Cosa sono "io"?
Ciò che penso, che sento? "io"?
La mia coscienza?
È l'Ego.
Ovverosia la parte del nostro cervello, della nostra mente che identifica il "me". Quel che sono io. Tutto ciò che sono, che rappresento, che esprimo.
Il mio modo di essere, la mia visione delle cose, tutto è Ego.
L'Ego è un meccanismo base di difesa, per la sopravvivenza del genere umano.
In origine, quando l'uomo altro non era che un animale, l'Ego corrispondeva esattamente al corpo, alla parte FISICA di ogni individuo.
Il mio ME era il mio corpo. L'uomo concepiva se stesso solo sul piano fisico.
Ma l'ego è una strana bestia, è un marasma in continuo mutamento, o meglio, è come un gas, che automaticamente si espande, occupando tutto lo spazio possibile.
In origine, i molti pericoli naturali a cui era esposto l'uomo comprimevano il suo ego fino a limitarne i confini alla pelle.
Ma con lo sviluppo della società, e la coseguente sicurezza, l'uomo ha iniziato il processo di 'astrazione di sé', che ha rotto i limiti dell'ego ed ha permesso che iniziasse ad espandersi.
Al giorno d'oggi, l'ego è una bestia enorme e disumana, gigantesca e tentacolare, pronta ad inglobare tutto ciò che ci circonda.
Un tempo "Io" era il mio corpo.
Ora "Io" è: il mio corpo, la mia reputazione, i miei soldi, le mie cose, le persone a cui tengo, le cose che so fare, il mio aspetto, il mio lavoro, il mio rendimento scolastico, le mie conoscenze, la mia immagine e posizione sociale, eccetera eccetera. MILIONI di cose. L'ego è SMISURATO.
Ma come funziona l'ego? A cosa serve?
Come ho detto prima, l'ego è un meccanismo base per la sopravvivenza dell'individuo.
Il suo funzionamento è molto semplice. Quando l'ego è sotto minaccia, o quando è ferito, il cervello innesca la cosiddetta "tensione", chiamata anche "ansia", "angoscia", la quale - sul piano puramente fisico - è una vera e propria tensione elettrica che attraversa un gruppo di muscoli (solitamente quelli sul collo e sulle spalle), che si contraggono provocando un vero e proprio DOLORE. Un dolore che il nostro cervello è programmato per non riconoscere come dolore fisico, ma come dolore emotivo.
Le naturali reazioni alla tensione sono la lotta e la fuga.
Il meccanismo ego-tensione funziona benissimo per garantire la sopravvivenza di un animale. Quando il suo corpo è ferito o sotto minaccia, l'animale reagisce lottando o scappando.
In assenza di questo meccanismo, saremmo come manichini pronti a farci sbranare dalla prima bestia che passa.
Ma dato che dio, come tutti sanno, come programmatore non valeva granché, il meccanismo ha un grosso bug.
Cosa succede quando l'ego si espande?
Facile. Diventiamo più vulnerabili. Anzi, diventiamo estremamente vulnerabili.
Poniamo, per assurdo, di poter in qualche modo comunicare con un uomo primitivo. Se gli dicessimo "sei una checca senza palle" lui probabilmente si tasterebbe per controllare e poi risponderebbe con aria perplessa: "no".
Siamo sinceri: se uno a caso viene lì e vi dice con aria di scherno: "sei una checca senza palle", per quanto possiate mostrare autocontrollo, almeno un pochino vi incazzate. Ovvero provate tensione.
E quali sono, nel profondo, le reazioni possibili?
Lottare o fuggire.
Ovviamente tutto passa per svariati filtri; il cervello è una macchina estremamente complessa, e tutti gli stimoli dell'istinto vengono fatti passare in una sorta catena di montaggio che li trasforma in reazioni "socialmente accettabili".
Ma nel profondo rimangono gli stessi: lottare o fuggire.
Come l'ubriacone che, se schernito, si alza e fa a cazzotti.
O come il bambino timido che, fatta una figuraccia, corre via rosso per la vergogna.
È tutto una ferita all'Ego.
Il problema è che il nostro ego è enorme, e di conseguenza proviamo tensione per diecimila cose: per un'offesa alla nostra reputazione o alla nostra immagine sociale, per aver perso una cosa, per aver rovinato le relazioni con qualcuno, per non aver ottenuto un risultato sperato... una lista dalla lunghezza impressionante, a cui siamo abituati, ma che è oggettivamente ASSURDA.
A questo punto, come fare a risolvere il problema?
Beh, facile! COMPRIMIAMOCI L'EGO.
Ok, mandatemi affanculo. Lo so che non si può fare così, schioccando le dita.
Non so come si fa, ma ci sono stati dei periodi della mia vita dove stavo meglio e il mio ego era tremendamente ridotto.
Non sono ancora riuscito ad isolare quali fossero, precisamente, le caratteristiche di tali periodi che portavano alla riduzione dell'ego.
Immagino quindi che questo sia il mio prossimo obiettivo. ;)
mercoledì 30 dicembre 2009
lunedì 14 dicembre 2009
Vuoto
Momenti di vuoto.
Non c'è emozione.
Non c'è sconforto, non c'è felicità.
Non c'è passione.
Non c'è tensione, non c'è serenità.
Non c'è noia, non c'è frenesia, non c'è movimento alcuno.
Non c'è nulla.
Vuoto.
Non c'è emozione.
Non c'è sconforto, non c'è felicità.
Non c'è passione.
Non c'è tensione, non c'è serenità.
Non c'è noia, non c'è frenesia, non c'è movimento alcuno.
Non c'è nulla.
Vuoto.
giovedì 19 novembre 2009
Troppa carne al fuoco
Troppa roba troppa roba troppa roba troppa roba troppa roba.
Filosofia di vita, spada, informatica, gioco di ruolo, musica, (possibilmente anche sgnacchera), tutto accatastato, buttato lì a caso, tessuto insieme con lo sparachiodi.
Ho una confusione in testa che ha dell'epocale. Una miriade di pensieri che si connettono fra di loro, in una rete complessa ed assurda, una matassa il cui bandolo ogni tanto si fa vivo, ogni tanto scompare.
Troppa carne al fuoco!
Ho pensato tanto. Non dico troppo perché troppo non è mai. La perfezione è il continuo miglioramento, passo per passo.
Mi sto costruendo un enorme schema, che comprende tutti i miei pensieri, ed ogni cosa si collega ad altre e poi ad altre... come una grande ragnatela filosofica.
Non c'è versi, devo mettere tutto per scritto e vedere di organizare la faccenda. Chissà che non possa tirarne fuori un libro?
"Seghe Mentali", di M.Amadio, Edizioni Scavrascazzoli. Suona bene?
Filosofia di vita, spada, informatica, gioco di ruolo, musica, (possibilmente anche sgnacchera), tutto accatastato, buttato lì a caso, tessuto insieme con lo sparachiodi.
Ho una confusione in testa che ha dell'epocale. Una miriade di pensieri che si connettono fra di loro, in una rete complessa ed assurda, una matassa il cui bandolo ogni tanto si fa vivo, ogni tanto scompare.
Troppa carne al fuoco!
Ho pensato tanto. Non dico troppo perché troppo non è mai. La perfezione è il continuo miglioramento, passo per passo.
Mi sto costruendo un enorme schema, che comprende tutti i miei pensieri, ed ogni cosa si collega ad altre e poi ad altre... come una grande ragnatela filosofica.
Non c'è versi, devo mettere tutto per scritto e vedere di organizare la faccenda. Chissà che non possa tirarne fuori un libro?
"Seghe Mentali", di M.Amadio, Edizioni Scavrascazzoli. Suona bene?
martedì 3 novembre 2009
venerdì 23 ottobre 2009
Fuori fase
Sarà il tempo brutto, forse... o magari chissà cosa.
Ma in questi giorni sono veramente sfasato.
Dovrei fare millemila cose... ma alla fine mi ciondolo e basta e non faccio nulla.
Ieri, per esempio, avrei dovuto:
Studiare italiano, oggi c'era il compito;
Studiare matematica, sono rimasto un po' indietro;
Scaricare e guardarmi gli appunti di Informatica;
Ripassare Sistemi che con le reti non ho molta pratica;
Fare i compiti di calcolo con cui sono rimasto indietro;
Pensare alle varie campagne di GDR e mettere gli appunti per iscritto;
Compilare i moduli per rinnovare l'iscrizione alla Corte e a Spada;
Dare ai miei la ricetta per gli antibiotici (maledetto dente del giudizio);
Leggere il libro che avrei dovuto leggere quest'estate;
Chiamare Nicco e dargli i soldi per il regalo di Carolina;
Ricaricare il cellulare, che oramai è più di un mese che giro senza soldi;
E magari anche qualcos'altro che ora come ora non mi ricordo.
Invece che ho fatto?
facile: un cazzo!
Mi sono ciondolato tutto il giorno, ogni tanto ho dato un'occhiata a facebook, ogni tanto ho tirato due o tre colpi a vuoto con la spada, ogni tanto ho pensato 3 secondi al gdr. fine. Non ho toccato libro né telefono.
Anche ora, scrivo senza una gran voglia di farlo.
Tutto questo mi fa ricordare un testo che ho letto sul sito di Neverland. Era un brano tratto da un libro molto particolare: fu scritto (sotto dettato, immagino) da un capo di una tribù di un'isoletta asiatica, venuto in Occidente e rimastoci per un po', ospite di alcuni gentiluomini.
In questo libro sono scritte le impressioni di questo uomo semplice e saggio sulla nostra società, la società dell'uomo bianco, che nella sua lingua si chiama papalagi.
Il brano si chiamava "il papalagi non ha tempo".
Il papalagi passa la sua vita a rincorrere il tempo, non lo maneggia, sembra sempre che gli sfugga dalle mani. Addirittura, il papalagi ha inventato delle macchinette che misurano il tempo, per essere sicuro di non perderne neanche un istante.
Al papalagi il giorno non basta mai, non riesce mai a trovare il tempo per ciò che vuole. Si sveglia al mattino, ed in fretta e furia va a lavorare, lavora frettolosamente, con ritmi serrati, poi torna a casa in fretta, mangia in fretta, torna al lavoro, continua a lavorare in fretta, e a sera torna frettolosamente a casa, si mette a dormire e poi tutto il giro ricomincia.
Il papalagi non riesce a vivere il suo tempo, cerca sempre di riacchiapparlo.
Se solo vivessimo il nostro tempo, anziché rincorrerlo... forse saremmo persone migliori.
Ma in questi giorni sono veramente sfasato.
Dovrei fare millemila cose... ma alla fine mi ciondolo e basta e non faccio nulla.
Ieri, per esempio, avrei dovuto:
Studiare italiano, oggi c'era il compito;
Studiare matematica, sono rimasto un po' indietro;
Scaricare e guardarmi gli appunti di Informatica;
Ripassare Sistemi che con le reti non ho molta pratica;
Fare i compiti di calcolo con cui sono rimasto indietro;
Pensare alle varie campagne di GDR e mettere gli appunti per iscritto;
Compilare i moduli per rinnovare l'iscrizione alla Corte e a Spada;
Dare ai miei la ricetta per gli antibiotici (maledetto dente del giudizio);
Leggere il libro che avrei dovuto leggere quest'estate;
Chiamare Nicco e dargli i soldi per il regalo di Carolina;
Ricaricare il cellulare, che oramai è più di un mese che giro senza soldi;
E magari anche qualcos'altro che ora come ora non mi ricordo.
Invece che ho fatto?
facile: un cazzo!
Mi sono ciondolato tutto il giorno, ogni tanto ho dato un'occhiata a facebook, ogni tanto ho tirato due o tre colpi a vuoto con la spada, ogni tanto ho pensato 3 secondi al gdr. fine. Non ho toccato libro né telefono.
Anche ora, scrivo senza una gran voglia di farlo.
Tutto questo mi fa ricordare un testo che ho letto sul sito di Neverland. Era un brano tratto da un libro molto particolare: fu scritto (sotto dettato, immagino) da un capo di una tribù di un'isoletta asiatica, venuto in Occidente e rimastoci per un po', ospite di alcuni gentiluomini.
