\squadra\esercito\quelchevipare.

Bisogna poi anche considerare che, su scala individuale, il talento è qualcosa che spaventa. Una persona che espone le proprie capacità mette gli altri a disagio, crea un'aria di competizione che tende a rigettare le persone. Ovviamente i fissati delle abilità non vorranno tirarsi indietro, e se lo fanno, cercheranno sicuramente di spacciare la ritirata per un "tsk, non mi confronto con gente così inferiore a me".
Il vecchio principio di saggezza popolare, presente un po' in tutte le culture, di non dare sfoggio eccessivo delle proprie capacità, ma di usarle solo quando servono (impara l'arte e mettila da parte) ha radici reali proprio in questo fatto.

Finisco con un indovinello.
Due bambini stanno nascendo, e le loro anime si preparano ad entrare nei piccoli corpi. Prima di arrivare sulla terra, il grande spirito si rivolge a loro, dicendo:
"Uno di voi sarà, nella vita, intelligente ma infelice. L'altro sarà stupido, ma felice. Decidete chi sarà chi".
Le due anime si accordano e poi scendono sulla terra.
Quale delle due anime è stata la più intelligente?

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