Quando si impara qualcosa, si percorrono due strade.
Una è quella delle proprie capacità, dei propri limiti. Che vengono superati, ad ogni passo. Ogni goccia di sudore versato, ogni imprecazione per un errore commesso, ogni volta che ci si rimette in piedi e si riesamina tutto da capo, è un passo avanti, una goccia nel mare. Che si stia imparando a combattere o a ricamare, a danzare o a tirare a segno, a programmare o a dipingere.
E' una strada lunga e in salita, perennemente in salita. C'è sempre una sfida maggiore, c'è sempre qualche lacuna da colmare.
Ma è anche una strada impossibile da vedere con chiarezza.
Viviamo nella realtà, non c'è una GUI che ci informa del nostro livello di abilità.
Non so se ho "Spada" a 14 o a 40, né su che scala. Posso solo valutarmi in base ai risultati che ottengo. Posso solo valutare se un colpo era forte o debole, se è andato a segno o a vuoto, se mi sono mosso presto o tardi.
Ma i risultati dipendono dalle proprie capacità solo in parte. Una parte estremamente piccola, se si considerano le abilità specifiche.
Posso aver provato una tecnica mille volte, aver compreso un principio con corpo, mente e anima, ma non è detto che in un combattimento (vero o finto) io riesca ad applicarlo sempre.
Dipende anche dal proprio stato d'animo, da ciò che ci circonda, da tutta una serie di cose che normalmente non vengono considerate come la posizione del sole, l'umidità dell'aria, cosa ho mangiato due ore prima.
Certo, posso allenarmi a controllare il mio stato d'animo, posso studiare il terreno migliore, e - fino ad un certo punto - scegliere il momento più adatto ad applicare la tecnica. Ma nel dojo queste cose non vengono insegnate, o almeno non formalmente. E comunque c'è un limite al controllo che si può esercitare, un limite spesso sottovalutato.
Poi c'è l'altra strada. La strada della propria percezione.
Imparando una disciplina non si impara solo a praticarla, ma anche a cogliere sottili differenze, a vedere ciò che gli altri non vedono, a capire cose che gli altri non possono capire. Un profano vede lo stesso colpo tirato 3 volte, per me sono tre principi completamente diversi. Allo stesso modo, potrei tranquillamente non distinguere fra loro due ricami ottenuti con tecniche abissalmente differenti, che un sarto esperto riconosce a colpo d'occhio.
Raramente si riesce a percorrere queste due strade con la medesima velocità. Credo che non ci riesca nessuno. Inevitabilmente, si arriva a un momento dove tutto cambia.
Non perché cambi veramente, ma perché cambia la percezione che se ne ha.
Io sono una persona fortemente razionale, e se da un lato questo è un pregio, è anche - in casi come questo - una maledizione. Perché sono portato a credere a ciò che percepisco. Ma la mia percezione non può essere sempre esatta. Posso credere per anni di muovermi perfettamente e poi, gradualmente, rendermi conto di fare dei gravi errori. Allo stesso modo, posso rimanere ossessionato da un errore che ho smesso di commettere da molto tempo.
Quando arriva il momento, quando tutto cambia, si impara una lezione fondamentale: ciò che vedo non è ciò che è.
Ciò che vedo è una rappresentazione, una bozza, una sagoma nella nebbia, e solo andando avanti potrò vedere chiaramente.
N.B. Ovviamente questo non implica che è ciò che non vedo. Chi ha orecchi per intendere intenda.
(E gli altri, nel bungalow. Ok, picchiatemi.)
domenica 29 gennaio 2012
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