In questo libro sono scritte le impressioni di questo uomo semplice e saggio sulla nostra società, la società dell'uomo bianco, che nella sua lingua si chiama papalagi.
Il brano si chiamava "il papalagi non ha tempo".
Il papalagi passa la sua vita a rincorrere il tempo, non lo maneggia, sembra sempre che gli sfugga dalle mani. Addirittura, il papalagi ha inventato delle macchinette che misurano il tempo, per essere sicuro di non perderne neanche un istante.
Al papalagi il giorno non basta mai, non riesce mai a trovare il tempo per ciò che vuole. Si sveglia al mattino, ed in fretta e furia va a lavorare, lavora frettolosamente, con ritmi serrati, poi torna a casa in fretta, mangia in fretta, torna al lavoro, continua a lavorare in fretta, e a sera torna frettolosamente a casa, si mette a dormire e poi tutto il giro ricomincia.
Il papalagi non riesce a vivere il suo tempo, cerca sempre di riacchiapparlo.
Se solo vivessimo il nostro tempo, anziché rincorrerlo... forse saremmo persone migliori.
venerdì 9 ottobre 2009
Larger than life
Alla fine, quello che veramente, nel profondo, desidererei sarebbe essere "larger than life".
Mi imbattei in questo modo di dire anglofono un po' di tempo fa, e mi rimase impresso per come esprime semplicemente un concetto che in italiano necessita di molte più parole per essere spiegato.
Una rozza traduzione di "larger than life" potrebbe essere "superiore ai comuni mortali", ma come modo di dire mi suona veramente MALISSIMO, senza contare che non esprime precisamente il vero concetto.
"Larger than life" sarebbe l'uomo che (riprendendo i dettami del gorin-no-sho) ha compreso la Via dell'Heiho, che ha ottenuto il Corpo di Roccia.
Non manipolabile, incrollabile, fermo, solido e quieto come la roccia.
Superiore alle bassezze, agli inganni, allo schifo della società umana.
Molta gente finge di avere il Corpo di Roccia, atteggiandosi a superiore, facendo finta di essere grande quando in realtà sta solamente cercando con disperazione l'approvazione di sé stesso e degli altri. Con talmente tanta disperazione da usare anche una certa violenza psicologica sul prossimo.
Ma chi l'ha davvero, è effettivamente superiore a tutto questo.
Certo, come ogni strumento, la differenza fra il bene ed il male è rappresentata da come viene usato. Una persona che approfitta del corpo di roccia per imporre le sue idee ed il suo modo di fare non ha compreso a fondo il significato di ciò che sta facendo.
Il mio obiettivo è quello di diventare "larger than life", di ottenere il corpo di roccia, ed intendo raggiungere questo stato tramite il cammino della spada.
Ed una volta ottenuto, una volta superiore a tutto lo schifo, alla melma di astio ed ipocrisia che appesta la nosta società, cercare di essere un punto fisso, un aiuto a chi mi sta accanto. Conosco persone che ci sono riuscite, quindi tutto questo è possibile. E io farò tutto ciò che è in mio potere per farcela.
Questo è l'obiettivo della mia vita.
Mi imbattei in questo modo di dire anglofono un po' di tempo fa, e mi rimase impresso per come esprime semplicemente un concetto che in italiano necessita di molte più parole per essere spiegato.
Una rozza traduzione di "larger than life" potrebbe essere "superiore ai comuni mortali", ma come modo di dire mi suona veramente MALISSIMO, senza contare che non esprime precisamente il vero concetto.
"Larger than life" sarebbe l'uomo che (riprendendo i dettami del gorin-no-sho) ha compreso la Via dell'Heiho, che ha ottenuto il Corpo di Roccia.
Non manipolabile, incrollabile, fermo, solido e quieto come la roccia.
Superiore alle bassezze, agli inganni, allo schifo della società umana.
Molta gente finge di avere il Corpo di Roccia, atteggiandosi a superiore, facendo finta di essere grande quando in realtà sta solamente cercando con disperazione l'approvazione di sé stesso e degli altri. Con talmente tanta disperazione da usare anche una certa violenza psicologica sul prossimo.
Ma chi l'ha davvero, è effettivamente superiore a tutto questo.
Certo, come ogni strumento, la differenza fra il bene ed il male è rappresentata da come viene usato. Una persona che approfitta del corpo di roccia per imporre le sue idee ed il suo modo di fare non ha compreso a fondo il significato di ciò che sta facendo.
Il mio obiettivo è quello di diventare "larger than life", di ottenere il corpo di roccia, ed intendo raggiungere questo stato tramite il cammino della spada.
Ed una volta ottenuto, una volta superiore a tutto lo schifo, alla melma di astio ed ipocrisia che appesta la nosta società, cercare di essere un punto fisso, un aiuto a chi mi sta accanto. Conosco persone che ci sono riuscite, quindi tutto questo è possibile. E io farò tutto ciò che è in mio potere per farcela.
Questo è l'obiettivo della mia vita.
venerdì 11 settembre 2009
Equilibrio
Mi è stato più volte fatto notare che non ho polso.
Praticamente è come rigirarmi un coltello nella buzza, perché lo so benissimo.
E più ci penso, più mi rendo conto del bene e del male che questa mia caratteristica ha portato nella mia vita.
Iniziamo dall'inizio.
Sono nato e cresciuto in una famiglia tranquilla, che mi ha insegnato l'enorme valore del rispetto, mi ha insegnato ad immedesimarmi negli altri, provare a capire cosa stessero provando prima di far loro del male.
Questa cosa io la considero una dote, non un difetto, perché sostanzialmente è la barriera che mi impedisce di essere una TESTA DI CAZZO.
Però è anche una maledizione. Il punto è che non riesco, o meglio proprio non voglio minimamente, fare del male a qualcuno - in particolare in maniera "psichica". SO cosa vuol dire essere deriso e sputtanato, SO cosa vuol dire sentirsi una merda, SO cosa vuol dire essere considerato un deficente, SO cosa vuol dire essere sfruttati. E non l'augurerei a nessuno, se non ad una categoria: quelli che in prima persona causano tali sentimenti nel prossimo.
Il punto è che non ho mai causato tali sentimenti, perlomeno non volontariamente (e, per quanto è in mia conoscenza, neanche involontariamente). Non sono CAPACE di causarli.
Pertanto, tutte le persone (esclusa la piccola fetta costituita da quelli come me) si sentono in diritto, quasi fosse una cosa normale e naturale, il deridermi, lo sfruttarmi, l'approfittarsi di me. Confido che siano in buona fede e che non lo facciano intenzionalmente, ma che gli sbuchi fuori come comportamento naturale.
Il punto è che fanno tutto questo perché percepiscono, a pelle, che io tanto non farò nulla per vendicarmi. Porgerò l'altra guancia.
Paradossalmente sarei molto più cristiano io di diversi preti\vescovi\prelati vari.
Questa cosa si riflette negativamente in quasi tutti gli aspetti della mia vita: non riesco ad ottenere ragione, neanche quando ce l'ho; vengo accusato di avere difetti in maniera totalmente ASSURDA; viene svalutato il mio lavoro, il mio operato; vengono sottovalutate le mie capacità e potenzialità; se mi viene conferita in via ufficiale la leadership di un gruppo, non riesco a mantenerla, neanche agendo nel bene del gruppo intero e facendo il bene di tutti. E quando, per un qualsiasi motivo, il mio animo fa un colpo di testa e si comporta in maniera totalmente opposta, la gente si arrabbia perché scombussolo il loro sistema dove "io" sono ercolino-sempre-in-piedi, che lo puoi picchiare quanto vuoi, tanto rimane lì con il sorriso ebete stampato sulla faccia.
Facendo esempi più concreti:
- A scuola, mi vengono fregate le idee, mi viene preso il lavoro e spacciato per quello di qualcun altro. Io sarei ben disposto a condividere il mio lavoro con qualcuno che non sarebbe in grado, da solo, di produrre qualcosa di accettabile. Però in cuor mio ESIGO almeno un ringraziamento in privato. Dico "in cuor mio" perché all'atto pratico non faccio nulla per ottenerlo. Mi basterebbe un "grazie, ama". Non mi sembra di chiedere molto.
E invece niente. Anzi, ci sono stati episodi dove mi hanno fatto passare per quello che ha lavorato di meno (!!!).
- In qualsiasi genere di discussione, partendo dal presupposto di "esporre le mie tesi, ed ascoltare quello che ha da dire l'altro", anziché da "HO RAGIONE IO E BASTA", molte volte non sono in grado di dare un adeguato supporto a queste mie tesi. Magari 10 minuti dopo scopro che avevo ragione io, ma lì per lì non riesco a dimostrarlo.
- Nel GdR, coprendo il ruolo di master, ai giocatori viene quasi spontaneo il fare cazzate, sapendo che tanto io non li punirò per questo. Alla fine il gioco fa schifo, a tutti, e naturalmente c'è anche chi ha il coraggio di darmi la colpa di tutto.
Io ovviamente mi prendo la mia parte di responsabilità: il GdR è una cosa di gruppo, e le cose di gruppo si fanno e si disfanno insieme. Se una cosa va male è un po' colpa di tutti. E provo a fare qualcosa per migliorare la situazione, ma tranne che in rari casi, ciccia.
- Agli scout, non c'era verso di farmi ascoltare dai sottoposti, che non mi portavano minimamente rispetto; In particolare uno, che ha anche osato dirmi "come capo non vali un cazzo", quando lui non sapeva neanche fare una legatura quadra.
Insomma, in sunto, non riesco a far valere le mie ragioni nella vita. Questo perché parto dal presupposto che la gente utilizzi il cervello, dato che mi è stato insegnato così.
Insomma, io se vedo uno, do per scontato che sia una persona ragionevole, non che sia uno che aspetta la prima occasione per incularmi. Purtroppo nella società di merda in cui viviamo il 90% della popolazione appartiene alla 2° tipologia.
Ora che mi sono reso pienamente conto di questo, intendo fare qualcosa per riparare.
Il problema principale è l'equilibrio.
Datosi che tendo, nelle discussioni, a lasciare la ragione all'altro (che ci si crogioli pure, contento lui), non ho acquisito la capacità di discernimento necessaria a capire se ho effettivamente ragione io o meno.
Quindi se volessi cambiare rischierei di passare all'estremo opposto, ovvero di voler aver ragione a tutti i costi su tutto "per compensare". Un comportamento che non potrei mai perdonarmi.
Devo imparare a capire quando vale la pena lottare o quando è il caso di ascoltare.
Comunque, tutto questo mi ha instillato una certa dose di fatalismo.
Mi fa sentire veramente male il pensare di vivere in mezzo a gente che pensa solo a sé, che ti vede solo come un qualcosa da sfruttare, che naviga in mari di egoismo puro.
Gente con la quale io cerco il più possibile di essere buono e disponibile, e che mi ripaga sfruttandomi e poi facendomi anche passare per cretino.
Ora come ora ho notato che questa mia caratteristica è molto apprezzata dagli adulti. Difatti tendo a trovarmi molto più a mio agio fra le persone dai 30 ai 60 anni.
Però come scendi sotto, togliendo alcune eccezioni, vengo solo sfruttato. Come un idiota.
Non riesco ad ottenere l'unica cosa di cui mi importa veramente, il RISPETTO.
Devo trovare l'equilibrio.
Praticamente è come rigirarmi un coltello nella buzza, perché lo so benissimo.
E più ci penso, più mi rendo conto del bene e del male che questa mia caratteristica ha portato nella mia vita.
Iniziamo dall'inizio.
Sono nato e cresciuto in una famiglia tranquilla, che mi ha insegnato l'enorme valore del rispetto, mi ha insegnato ad immedesimarmi negli altri, provare a capire cosa stessero provando prima di far loro del male.
Questa cosa io la considero una dote, non un difetto, perché sostanzialmente è la barriera che mi impedisce di essere una TESTA DI CAZZO.
Però è anche una maledizione. Il punto è che non riesco, o meglio proprio non voglio minimamente, fare del male a qualcuno - in particolare in maniera "psichica". SO cosa vuol dire essere deriso e sputtanato, SO cosa vuol dire sentirsi una merda, SO cosa vuol dire essere considerato un deficente, SO cosa vuol dire essere sfruttati. E non l'augurerei a nessuno, se non ad una categoria: quelli che in prima persona causano tali sentimenti nel prossimo.
Il punto è che non ho mai causato tali sentimenti, perlomeno non volontariamente (e, per quanto è in mia conoscenza, neanche involontariamente). Non sono CAPACE di causarli.
Pertanto, tutte le persone (esclusa la piccola fetta costituita da quelli come me) si sentono in diritto, quasi fosse una cosa normale e naturale, il deridermi, lo sfruttarmi, l'approfittarsi di me. Confido che siano in buona fede e che non lo facciano intenzionalmente, ma che gli sbuchi fuori come comportamento naturale.
Il punto è che fanno tutto questo perché percepiscono, a pelle, che io tanto non farò nulla per vendicarmi. Porgerò l'altra guancia.
Paradossalmente sarei molto più cristiano io di diversi preti\vescovi\prelati vari.
Questa cosa si riflette negativamente in quasi tutti gli aspetti della mia vita: non riesco ad ottenere ragione, neanche quando ce l'ho; vengo accusato di avere difetti in maniera totalmente ASSURDA; viene svalutato il mio lavoro, il mio operato; vengono sottovalutate le mie capacità e potenzialità; se mi viene conferita in via ufficiale la leadership di un gruppo, non riesco a mantenerla, neanche agendo nel bene del gruppo intero e facendo il bene di tutti. E quando, per un qualsiasi motivo, il mio animo fa un colpo di testa e si comporta in maniera totalmente opposta, la gente si arrabbia perché scombussolo il loro sistema dove "io" sono ercolino-sempre-in-piedi, che lo puoi picchiare quanto vuoi, tanto rimane lì con il sorriso ebete stampato sulla faccia.
Facendo esempi più concreti:
- A scuola, mi vengono fregate le idee, mi viene preso il lavoro e spacciato per quello di qualcun altro. Io sarei ben disposto a condividere il mio lavoro con qualcuno che non sarebbe in grado, da solo, di produrre qualcosa di accettabile. Però in cuor mio ESIGO almeno un ringraziamento in privato. Dico "in cuor mio" perché all'atto pratico non faccio nulla per ottenerlo. Mi basterebbe un "grazie, ama". Non mi sembra di chiedere molto.
E invece niente. Anzi, ci sono stati episodi dove mi hanno fatto passare per quello che ha lavorato di meno (!!!).
- In qualsiasi genere di discussione, partendo dal presupposto di "esporre le mie tesi, ed ascoltare quello che ha da dire l'altro", anziché da "HO RAGIONE IO E BASTA", molte volte non sono in grado di dare un adeguato supporto a queste mie tesi. Magari 10 minuti dopo scopro che avevo ragione io, ma lì per lì non riesco a dimostrarlo.
- Nel GdR, coprendo il ruolo di master, ai giocatori viene quasi spontaneo il fare cazzate, sapendo che tanto io non li punirò per questo. Alla fine il gioco fa schifo, a tutti, e naturalmente c'è anche chi ha il coraggio di darmi la colpa di tutto.
Io ovviamente mi prendo la mia parte di responsabilità: il GdR è una cosa di gruppo, e le cose di gruppo si fanno e si disfanno insieme. Se una cosa va male è un po' colpa di tutti. E provo a fare qualcosa per migliorare la situazione, ma tranne che in rari casi, ciccia.
- Agli scout, non c'era verso di farmi ascoltare dai sottoposti, che non mi portavano minimamente rispetto; In particolare uno, che ha anche osato dirmi "come capo non vali un cazzo", quando lui non sapeva neanche fare una legatura quadra.
Insomma, in sunto, non riesco a far valere le mie ragioni nella vita. Questo perché parto dal presupposto che la gente utilizzi il cervello, dato che mi è stato insegnato così.
Insomma, io se vedo uno, do per scontato che sia una persona ragionevole, non che sia uno che aspetta la prima occasione per incularmi. Purtroppo nella società di merda in cui viviamo il 90% della popolazione appartiene alla 2° tipologia.
Ora che mi sono reso pienamente conto di questo, intendo fare qualcosa per riparare.
Il problema principale è l'equilibrio.
Datosi che tendo, nelle discussioni, a lasciare la ragione all'altro (che ci si crogioli pure, contento lui), non ho acquisito la capacità di discernimento necessaria a capire se ho effettivamente ragione io o meno.
Quindi se volessi cambiare rischierei di passare all'estremo opposto, ovvero di voler aver ragione a tutti i costi su tutto "per compensare". Un comportamento che non potrei mai perdonarmi.
Devo imparare a capire quando vale la pena lottare o quando è il caso di ascoltare.
Comunque, tutto questo mi ha instillato una certa dose di fatalismo.
Mi fa sentire veramente male il pensare di vivere in mezzo a gente che pensa solo a sé, che ti vede solo come un qualcosa da sfruttare, che naviga in mari di egoismo puro.
Gente con la quale io cerco il più possibile di essere buono e disponibile, e che mi ripaga sfruttandomi e poi facendomi anche passare per cretino.
Ora come ora ho notato che questa mia caratteristica è molto apprezzata dagli adulti. Difatti tendo a trovarmi molto più a mio agio fra le persone dai 30 ai 60 anni.
Però come scendi sotto, togliendo alcune eccezioni, vengo solo sfruttato. Come un idiota.
Non riesco ad ottenere l'unica cosa di cui mi importa veramente, il RISPETTO.
Devo trovare l'equilibrio.
mercoledì 2 settembre 2009
Il mondo è pieno di pazzi...
...davvero, è spaventoso.
Ho passato anni ed anni pensando di essere io, il pazzo. Pensando di essere permaloso, orgoglioso, con una tale quantità di difetti da non riuscire ad accettare alcune persone che proprio non mi andavano giù. E mi sono torturato, anni e anni, continuando a sopportarle, andandogli comunque dietro.
Sia ben chiaro: non sono uno di quelli che fa le scenate, né uno che risponde aggressivamente per "mantenere lo status", anzi, tutt'altro. Esteriormente non sono cambiato per nulla: se sei un demente, ti ignoro. Non perdo tempo con te.
Interiormente, però, ora ho finalmente capito che il pazzo non sono io.
Per cui, idioti, mi rivolgo a voi: d'ora in poi da me avrete solo una calorosa stretta di mano ed un bel: "BRAVISSIMO!".
(Copyrighted, ma questa è un'altra storia)
P.S. Se sei pazzo, tranquillo: puoi sempre smettere, non sei costretto a continuare. E non devi neanche comprarti i cerotti alla nicotina. Ti basta un po' di obiettività.
Bye bye
Ho passato anni ed anni pensando di essere io, il pazzo. Pensando di essere permaloso, orgoglioso, con una tale quantità di difetti da non riuscire ad accettare alcune persone che proprio non mi andavano giù. E mi sono torturato, anni e anni, continuando a sopportarle, andandogli comunque dietro.
Sia ben chiaro: non sono uno di quelli che fa le scenate, né uno che risponde aggressivamente per "mantenere lo status", anzi, tutt'altro. Esteriormente non sono cambiato per nulla: se sei un demente, ti ignoro. Non perdo tempo con te.
Interiormente, però, ora ho finalmente capito che il pazzo non sono io.
Per cui, idioti, mi rivolgo a voi: d'ora in poi da me avrete solo una calorosa stretta di mano ed un bel: "BRAVISSIMO!".
(Copyrighted, ma questa è un'altra storia)
P.S. Se sei pazzo, tranquillo: puoi sempre smettere, non sei costretto a continuare. E non devi neanche comprarti i cerotti alla nicotina. Ti basta un po' di obiettività.
Bye bye
sabato 29 agosto 2009
In faccia
Post breve...
Il dire le cose in faccia è quasi universalmente considerato un buon modo di agire, e questa sorta di schiettezza, di sfrontatezza è considerata un pregio.
Sono d'accordo,
PERO'
bisogna fare una piccola distinzione. "Sincerità" significa: dire sempre la verità, o almeno quella che si crede sia la verità.
"Schiettezza" vuol dire: non farsi problemi di sensibilità, dire le cose come si crede che stiano fregandosene dell'approvazione altrui.
Ok.
Ma tutto questo, mai e poi mai deve diventare
UNA SCUSA PER SPARARE A CASO TUTTE LE MINCHIATE CHE TI PASSANO PER LA TESTA.
Un conto è non dire bugie, un altro è aprire bocca e dare fiato a tutte le stronzate che ti sfiorano il cervello. E poi giustificarsi sparando la solita "eh, ma io dico quello che penso".
La mole di pensieri che generiamo è enorme, ed enormemente influenzata dal nostro stato d'animo; per cui se tutti sparassero a zero ciò che pensano, e non ci fosse nessun'anima pia ad incassare le stronzate, rendendosi conto che sta ascoltando parole senza senso, il mondo sarebbe un caos totale di guerre e litigi per motivi inutili.
La bocca è fatta per parlare, sì, ma anche per mangiare, per sbadigliare e per respirare quando hai il naso tappato. Per cui, gente dalla lingua facile, fate un favore al mondo:
TENETE UN ATTIMO A FRENO QUELLA FORNACE DI MINCHIATE, E PER FAVORE, PRIMA DI DIRE UNA COSA PENSATECI ALMENO 2 VOLTE. Dico 2, non 200. Non ci vuole tanto.
E soprattutto:
NON DIRE AGLI ALTRI CIO' CHE NON VORRESTI FOSSE DETTO A TE.
Passo e chiudo.
Il dire le cose in faccia è quasi universalmente considerato un buon modo di agire, e questa sorta di schiettezza, di sfrontatezza è considerata un pregio.
Sono d'accordo,
PERO'
bisogna fare una piccola distinzione. "Sincerità" significa: dire sempre la verità, o almeno quella che si crede sia la verità.
"Schiettezza" vuol dire: non farsi problemi di sensibilità, dire le cose come si crede che stiano fregandosene dell'approvazione altrui.
Ok.
Ma tutto questo, mai e poi mai deve diventare
UNA SCUSA PER SPARARE A CASO TUTTE LE MINCHIATE CHE TI PASSANO PER LA TESTA.
Un conto è non dire bugie, un altro è aprire bocca e dare fiato a tutte le stronzate che ti sfiorano il cervello. E poi giustificarsi sparando la solita "eh, ma io dico quello che penso".
La mole di pensieri che generiamo è enorme, ed enormemente influenzata dal nostro stato d'animo; per cui se tutti sparassero a zero ciò che pensano, e non ci fosse nessun'anima pia ad incassare le stronzate, rendendosi conto che sta ascoltando parole senza senso, il mondo sarebbe un caos totale di guerre e litigi per motivi inutili.
La bocca è fatta per parlare, sì, ma anche per mangiare, per sbadigliare e per respirare quando hai il naso tappato. Per cui, gente dalla lingua facile, fate un favore al mondo:
TENETE UN ATTIMO A FRENO QUELLA FORNACE DI MINCHIATE, E PER FAVORE, PRIMA DI DIRE UNA COSA PENSATECI ALMENO 2 VOLTE. Dico 2, non 200. Non ci vuole tanto.
E soprattutto:
NON DIRE AGLI ALTRI CIO' CHE NON VORRESTI FOSSE DETTO A TE.
Passo e chiudo.
giovedì 20 agosto 2009
Bolle di sapone
Quelle che seguono sono semplici riflessioni.
Ultimamente ragiono molto sulla comunicazione. Cos'è? come funziona? che contatto ha con la realtà?
Noi viviamo in una società astratta. Un tempo la società umana era concreta. Si viveva di fatti, la vita era dura e non c'era possibilità di dedicarsi a cose che non fossero immediatamente tangibili.
La comunicazione in una società concreta serve a passarsi informazioni riguardo alla sopravvivenza. "Pericolo", "Serve cibo", "Zona sicura"... è normale che non si sviluppino finezze e, soprattutto, che l'inganno abbia poco spazio. In una società concreta, la realtà è quella materiale, la gente ci vive dentro, e ingannare è una perdita di tempo.
Pian piano, però, la società è diventata sempre meno concreta, fino a diventare effettivamente astratta. La società di ora non si basa su fatti concreti. La parola ha sostituito la realtà.
La comunicazione ha un potere enorme, che viene usato e soprattutto abusato per bassi scopi personali. Se un tempo un inganno si pagava con il sangue, ora non solo non va pagato, ma anzi retribuisce. In moneta sonante, successo, vittoria.
Viviamo in una condizione che, se esaminata attentamente, appare insostenibile in tutta la sua astrattezza. Viviamo in una realtà inesistente. Se un telegiornale dice una cosa, è vera. Se è scritto su internet, è vero.
Non serve la magia per far comparire le cose: basta dirle.
Non tutti però hanno questo potere.
La maestria della parola è un potere che si acquisisce da piccoli, prendendo coscienza del fatto che possiamo manipolare la realtà semplicemente parlando. Tutto questo è diabolico. Dovremmo provare ad uscire da questa melma, ma ci siamo dentro fino al collo.
Chi non acquisisce il potere di manipolazione della realtà tende a rimanere vittima di tutto questo. Non si pensa male se non si ha la coscienza sporca, quindi chi è sincero tende a credere agli altri. Ingenuità, si può chiamare. Viene considerata un difetto.
Non dovrebbe esserlo. Sì, è uno svantaggio matematico in questa società. Ma nessuno pensa che in realtà l'ingenuità è lo stato naturale della mente umana. Ci si fida della parola perché gli si da importanza.
Ho appena finito di esporre uno spicchio di un grosso quadro che sto costruendo, ed è difficile capirlo senza vedere l'insieme. Ora come ora non ho tempo di spiegare tutto.
Chi ne ha voglia, mediti sulla traccia che ho lasciato per arrivare a tutto il resto. È una cosa ovvia e palese, dinnanzi agli occhi di tutti, ed è facile arrivarci: ma la società ci tiene impegnati nell'astrattezza.
2° pensiero.
Il blocco della comunicazione.
Volgarmente definito timidezza.
Noi veniamo plasmati nell'infanzia e nella prima adolescenza. Siamo come palline di pongo a cui viene data una forma da dei forti getti d'acqua. Il mondo esterno ci modella tramite le nostre esperienze.
Immaginate un bambino piccolo che va all'asilo, tranquillo e spensierato. Gioca con i bambini, disegna, corre.
Immaginate che questo bambino, dopo aver detto qualcosa, venga preso in giro dai compagni. deriso. punito.
La pallina di pongo viene modellata. "Non dirlo, o verrai punito". Nuova regola registrata nel giovane cervellino.
Questa regola viene registrata migliaia di volte. "Non farlo, o verrai punito. Non dirlo, o verrai punito. Non andarci, o verrai punito."
A 10 anni uno ha registrato talmente tanti divieti che è stupefacente il fatto che riesca ancora ad esprimere un qualche concetto.
Alcuni non ci riescono, e diventano praticamente autistici.
Il sistema di regole cambia con il tempo, e quello che a 6 anni era vietato, a 12 è obbligatorio. Ma il cervello rimane quello, ed una serie di pesanti divieti è difficile da cancellare. Considerando le batoste che vengono continuamente prese.
Un bambino di quattro anni gioca con le bambine e viene preso in giro. Confuso, arrabbiato, deluso, triste, ferito, registra il divieto: non giocare con le femmine. Un divieto inizialmente leggero ma che può diventare pesante in seguito a ripetute punizioni da parte della società.
Immaginate lo stesso bambino, a 12 anni, che non riesce a rapportarsi con l'altro sesso. Il cervello lo blocca. C'è un divieto. Scattano meccanismi di difesa, sale la tensione. La forza di volontà di un dodicenne non ce la può fare contro una barriera così potente.
Ma non solo: quello che continua a sentire come consiglio è sbloccati, buttati, vai, non hai nulla da perdere. Basta chiedere, non devi vergognarti.
E allora con un immane sforzo di volontà si butta.
2 di picche.
Il cervello registra: "DIVIETO ASSOLUTO di avere qualsiasi rapporto con il gentil sesso, o verrai punito su più fronti, soffrirai tantissimo e starai male".
Ho fatto l'esempio del rapporto con il sesso opposto, ma i blocchi comunicativi sono enormemente vasti e comprendono gran parte di ciò che uno prova.
Quante volte avete pensato a qualcosa e non l'avete detta perché "poi mi prendono in giro"? Quante volte volevate fare qualcosa e non l'avete fatto perché "mi sento un idiota a farlo"?
Quante volte avete rinunciato per paura delle ripercussioni del vostro atto? E che atto, poi! Il più delle volte è una semplice espressione del proprio pensiero. Neanche fosse un omicidio premeditato. A volta fare una battuta può essere un reato, per la società schifosa in cui viviamo.
Non un reato punito legalmente, è ovvio. Un reato punito sul campo dalla pubblica derisione\disapprovazione.
E tutte le volte che uno forza il blocco, tutte le volte che uno suda sangue per passare attraverso la barriera... uno schiaffone e via. A terra.
Sono ad un diciottesimo e non conosco quasi nessuno. Che faccio?
Non attacco bottone perché non saprei che dire e farei la figura dell'idiota.
Non mi inserisco in un discorso perché sarei importuno e non interesserebbe a nessuno.
Non faccio un tuffo in piscina perché non conosco nessuno e darei solo noia.
Mi siedo da una parte e faccio i cazzi miei.
Qualcuno risolve il 30% dei problemi attaccando bottone. Magari è un'amico comune.
Meglio: è un'amica comune. Che dico?
Non parlo del Kenjutsu, perché mi prenderebbe per pazzo.
Non parlo del computer, perché mi prenderebbe per nerd.
Non parlo della musica che ascolto, perché non capirebbe e sembrerei idiota.
Dopo un breve e pietoso scambio di battute, stufa, va via.
Sul tardi, dopo cena, la gente inizia a scatenarsi. Ballano, cantano, si buttano in piscina. Che faccio?
Non ballo, perché non voglio, ballare non mi piace un granché, non sono capace e lì nel mezzo non conosco nessuno.
Non canto, perché non so cantare, e non ho nessuno che conosco con cui cantare.
Non mi butto in piscina, perché darei solo noia a chi c'è già.
Mi sdraio da una parte e guardo il nulla.
Una serata buttata al vento. Una goccia nell'oceano.
Tutto questo, perché?
Perché ci sono persone che manipolano la realtà con le loro parole del cazzo. Ci sono persone che sfruttano questo loro potere per farti passare per un idiota, emarginarti, distruggerti, ridere della tua patetica carcassa.
È tardi e la mia capacità di espressione è piuttosto scarsina al momento. Ho buttato una serie di frasi sconnesse fra loro, ma spero che il concetto sia arrivato. Buonanotte.
Ultimamente ragiono molto sulla comunicazione. Cos'è? come funziona? che contatto ha con la realtà?
Noi viviamo in una società astratta. Un tempo la società umana era concreta. Si viveva di fatti, la vita era dura e non c'era possibilità di dedicarsi a cose che non fossero immediatamente tangibili.
La comunicazione in una società concreta serve a passarsi informazioni riguardo alla sopravvivenza. "Pericolo", "Serve cibo", "Zona sicura"... è normale che non si sviluppino finezze e, soprattutto, che l'inganno abbia poco spazio. In una società concreta, la realtà è quella materiale, la gente ci vive dentro, e ingannare è una perdita di tempo.
Pian piano, però, la società è diventata sempre meno concreta, fino a diventare effettivamente astratta. La società di ora non si basa su fatti concreti. La parola ha sostituito la realtà.
La comunicazione ha un potere enorme, che viene usato e soprattutto abusato per bassi scopi personali. Se un tempo un inganno si pagava con il sangue, ora non solo non va pagato, ma anzi retribuisce. In moneta sonante, successo, vittoria.
Viviamo in una condizione che, se esaminata attentamente, appare insostenibile in tutta la sua astrattezza. Viviamo in una realtà inesistente. Se un telegiornale dice una cosa, è vera. Se è scritto su internet, è vero.
Non serve la magia per far comparire le cose: basta dirle.
Non tutti però hanno questo potere.
La maestria della parola è un potere che si acquisisce da piccoli, prendendo coscienza del fatto che possiamo manipolare la realtà semplicemente parlando. Tutto questo è diabolico. Dovremmo provare ad uscire da questa melma, ma ci siamo dentro fino al collo.
Chi non acquisisce il potere di manipolazione della realtà tende a rimanere vittima di tutto questo. Non si pensa male se non si ha la coscienza sporca, quindi chi è sincero tende a credere agli altri. Ingenuità, si può chiamare. Viene considerata un difetto.
Non dovrebbe esserlo. Sì, è uno svantaggio matematico in questa società. Ma nessuno pensa che in realtà l'ingenuità è lo stato naturale della mente umana. Ci si fida della parola perché gli si da importanza.
Ho appena finito di esporre uno spicchio di un grosso quadro che sto costruendo, ed è difficile capirlo senza vedere l'insieme. Ora come ora non ho tempo di spiegare tutto.
Chi ne ha voglia, mediti sulla traccia che ho lasciato per arrivare a tutto il resto. È una cosa ovvia e palese, dinnanzi agli occhi di tutti, ed è facile arrivarci: ma la società ci tiene impegnati nell'astrattezza.
2° pensiero.
Il blocco della comunicazione.
Volgarmente definito timidezza.
Noi veniamo plasmati nell'infanzia e nella prima adolescenza. Siamo come palline di pongo a cui viene data una forma da dei forti getti d'acqua. Il mondo esterno ci modella tramite le nostre esperienze.
Immaginate un bambino piccolo che va all'asilo, tranquillo e spensierato. Gioca con i bambini, disegna, corre.
Immaginate che questo bambino, dopo aver detto qualcosa, venga preso in giro dai compagni. deriso. punito.
La pallina di pongo viene modellata. "Non dirlo, o verrai punito". Nuova regola registrata nel giovane cervellino.
Questa regola viene registrata migliaia di volte. "Non farlo, o verrai punito. Non dirlo, o verrai punito. Non andarci, o verrai punito."
A 10 anni uno ha registrato talmente tanti divieti che è stupefacente il fatto che riesca ancora ad esprimere un qualche concetto.
Alcuni non ci riescono, e diventano praticamente autistici.
Il sistema di regole cambia con il tempo, e quello che a 6 anni era vietato, a 12 è obbligatorio. Ma il cervello rimane quello, ed una serie di pesanti divieti è difficile da cancellare. Considerando le batoste che vengono continuamente prese.
Un bambino di quattro anni gioca con le bambine e viene preso in giro. Confuso, arrabbiato, deluso, triste, ferito, registra il divieto: non giocare con le femmine. Un divieto inizialmente leggero ma che può diventare pesante in seguito a ripetute punizioni da parte della società.
Immaginate lo stesso bambino, a 12 anni, che non riesce a rapportarsi con l'altro sesso. Il cervello lo blocca. C'è un divieto. Scattano meccanismi di difesa, sale la tensione. La forza di volontà di un dodicenne non ce la può fare contro una barriera così potente.
Ma non solo: quello che continua a sentire come consiglio è sbloccati, buttati, vai, non hai nulla da perdere. Basta chiedere, non devi vergognarti.
E allora con un immane sforzo di volontà si butta.
2 di picche.
Il cervello registra: "DIVIETO ASSOLUTO di avere qualsiasi rapporto con il gentil sesso, o verrai punito su più fronti, soffrirai tantissimo e starai male".
Ho fatto l'esempio del rapporto con il sesso opposto, ma i blocchi comunicativi sono enormemente vasti e comprendono gran parte di ciò che uno prova.
Quante volte avete pensato a qualcosa e non l'avete detta perché "poi mi prendono in giro"? Quante volte volevate fare qualcosa e non l'avete fatto perché "mi sento un idiota a farlo"?
Quante volte avete rinunciato per paura delle ripercussioni del vostro atto? E che atto, poi! Il più delle volte è una semplice espressione del proprio pensiero. Neanche fosse un omicidio premeditato. A volta fare una battuta può essere un reato, per la società schifosa in cui viviamo.
Non un reato punito legalmente, è ovvio. Un reato punito sul campo dalla pubblica derisione\disapprovazione.
E tutte le volte che uno forza il blocco, tutte le volte che uno suda sangue per passare attraverso la barriera... uno schiaffone e via. A terra.
Sono ad un diciottesimo e non conosco quasi nessuno. Che faccio?
Non attacco bottone perché non saprei che dire e farei la figura dell'idiota.
Non mi inserisco in un discorso perché sarei importuno e non interesserebbe a nessuno.
Non faccio un tuffo in piscina perché non conosco nessuno e darei solo noia.
Mi siedo da una parte e faccio i cazzi miei.
Qualcuno risolve il 30% dei problemi attaccando bottone. Magari è un'amico comune.
Meglio: è un'amica comune. Che dico?
Non parlo del Kenjutsu, perché mi prenderebbe per pazzo.
Non parlo del computer, perché mi prenderebbe per nerd.
Non parlo della musica che ascolto, perché non capirebbe e sembrerei idiota.
Dopo un breve e pietoso scambio di battute, stufa, va via.
Sul tardi, dopo cena, la gente inizia a scatenarsi. Ballano, cantano, si buttano in piscina. Che faccio?
Non ballo, perché non voglio, ballare non mi piace un granché, non sono capace e lì nel mezzo non conosco nessuno.
Non canto, perché non so cantare, e non ho nessuno che conosco con cui cantare.
Non mi butto in piscina, perché darei solo noia a chi c'è già.
Mi sdraio da una parte e guardo il nulla.
Una serata buttata al vento. Una goccia nell'oceano.
Tutto questo, perché?
Perché ci sono persone che manipolano la realtà con le loro parole del cazzo. Ci sono persone che sfruttano questo loro potere per farti passare per un idiota, emarginarti, distruggerti, ridere della tua patetica carcassa.
È tardi e la mia capacità di espressione è piuttosto scarsina al momento. Ho buttato una serie di frasi sconnesse fra loro, ma spero che il concetto sia arrivato. Buonanotte.
giovedì 13 agosto 2009
sabato 8 agosto 2009
Didattica marziale II
Riprendo il tema del post chilometrico di qualche tempo fa.
C'è una parte fondamentale dell'addestramento marziale che consiste nell'essere preparati a qualsiasi situazione, e di conseguenza essere in grado di fronteggiare qualsiasi minaccia utilizzando sempre lo stesso stile.
Tutte le menate sul 'conoscere il proprio avversario' non possono essere insegnate come tattiche marziali in quanto nel 90% dei casi conoscere l'avversario non è possibile, quindi non si può basare la propria strategia su questo.
Bisogna invece esercitare la propria capacità di adattarsi a qualsiasi situazione.
Uno stile è quindi valido quando può essere usato in qualsiasi situazione senza dover essere stravolto.
In effetti, alla fine uno stile non viene esattamente usato, ma viene assorbito dal praticante.
Credo inoltre che uno stile valido non debba stravolgere il movimento naturale del praticante, non debba riprogrammarlo da zero, ma costruire la sua abilità a partire dalle capacità iniziali.
Se uno, senza nessuna pratica, riesce a combattere bene è da idioti riprogrammarlo da zero: bisogna prendere le sue capacità ed affinarle. Questo è quello che dovrebbe fare uno stile valido.
Detto questo, introdurrei nel mio metodo una variante dell'uchikomi, ovvero quello che in inglese viene comunemente chiamato "drill".
La ripetizione in coppia di una serie di movimenti, prima decisi e prefissati, per poi diventare sempre più liberi, seguendo il principio della piramide.
In particolare potrebbe essere utile eseguire dei drill per schivate e parate\contrattacchi. Uno attacca con una serie di tagli, prima prefissati e magari senza neanche muovere le gambe, per poi passare ad una 'spinta' serrata di attacchi di tutti i tipi. L'altro li schiva tutti, oppure li anticipa tutti, oppure para\contrattacca tutti gli attacchi. In particolare se si para\contrattacca, si possono sviluppare drill dove l'attacco e la difesa vengono alternati fra i due praticanti anziché rimanere fissi.
Riguardo alle tecniche, ho sempre detto che devono rimanere degli esempi applicativi, ed il movimento deve partire spontaneo e naturale dal praticante.
A questo scopo, potrebbe essere utile "spezzare" ogni tecnica nei suoi vari movimenti, per poi raccoglierli ed insegnarli singolarmente; a questo punto, si dà al praticante la libertà di combinarli come vuole. Alla fine, tutti i vari contrattacchi altro non sono che una schivata ed un taglio combinati, oppure una parata ed un taglio in sequenza.
È MOLTO IMPORTANTE che il praticante si abitui a fronteggiare attacchi fatti male, con forma imperfetta e tirati a colpire prima, dato che nonostante non siano in grado di ferire bene (e quindi si dovrebbe evitare di eseguirli), se non si impara a gestirli si finirà con il farsi battere dal primo deficente che non sa manco tenere in mano la spada. Magari dopo che ha imparato le basi te lo giostri come ti pare, ma finché non sa fare nulla non riesci a sconfiggerlo... una lacuna che uno stile valido non può assolutamente permettersi.
Infine sarebbe importante imparare a gestire armi diverse nonché le mani nude. Non sto dicendo che uno stile valido deve insegnare 800 armi diverse - anzi, sono sempre stato sospettoso verso gli stili che lo fanno - ma che nella pratica devono essere presenti situazioni fuori dall'ordinario. Quindi, una volta che il praticante gestisce bene una situazione di spada contro spada, si inizia ad esercitarsi con uno che maneggia un bastone lungo o un coltello. Magari lo maneggerà alla cazzo, però intanto l'altro impara a comportarsi adeguatamente contro armi più lunghe o che colpiscono in modo diverso.
Quando un praticante ha raggiunto un certo livello di maestria e di apertura mentale, basta essere in 2 per esercitarsi come si vuole, provando e sperimentando ogni spunto che ci viene in mente.
L'importante è ricordarsi la piramide:
Livello 1, base - movimento deciso e prefissato, di forma (magari preceduto da delle prove a vuoto); movimento eseguito a drill
Livello 2 - movimento eseguito con partner meno collaborativo, per poi passare al drill
Livello 3 - movimento eseguito con contrasto da parte del compagno di pratica, drill
Questa è la sostanza della piramide applicata ad un singolo movimento. La stessa serie va eseguita adattando il movimento alle diverse situazioni proposte dal compagno di pratica.
Esempio: parata 'spazzando' e contrattacco (direi uno dei principi più facilmente applicabili).
Livello 1: A attacca shomen, B esegue il contrattacco. Poi si passa al drill del movimento, che essendo di parata\contrattacco può essere anche alternato (A attacca, B para e contrattacca, A para e contrattacca, B para e contrattacca, etc).
Livello 2: A attacca shomen con forza e velocità, cercando di non essere parato; se il movimento di B riesce, gli lasca contrattaccare. Drill.
Livello 3: A attacca come prima, cercando anche il momento giusto (calo dell'attenzione), e se viene parato cerca di impedire il contrattacco di B, magari schivando o parando a sua volta. Drill.
Poi si riparte dal livello 1 con A che attacca kesa-giri, e si rifà tutto da capo;
Infine si ripete la serie con A che attacca come gli pare, magari improvvisando tagli particolari o fintando, ecc.
Quando si arriva a livelli alti della piramide è buona cosa utilizzare anche ciò che esula dal movimento che si sta provando. Ad esempio, se A prima di attaccare fa una finta, e B se ne accorge, gli pianta la spada nella gola mentre quello agita la spada a caso. Molte manovre sono totalmente inutili - finte in primis, seguite dagli attacchini rapidi di disturbo - ma se si eliminano a priori dall'allenamento, si finisce col non riuscire a gestirle. Bisogna invece imparare a distruggerle, cosa che oltretutto è facile, ma va comunque allenata.
Seguendo questo metodo è possibile integrare nell'allenamento quasi ogni cosa che si vede in giro.
NOTA IMPORTANTISSIMA: COMPETITIVITA' 0.
Pena la morte della pratica.
Ho detto sì che bisogna praticare liberamente, magari anche (a livelli alti) cercare di fregare l'altro, ma tutto questo è un ALLENAMENTO.
Se finite a gonfiarvi come scemi solo per far vedere che siete bravi siete meno delle larve che strisciano per terra.
NON CI SI ALLENA PER VINCERE. CI SI ALLENA PER MIGLIORARSI.
CAPITO?!
Questo in particolare nel combattimento libero. Se vincete (o meglio, CREDETE DI AVER VINTO) un duellino con dei bastoni a forma di spada, non siete nulla uguale. Al massimo potete aver battuto (anzi CREDERE DI AVER BATTUTO) un altro praticante, cosa che nella vita non conta ASSOLUTAMENTE UN CAZZO.
Dalle sconfitte si impara molto di più che dalle vittorie, cacciatevelo bene in testa.
Gioite dei vostri miglioramenti, non dico di no: migliorarsi è una cosa meravigliosa. Ma lasciate in pace gli altri. NON OSATE SENTIRVI MIGLIORI NEANCHE DELL'ULTIMO BAMBINO CHE ANCORA NON HA CAPITO COME IMPUGNARE LA SPADA, perché se pensate questo, lui è infinitamente superiore a voi.
Ricordatevi sempre che vi allenate con spade di legno e che non potrete MAI sapere chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto allo scontro. Tutto ciò che potete fare è combattere al meglio delle vostre possibilità, con una mente serena, un corpo rilassato ed uno spirito libero da pensieri di alcun genere.
Se un giorno vi accorgete di credervi migliori, e magari non ve ne eravate neanche resi conto, autofustigatevi finché non vi sentite delle larve.
(Ovviamente scherzo... però meditateci su. La competitività, la voglia di superiorità, uccide la pratica. Non umiliate nessuno, non prendete in giro nessuno, ma aiutate gli altri, mostrate loro i loro punti di forza, aiutateli a colmare le loro lacune. Siete compagni di pratica e non otterrete alcun premio dal sovrastare il prossimo).
Riflessione.
Ora dirò una frase che sembrerà una cazzata, ma è pensata ed ha un significato.
L'abilità non esiste.
Non tutti hanno la (s?)fortuna di rendersene conto e molti pensano semplicemente che hanno una certa abilità e riescono a fare determinate cose.
Il punto è che alla fine l'abilità è una cosa talmente irrilevante da essere quasi un'illusione.
il 90% del risultato di un'azione è dato dalle circostanze.
Le quali non sono solo il terreno, il tempo atmosferico, la posizione etc, ma anche lo stato d'animo, la fiducia in sé stessi, ciò che è accaduto recentemente e milioni di altre cose.
Le quali influiscono PESANTISSIMAMENTE sulla riuscita dell'azione.
Vi farò un esempio: io suono (per passione) qualche strumento. Non sono particolarmente bravo in nessuno e non conosco per niente la teoria musicale, però mi dicono che ho 'orecchio', il che è possibile dato che vivo a contatto con musicisti da quando sono nato.
Al momento suono la tastiera.
C'è una particolare musichina che suono ogni tanto per allenarmi. Mi serve perché non sono ancora molto capace di muovere entrambe le due mani contemporaneamente su ritmi diversi. Questa musica ha un accompagnamento molto semplice che riesco a fare con la sinistra, ed una melodia sempre molto semplice.
Mi riesce di suonare per bene questa musichina (quindi tenendo perfettamente il tempo fra le due mani) solo la mattina appena sveglio. Dopo un po' non mi riesce più.
Ci sono musiche che mi riesce di suonare bene solo provandole per qualche minuto. Ogni volta.
Ci sono giochini al computer nei quali divento bravo se ci gioco con una certa frequenza, e dopo un'interruzione non mi riescono più.
Ci sono cose che mi riescono perfettamente se sono sicuro che mi riescano, e non sono più capace di farle se un dubbio mi attraversa la mente.
La mattina appena sveglio non riesco manco a svitare una moka, magari in pieno giorno tiro su sacchi della spesa pesantissimi.
La sera dopo cena scrivo a tastiera molto più velocemente.
Tutto questo per dire cosa? Che l'abilità è più un'illusione che altro.
È una cosa talmente sottile, effimera, che quasi non esiste.
Certo, allenarsi e allenarsi e allenarsi ancora rende migliori, confrontarsi con molte situazioni flessibilizza la mente e insegna tantissime cose... ma tutte queste non sono forse circostanze?
Se riesco a combattere bene solo dopo un po' che mi alleno, non è forse questa una circostanza?
Riflettete su ciò, oh miei (pochissimi) lettori.
Per questo dico che gasarsi è doppiamente da stupidi.
Primo, perché non serve a nulla se non a sentirsi grossi per 10 secondi.
Secondo, perché voi siete grossi nella vostra mente, ma in realtà non siete nulla. Voi siete le circostanze in cui vi trovate. Se queste circostanze cambiano, voi cambiate.
Siete sempre sicuri di esistere? ;)
C'è una parte fondamentale dell'addestramento marziale che consiste nell'essere preparati a qualsiasi situazione, e di conseguenza essere in grado di fronteggiare qualsiasi minaccia utilizzando sempre lo stesso stile.
Tutte le menate sul 'conoscere il proprio avversario' non possono essere insegnate come tattiche marziali in quanto nel 90% dei casi conoscere l'avversario non è possibile, quindi non si può basare la propria strategia su questo.
Bisogna invece esercitare la propria capacità di adattarsi a qualsiasi situazione.
Uno stile è quindi valido quando può essere usato in qualsiasi situazione senza dover essere stravolto.
In effetti, alla fine uno stile non viene esattamente usato, ma viene assorbito dal praticante.
Credo inoltre che uno stile valido non debba stravolgere il movimento naturale del praticante, non debba riprogrammarlo da zero, ma costruire la sua abilità a partire dalle capacità iniziali.
Se uno, senza nessuna pratica, riesce a combattere bene è da idioti riprogrammarlo da zero: bisogna prendere le sue capacità ed affinarle. Questo è quello che dovrebbe fare uno stile valido.
Detto questo, introdurrei nel mio metodo una variante dell'uchikomi, ovvero quello che in inglese viene comunemente chiamato "drill".
La ripetizione in coppia di una serie di movimenti, prima decisi e prefissati, per poi diventare sempre più liberi, seguendo il principio della piramide.
In particolare potrebbe essere utile eseguire dei drill per schivate e parate\contrattacchi. Uno attacca con una serie di tagli, prima prefissati e magari senza neanche muovere le gambe, per poi passare ad una 'spinta' serrata di attacchi di tutti i tipi. L'altro li schiva tutti, oppure li anticipa tutti, oppure para\contrattacca tutti gli attacchi. In particolare se si para\contrattacca, si possono sviluppare drill dove l'attacco e la difesa vengono alternati fra i due praticanti anziché rimanere fissi.
Riguardo alle tecniche, ho sempre detto che devono rimanere degli esempi applicativi, ed il movimento deve partire spontaneo e naturale dal praticante.
A questo scopo, potrebbe essere utile "spezzare" ogni tecnica nei suoi vari movimenti, per poi raccoglierli ed insegnarli singolarmente; a questo punto, si dà al praticante la libertà di combinarli come vuole. Alla fine, tutti i vari contrattacchi altro non sono che una schivata ed un taglio combinati, oppure una parata ed un taglio in sequenza.
È MOLTO IMPORTANTE che il praticante si abitui a fronteggiare attacchi fatti male, con forma imperfetta e tirati a colpire prima, dato che nonostante non siano in grado di ferire bene (e quindi si dovrebbe evitare di eseguirli), se non si impara a gestirli si finirà con il farsi battere dal primo deficente che non sa manco tenere in mano la spada. Magari dopo che ha imparato le basi te lo giostri come ti pare, ma finché non sa fare nulla non riesci a sconfiggerlo... una lacuna che uno stile valido non può assolutamente permettersi.
Infine sarebbe importante imparare a gestire armi diverse nonché le mani nude. Non sto dicendo che uno stile valido deve insegnare 800 armi diverse - anzi, sono sempre stato sospettoso verso gli stili che lo fanno - ma che nella pratica devono essere presenti situazioni fuori dall'ordinario. Quindi, una volta che il praticante gestisce bene una situazione di spada contro spada, si inizia ad esercitarsi con uno che maneggia un bastone lungo o un coltello. Magari lo maneggerà alla cazzo, però intanto l'altro impara a comportarsi adeguatamente contro armi più lunghe o che colpiscono in modo diverso.
Quando un praticante ha raggiunto un certo livello di maestria e di apertura mentale, basta essere in 2 per esercitarsi come si vuole, provando e sperimentando ogni spunto che ci viene in mente.
L'importante è ricordarsi la piramide:
Livello 1, base - movimento deciso e prefissato, di forma (magari preceduto da delle prove a vuoto); movimento eseguito a drill
Livello 2 - movimento eseguito con partner meno collaborativo, per poi passare al drill
Livello 3 - movimento eseguito con contrasto da parte del compagno di pratica, drill
Questa è la sostanza della piramide applicata ad un singolo movimento. La stessa serie va eseguita adattando il movimento alle diverse situazioni proposte dal compagno di pratica.
Esempio: parata 'spazzando' e contrattacco (direi uno dei principi più facilmente applicabili).
Livello 1: A attacca shomen, B esegue il contrattacco. Poi si passa al drill del movimento, che essendo di parata\contrattacco può essere anche alternato (A attacca, B para e contrattacca, A para e contrattacca, B para e contrattacca, etc).
Livello 2: A attacca shomen con forza e velocità, cercando di non essere parato; se il movimento di B riesce, gli lasca contrattaccare. Drill.
Livello 3: A attacca come prima, cercando anche il momento giusto (calo dell'attenzione), e se viene parato cerca di impedire il contrattacco di B, magari schivando o parando a sua volta. Drill.
Poi si riparte dal livello 1 con A che attacca kesa-giri, e si rifà tutto da capo;
Infine si ripete la serie con A che attacca come gli pare, magari improvvisando tagli particolari o fintando, ecc.
Quando si arriva a livelli alti della piramide è buona cosa utilizzare anche ciò che esula dal movimento che si sta provando. Ad esempio, se A prima di attaccare fa una finta, e B se ne accorge, gli pianta la spada nella gola mentre quello agita la spada a caso. Molte manovre sono totalmente inutili - finte in primis, seguite dagli attacchini rapidi di disturbo - ma se si eliminano a priori dall'allenamento, si finisce col non riuscire a gestirle. Bisogna invece imparare a distruggerle, cosa che oltretutto è facile, ma va comunque allenata.
Seguendo questo metodo è possibile integrare nell'allenamento quasi ogni cosa che si vede in giro.
NOTA IMPORTANTISSIMA: COMPETITIVITA' 0.
Pena la morte della pratica.
Ho detto sì che bisogna praticare liberamente, magari anche (a livelli alti) cercare di fregare l'altro, ma tutto questo è un ALLENAMENTO.
Se finite a gonfiarvi come scemi solo per far vedere che siete bravi siete meno delle larve che strisciano per terra.
NON CI SI ALLENA PER VINCERE. CI SI ALLENA PER MIGLIORARSI.
CAPITO?!
Questo in particolare nel combattimento libero. Se vincete (o meglio, CREDETE DI AVER VINTO) un duellino con dei bastoni a forma di spada, non siete nulla uguale. Al massimo potete aver battuto (anzi CREDERE DI AVER BATTUTO) un altro praticante, cosa che nella vita non conta ASSOLUTAMENTE UN CAZZO.
Dalle sconfitte si impara molto di più che dalle vittorie, cacciatevelo bene in testa.
Gioite dei vostri miglioramenti, non dico di no: migliorarsi è una cosa meravigliosa. Ma lasciate in pace gli altri. NON OSATE SENTIRVI MIGLIORI NEANCHE DELL'ULTIMO BAMBINO CHE ANCORA NON HA CAPITO COME IMPUGNARE LA SPADA, perché se pensate questo, lui è infinitamente superiore a voi.
Ricordatevi sempre che vi allenate con spade di legno e che non potrete MAI sapere chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto allo scontro. Tutto ciò che potete fare è combattere al meglio delle vostre possibilità, con una mente serena, un corpo rilassato ed uno spirito libero da pensieri di alcun genere.
Se un giorno vi accorgete di credervi migliori, e magari non ve ne eravate neanche resi conto, autofustigatevi finché non vi sentite delle larve.
(Ovviamente scherzo... però meditateci su. La competitività, la voglia di superiorità, uccide la pratica. Non umiliate nessuno, non prendete in giro nessuno, ma aiutate gli altri, mostrate loro i loro punti di forza, aiutateli a colmare le loro lacune. Siete compagni di pratica e non otterrete alcun premio dal sovrastare il prossimo).
Riflessione.
Ora dirò una frase che sembrerà una cazzata, ma è pensata ed ha un significato.
L'abilità non esiste.
Non tutti hanno la (s?)fortuna di rendersene conto e molti pensano semplicemente che hanno una certa abilità e riescono a fare determinate cose.
Il punto è che alla fine l'abilità è una cosa talmente irrilevante da essere quasi un'illusione.
il 90% del risultato di un'azione è dato dalle circostanze.
Le quali non sono solo il terreno, il tempo atmosferico, la posizione etc, ma anche lo stato d'animo, la fiducia in sé stessi, ciò che è accaduto recentemente e milioni di altre cose.
Le quali influiscono PESANTISSIMAMENTE sulla riuscita dell'azione.
Vi farò un esempio: io suono (per passione) qualche strumento. Non sono particolarmente bravo in nessuno e non conosco per niente la teoria musicale, però mi dicono che ho 'orecchio', il che è possibile dato che vivo a contatto con musicisti da quando sono nato.
Al momento suono la tastiera.
C'è una particolare musichina che suono ogni tanto per allenarmi. Mi serve perché non sono ancora molto capace di muovere entrambe le due mani contemporaneamente su ritmi diversi. Questa musica ha un accompagnamento molto semplice che riesco a fare con la sinistra, ed una melodia sempre molto semplice.
Mi riesce di suonare per bene questa musichina (quindi tenendo perfettamente il tempo fra le due mani) solo la mattina appena sveglio. Dopo un po' non mi riesce più.
Ci sono musiche che mi riesce di suonare bene solo provandole per qualche minuto. Ogni volta.
Ci sono giochini al computer nei quali divento bravo se ci gioco con una certa frequenza, e dopo un'interruzione non mi riescono più.
Ci sono cose che mi riescono perfettamente se sono sicuro che mi riescano, e non sono più capace di farle se un dubbio mi attraversa la mente.
La mattina appena sveglio non riesco manco a svitare una moka, magari in pieno giorno tiro su sacchi della spesa pesantissimi.
La sera dopo cena scrivo a tastiera molto più velocemente.
Tutto questo per dire cosa? Che l'abilità è più un'illusione che altro.
È una cosa talmente sottile, effimera, che quasi non esiste.
Certo, allenarsi e allenarsi e allenarsi ancora rende migliori, confrontarsi con molte situazioni flessibilizza la mente e insegna tantissime cose... ma tutte queste non sono forse circostanze?
Se riesco a combattere bene solo dopo un po' che mi alleno, non è forse questa una circostanza?
Riflettete su ciò, oh miei (pochissimi) lettori.
Per questo dico che gasarsi è doppiamente da stupidi.
Primo, perché non serve a nulla se non a sentirsi grossi per 10 secondi.
Secondo, perché voi siete grossi nella vostra mente, ma in realtà non siete nulla. Voi siete le circostanze in cui vi trovate. Se queste circostanze cambiano, voi cambiate.
Siete sempre sicuri di esistere? ;)
lunedì 13 luglio 2009
Libertà
Voglio ricucirmi le ali tagliate, voglio ricominciare, voglio essere la persona che sono e non quella che anni ed anni di freni, lacci, legami ed inibizioni mi hanno reso.
Voglio fare ciò verso cui la mia forza vitale si muove spontaneamente, volare, rilassare i muscoli e farmi portare dalla corrente.
Voglio recuperare il tempo perso. Voglio mettere alla prova il mio giudizio.
Voglio la LIBERTA'.
Come faccio ad essere una persona, senza?
Come faccio a non essere schiavo di regole inesistenti, spontaneamente nate dal nulla?
Come faccio ad uscire dalla scatola?
IO il mondo lo voglio vedere, non mi basta il buco della serratura!
Anche se fin'ora ho fatto finta che mi bastasse!
Non si può pretendere che io diventi un uomo, senza darmi la libertà.
E anche se non mi verrà data, me la prenderò da solo.
Non voglio restare uno sbuffo di fumo nel vento dell'esistenza.
Voglio fare ciò verso cui la mia forza vitale si muove spontaneamente, volare, rilassare i muscoli e farmi portare dalla corrente.
Voglio recuperare il tempo perso. Voglio mettere alla prova il mio giudizio.
Voglio la LIBERTA'.
Come faccio ad essere una persona, senza?
Come faccio a non essere schiavo di regole inesistenti, spontaneamente nate dal nulla?
Come faccio ad uscire dalla scatola?
IO il mondo lo voglio vedere, non mi basta il buco della serratura!
Anche se fin'ora ho fatto finta che mi bastasse!
Non si può pretendere che io diventi un uomo, senza darmi la libertà.
E anche se non mi verrà data, me la prenderò da solo.
Non voglio restare uno sbuffo di fumo nel vento dell'esistenza.
domenica 7 giugno 2009
Acqua Immobile
La serenità esiste. Questa è una costante.
Un punto fisso di verità.
La serenità non è un'illusione.
Talvolta mi capita di immergermi in questa sensazione. Serenità, calma imperturbabile. Come uno specchio d'acqua immobile.
Posso toccare la realtà con mano e nessuna foschia mi avvolge gli occhi.
È un flusso, non uno stato. Ha un inizio, una fine ed una direzione: è causato da qualcosa, ed esiste in funzione di ciò.
Ma, lavorandoci su, lo renderò uno stato. Serenità come condizione, non come evento.
Prima o poi ce la farò.
Afferro la spada e la snudo. Ascolto ogni istante il lieve fruscio provocato dallo scorrimento della lama nel saya.
Partendo dall'immobilità, un lampo, il nukitsuke. Il fischio leggero dell'aria tagliata.
Qui ed ora, vivo la situazione e ne ho controllo. Zanshin.
La mano sinistra si siede, morbida ma salda, sulla tsuka.
Freddo metallico del kashira sulla pelle.
Chudan no kamae. Controllo il peso, lo spirito è posto al centro. Nessuna contrazione, nessuna rigidità.
Come acqua immobile.
Un punto fisso di verità.
La serenità non è un'illusione.
Talvolta mi capita di immergermi in questa sensazione. Serenità, calma imperturbabile. Come uno specchio d'acqua immobile.
Posso toccare la realtà con mano e nessuna foschia mi avvolge gli occhi.
È un flusso, non uno stato. Ha un inizio, una fine ed una direzione: è causato da qualcosa, ed esiste in funzione di ciò.
Ma, lavorandoci su, lo renderò uno stato. Serenità come condizione, non come evento.
Prima o poi ce la farò.
Afferro la spada e la snudo. Ascolto ogni istante il lieve fruscio provocato dallo scorrimento della lama nel saya.
Partendo dall'immobilità, un lampo, il nukitsuke. Il fischio leggero dell'aria tagliata.
Qui ed ora, vivo la situazione e ne ho controllo. Zanshin.
La mano sinistra si siede, morbida ma salda, sulla tsuka.
Freddo metallico del kashira sulla pelle.
Chudan no kamae. Controllo il peso, lo spirito è posto al centro. Nessuna contrazione, nessuna rigidità.
Come acqua immobile.
giovedì 28 maggio 2009
Una generazione
Da un po' di tempo sono pervaso da una strana sensazione. Sarà l'aria estiva, sarà che fra un anno ho la maturità... ma sento come una nostalgia, una brezza sognante che mi soffia in faccia.
Come di tante, infinite cose che avrei potuto vedere, vivere, fare... ma che i miei dati anagrafici mi hanno precluso.
Faccio parte di una generazione strana, perduta in un angolo strano lungo la linea temporale.
Lessi tempo fa una frase: "Noi siamo i figli di mezzo della storia. Noi non abbiamo la grande guerra, la grande depressione: il vuoto di vivere è la nostra guerra, la mancanza di una meta la nostra depressione"
Non era proprio così, ma il succo è quello.
Guardandomi in giro, guardandomi dentro, vedo un grande vuoto, una voragine intorno a cui ruotano le vite di milioni di persone. Una voragine incolmabile, che porta a vivere una vita falsa sotto l'insegna del piacere ad ogni costo, immersi in un mare di coca-cola ed occhiali da sole formato 16". Oppure a fluttuare, ruotare in questa assenza di gravità, senza punti fissi, senza nulla, circondati da illusioni - o forse realtà? - flebili ed effimere.
Sfogliando giornalini di vent'anni fa si avverte qualcosa, come il respiro di una generazione di giovani, ora adulti, padri, madri, uomini e donne in carriera, sbandati, gente di tutto il mondo che ha vissuto l'inizio del volo.
Loro l'hanno vissuto, hanno provato la gioia di aprire le ali e librarsi nell'aria, lasciando le vestigia di una società vecchia e polverosa. Non posso sapere cosa hanno sentito, ma provo lo stesso nostalgia per questo. Perché vorrei averlo sentito anch'io. Ma sono nato troppo tardi.
La nostra generazione è in volo da tanto, troppo tempo. Le rovine del passato non le ha mai viste, se non in libri di storia, studiati, ma mai letti. Oramai volare non è una benedizione, è una condanna. Non ci sono posti dove atterrare e creare qualcosa di nuovo.
Siamo una generazione allo sbando nell'aria della libertà.
O meglio, della finta libertà: la libertà dei lustrini, dei popcorn, la libertà di distruggersi ma non di crescere. La libertà che ti impedisce di andare avanti con i tuoi piedi, ti costringe in binari prefissati.
Io vorrei fare qualcosa di me, ma non ho ancora scoperto come...
Forse sono solo un sognatore incallito ed illuso.
O forse sono veramente nato troppo tardi.
Come di tante, infinite cose che avrei potuto vedere, vivere, fare... ma che i miei dati anagrafici mi hanno precluso.
Faccio parte di una generazione strana, perduta in un angolo strano lungo la linea temporale.
Lessi tempo fa una frase: "Noi siamo i figli di mezzo della storia. Noi non abbiamo la grande guerra, la grande depressione: il vuoto di vivere è la nostra guerra, la mancanza di una meta la nostra depressione"
Non era proprio così, ma il succo è quello.
Guardandomi in giro, guardandomi dentro, vedo un grande vuoto, una voragine intorno a cui ruotano le vite di milioni di persone. Una voragine incolmabile, che porta a vivere una vita falsa sotto l'insegna del piacere ad ogni costo, immersi in un mare di coca-cola ed occhiali da sole formato 16". Oppure a fluttuare, ruotare in questa assenza di gravità, senza punti fissi, senza nulla, circondati da illusioni - o forse realtà? - flebili ed effimere.
Sfogliando giornalini di vent'anni fa si avverte qualcosa, come il respiro di una generazione di giovani, ora adulti, padri, madri, uomini e donne in carriera, sbandati, gente di tutto il mondo che ha vissuto l'inizio del volo.
Loro l'hanno vissuto, hanno provato la gioia di aprire le ali e librarsi nell'aria, lasciando le vestigia di una società vecchia e polverosa. Non posso sapere cosa hanno sentito, ma provo lo stesso nostalgia per questo. Perché vorrei averlo sentito anch'io. Ma sono nato troppo tardi.
La nostra generazione è in volo da tanto, troppo tempo. Le rovine del passato non le ha mai viste, se non in libri di storia, studiati, ma mai letti. Oramai volare non è una benedizione, è una condanna. Non ci sono posti dove atterrare e creare qualcosa di nuovo.
Siamo una generazione allo sbando nell'aria della libertà.
O meglio, della finta libertà: la libertà dei lustrini, dei popcorn, la libertà di distruggersi ma non di crescere. La libertà che ti impedisce di andare avanti con i tuoi piedi, ti costringe in binari prefissati.
Io vorrei fare qualcosa di me, ma non ho ancora scoperto come...
Forse sono solo un sognatore incallito ed illuso.
O forse sono veramente nato troppo tardi.
venerdì 8 maggio 2009
Realtà concreta e Realtà astratte
Premetto che dirò ben poco, in questo post, che non sia già stato detto da qualche parte, da me o da qualcun altro.
Né disquisirò in maniera approfondita riguardo a tutto quello che c'è da dire in proposito.
Scrissi, tempo fa, che secondo me "la chiave" per... per... beh, sostanzialmente tutto, è la Sincerità. Questo è un concetto che intendo incastonarmi dentro, senza il minimo dubbio. Fondamentalmente è quella che definirei come la mia fede. Io non credo in dio, né in surrogati vari, né in pantheon indiogrecogiappocinoromani.
Credo nella Sincerità come via di vita. Punto e basta.
Se vi interessa faccio la messa ogni giovedì alle 7:00.
Scherzi pseudoblasfemi a parte, quello che intendo io come Sincerità (con la S maiuscola) non è la definizione da vocabolario. In effetti ho scelto questa parola perché era quella che mi suonava meglio. Forse sarebbe più adatto "onestà con sé stessi".
Quello che intendo io per Sincerità è l'agire, sempre e comunque, in maniera corretta e coerente con sé stessi, andando dritti da un punto ad un altro. Ne "la chiave!" feci un esempio con la spada: in un combattimento, la Sincerità consiste nell'essere chiari, limpidi e trasparenti, e andare dritti da un punto ad un altro. Andare dritti dal principio del combattimento alla sua fine, ovvero la morte dell'avversario. Senza trucchi, finte, agganci, cazzi vari cazzi e mazzi. Sollevo la spada, e la calo quando sono alla distanza giusta: questo è tutto quello che mi serve.
Sincerità per me è fare quello che ritengo sia giusto, non fare quello che non ritengo sia giusto, non forzare né me né gli altri, seguendo un percorso chiaro, naturale, spontaneo.
Lasciare in pace me e tutto il resto, senza segreti, senza rancori, senza seghe mentali varie.
Ovviamente tutto questo non è sempre possibile. La vita ti mette di fronte a situazioni dove devi scegliere fra due (o più) cose egualmente giuste e con conseguenze egualmente gravi. I bivi esistono e ce ne sono anche tanti. È giusto che vadano affrontati.
Ma quando questi bivi NON CI SONO, non vedo perché dovrei CREARMELI DA SOLO.
Fine dell'intro.
Ora, quello di cui vorrei parlare in questo post è la questione della Realtà concreta e delle Realtà astratte, come da titolo.
Da quando ho formulato questa mia idea di Sincerità, ho cercato di seguirla in maniera più naturale e spontanea possibile. Ovviamente ci vuole gradualità; sarebbe un controsenso credere nella spontaneità e sacrificarla per seguirla. Un po' come quando uno si sforza di rilassarsi. Che cazzo vuol dire? Se ti sforzi non ti rilassi.
Ci sono stati bivi lungo il mio cammino, a volte tremendamente intricati, situazioni in cui non facevo una cosa che volevo fare perché farla avrebbe causato cose che non volevo e il non fare quella cosa causava comunque conseguenze minori sopportabili ma che causavano stress.
Ho passato anche quelli, bene o male, e sono andato avanti.
Il problema è che mi sono capitate situazioni in cui non distinguevo la Realtà concreta dalle Realtà astratte.
Innanzitutto definiamole.
La Realtà concreta è una, è quella e basta. Per Realtà concreta non intendo solo la Realtà materiale, anche se la seconda fa indubbiamente parte della prima.
La Realtà concreta è quella della vita, semplice, così com'è. Mangiare, dormire, divertirsi, imparare... Senza concetti aggiunti, senza casini di sottofondo.
Immagino la Realtà concreta come una biglia, sospesa nel vuoto.
Intorno a questa Realtà concreta esiste una fitta nebbia infinita di Realtà astratte. Queste Realtà astratte sono tutte le congetture, tutti i modelli, tutte le seghe mentali concepibili dalla psiche umana.
Spesso ci serviamo delle Realtà astratte, estramemente spesso. Il loro uso è talmente frequente che oramai è difficile distinguerle da quella concreta. Tanto più che la concezione moderna di realtà è un amalgama di varie realtà astratte con elementi aggiunti della realtà concreta.
Il mio problema, come dicevo prima, è che a volte ho fatto fatica a distinguere le varie realtà. Mi sono ritrovato a formulare modelli astratti e a fissarmeli talmente tanto in mente da considerarli veri. Ovviamente tali modelli non erano del tutto astratti, come tutte le cose: avevano basi reali, si fondavano su qualcosa di provato concretamente, ma il resto del modello era pura follia, sega mentale 100%.
Potrei fare vari esempi ma mi sembrano tutti troppo contorti, quindi me ne inventerò uno ad hoc e festa finita.
Prendiamo un ragazzo e facciamogli avere un sonoro 2 di picche da quella che gli garba. La realtà concreta è che per qualche motivo ha preso il due di picche. Forse non gli piace, o forse è una demente che si diverte a respingere le persone, o forse in realtà gli piace ma le sue amiche lo prendono in giro perché non veste firmato e poi c'è anche quello della 5^B biondo con gli occhi azzurri che le ha chiesto di uscire ma lei pensa che lui sia solo un deficente che fa tanto lo sborone con la moto però le amiche sbavano per lui ma loro tanto sbavano per tutti e quindi è tutto un gran casino, o forse il motivo per cui non gli piace è che lui si comporta così e tutti gli dicono che dovrebbe essere meno scemo e più serio, ma lui in realtà è serio solo che ogni tanto si vuole divertire.
Tutto ciò che segue il punto dopo "picche" è realtà astratta: modelli, concetti, 'astrazioni' appunto. Per gli amici 'seghe mentali'. Il casino è quando le si considera vere.
Ora, il punto è che le seghe mentali se le fanno tutti. Ovviamente ci sono quelli che se provi a spiegarglielo ti rispondono che loro non se le fanno. Questo vuol dire semplicemente che si sono incastrati dentro una realtà astratta e la considerano vera.
Spesso ci serviamo di realtà astratte per tappare i 'buchi' nella nostra conoscenza della Realtà concreta, in particolare per trovare il motivo di alcune cose. Ad esempio, se io non capisco perché una determinata cosa non mi riesce, è naturale che mi inventi una realtà astratta che dia una spiegazione. Questa realtà astratta può essere positiva (consola, ma solitamente illude), negativa (causa sofferenza) oppure un misto delle due. Resta il fatto che è astratta: vale la pena osservarla, considerarla, ma in maniera distaccata. Il casino è quando la vivi.
Né disquisirò in maniera approfondita riguardo a tutto quello che c'è da dire in proposito.
Scrissi, tempo fa, che secondo me "la chiave" per... per... beh, sostanzialmente tutto, è la Sincerità. Questo è un concetto che intendo incastonarmi dentro, senza il minimo dubbio. Fondamentalmente è quella che definirei come la mia fede. Io non credo in dio, né in surrogati vari, né in pantheon indiogrecogiappocinoromani.
Credo nella Sincerità come via di vita. Punto e basta.
Se vi interessa faccio la messa ogni giovedì alle 7:00.
Scherzi pseudoblasfemi a parte, quello che intendo io come Sincerità (con la S maiuscola) non è la definizione da vocabolario. In effetti ho scelto questa parola perché era quella che mi suonava meglio. Forse sarebbe più adatto "onestà con sé stessi".
Quello che intendo io per Sincerità è l'agire, sempre e comunque, in maniera corretta e coerente con sé stessi, andando dritti da un punto ad un altro. Ne "la chiave!" feci un esempio con la spada: in un combattimento, la Sincerità consiste nell'essere chiari, limpidi e trasparenti, e andare dritti da un punto ad un altro. Andare dritti dal principio del combattimento alla sua fine, ovvero la morte dell'avversario. Senza trucchi, finte, agganci, cazzi vari cazzi e mazzi. Sollevo la spada, e la calo quando sono alla distanza giusta: questo è tutto quello che mi serve.
Sincerità per me è fare quello che ritengo sia giusto, non fare quello che non ritengo sia giusto, non forzare né me né gli altri, seguendo un percorso chiaro, naturale, spontaneo.
Lasciare in pace me e tutto il resto, senza segreti, senza rancori, senza seghe mentali varie.
Ovviamente tutto questo non è sempre possibile. La vita ti mette di fronte a situazioni dove devi scegliere fra due (o più) cose egualmente giuste e con conseguenze egualmente gravi. I bivi esistono e ce ne sono anche tanti. È giusto che vadano affrontati.
Ma quando questi bivi NON CI SONO, non vedo perché dovrei CREARMELI DA SOLO.
Fine dell'intro.
Ora, quello di cui vorrei parlare in questo post è la questione della Realtà concreta e delle Realtà astratte, come da titolo.
Da quando ho formulato questa mia idea di Sincerità, ho cercato di seguirla in maniera più naturale e spontanea possibile. Ovviamente ci vuole gradualità; sarebbe un controsenso credere nella spontaneità e sacrificarla per seguirla. Un po' come quando uno si sforza di rilassarsi. Che cazzo vuol dire? Se ti sforzi non ti rilassi.
Ci sono stati bivi lungo il mio cammino, a volte tremendamente intricati, situazioni in cui non facevo una cosa che volevo fare perché farla avrebbe causato cose che non volevo e il non fare quella cosa causava comunque conseguenze minori sopportabili ma che causavano stress.
Ho passato anche quelli, bene o male, e sono andato avanti.
Il problema è che mi sono capitate situazioni in cui non distinguevo la Realtà concreta dalle Realtà astratte.
Innanzitutto definiamole.
La Realtà concreta è una, è quella e basta. Per Realtà concreta non intendo solo la Realtà materiale, anche se la seconda fa indubbiamente parte della prima.
La Realtà concreta è quella della vita, semplice, così com'è. Mangiare, dormire, divertirsi, imparare... Senza concetti aggiunti, senza casini di sottofondo.
Immagino la Realtà concreta come una biglia, sospesa nel vuoto.
Intorno a questa Realtà concreta esiste una fitta nebbia infinita di Realtà astratte. Queste Realtà astratte sono tutte le congetture, tutti i modelli, tutte le seghe mentali concepibili dalla psiche umana.
Spesso ci serviamo delle Realtà astratte, estramemente spesso. Il loro uso è talmente frequente che oramai è difficile distinguerle da quella concreta. Tanto più che la concezione moderna di realtà è un amalgama di varie realtà astratte con elementi aggiunti della realtà concreta.
Il mio problema, come dicevo prima, è che a volte ho fatto fatica a distinguere le varie realtà. Mi sono ritrovato a formulare modelli astratti e a fissarmeli talmente tanto in mente da considerarli veri. Ovviamente tali modelli non erano del tutto astratti, come tutte le cose: avevano basi reali, si fondavano su qualcosa di provato concretamente, ma il resto del modello era pura follia, sega mentale 100%.
Potrei fare vari esempi ma mi sembrano tutti troppo contorti, quindi me ne inventerò uno ad hoc e festa finita.
Prendiamo un ragazzo e facciamogli avere un sonoro 2 di picche da quella che gli garba. La realtà concreta è che per qualche motivo ha preso il due di picche. Forse non gli piace, o forse è una demente che si diverte a respingere le persone, o forse in realtà gli piace ma le sue amiche lo prendono in giro perché non veste firmato e poi c'è anche quello della 5^B biondo con gli occhi azzurri che le ha chiesto di uscire ma lei pensa che lui sia solo un deficente che fa tanto lo sborone con la moto però le amiche sbavano per lui ma loro tanto sbavano per tutti e quindi è tutto un gran casino, o forse il motivo per cui non gli piace è che lui si comporta così e tutti gli dicono che dovrebbe essere meno scemo e più serio, ma lui in realtà è serio solo che ogni tanto si vuole divertire.
Tutto ciò che segue il punto dopo "picche" è realtà astratta: modelli, concetti, 'astrazioni' appunto. Per gli amici 'seghe mentali'. Il casino è quando le si considera vere.
Ora, il punto è che le seghe mentali se le fanno tutti. Ovviamente ci sono quelli che se provi a spiegarglielo ti rispondono che loro non se le fanno. Questo vuol dire semplicemente che si sono incastrati dentro una realtà astratta e la considerano vera.
Spesso ci serviamo di realtà astratte per tappare i 'buchi' nella nostra conoscenza della Realtà concreta, in particolare per trovare il motivo di alcune cose. Ad esempio, se io non capisco perché una determinata cosa non mi riesce, è naturale che mi inventi una realtà astratta che dia una spiegazione. Questa realtà astratta può essere positiva (consola, ma solitamente illude), negativa (causa sofferenza) oppure un misto delle due. Resta il fatto che è astratta: vale la pena osservarla, considerarla, ma in maniera distaccata. Il casino è quando la vivi.
giovedì 19 marzo 2009
Le mie idee sulla spada, sul combattimento e sulla didattica marziale
È troppo presto e non dovrei dirle. Rispettando i tempi di "shu", dovrei imparare ancora per più di 10 anni.
Non sono neanche tutte idee mie, però sono idee che ritengo GIUSTE è questo è ciò conta veramente.
Ciò che voglio esprimere qui è un insieme di concetti maturati, sia praticando che leggendo e discutendo, sulla didattica marziale (in particolare riguardo alla spada giapponese).
La somma di tutto l'insieme di concetti potrebbe essere chiamato ANDAMENTO PIRAMIDALE.
Piramidale perché parte da una base solida e al livello di tutti, quello del terreno, raffinandosi gradualmente fino ad arrivare alla punta, che svetta nei cieli.
Questo è un concetto abbastanza ovvio ma spesso trascurato.
Per parlare in maniera più diretta e concreta scriverò un "programma di allenamento" per una lezione, esercizio dopo esercizio, ognuno esaminato secondo questa "didattica piramidale".
1)Pratica singola: Suburi
In giapponese significa "eccesso" ed è il nome più comunemente usato per l'esercizio di ripetizione in singolo di un movimento.
Secondo me il suburi dovrebbe avere duplice scopo, ginnico e 'ascetico'.
Prendiamo ad esempio il tipico suburi del taglio verticale.
Innanzitutto ritengo che sia importante la progressiva elasticizzazione dei movimenti a discapito della loro durezza. Stare rigidi e duri non serve a nessuno, fa solo male, nella vita reale come nel combattimento.
Ovviamente non bisogna neanche essere dei fuscellini che si piegano ad ogni cosa, ma non ritengo che la potenza derivi dalla durezza, ma dal 'dinamismo' del movimento.
Il suburi quindi deve tendere ad elasticizzare le spalle e le braccia, assicurandosi che una sua pratica molto assidua non faccia irrigidire le gambe. Il suburi della Kyushin-ryu funziona bene in questo senso: la lama tocca le spalle durante il caricamento (alta elasticizzazione) e si molleggiano le gambe. Dovrebbe essere importante partire accelerando con calma e finire decelerando dolcemente la frequenza dei colpi, altrimenti il cambiamento improvviso di pressione renderà i bracci dei pezzi di legno per qualche ora (sperimentato personalmente, non è bello...).
Questo per il lato GINNICO del suburi. Il quale secondo me ha un secondo scopo, molto importante, che definisco 'ascetico' perché non mi vengono termini migliori.
Il suburi è il simbolo della RICERCA DELLA PERFEZIONE.
E' un esercizio che mette alla prova la forza di volontà ed il fisico insieme, ma soprattutto, insegna al corpo come muoversi.
Per ottenere ciò bisogna essere morbidi mentalmente, cioè non incaponirsi. Bisogna ascoltare i segnali del corpo durante il suburi.
Un suburi perfetto è veloce, ritmico, morbido, potente, ampio e calmo. Ovviamente non si possono ottenere subito tutte queste cose insieme. Anzi, anche solo a provarci ne va a mancare una - la calma, perché la foga di fare un suburi perfetto lo rende ancora più imperfetto.
Come dicevo prima, secondo me è necessario ascoltare i segnali che ci manda il corpo. All'inizio, probabilmente uno commetterà diversi errori: terrà la spada troppo fermamente con la destra e comunque anche con la sinistra, irrigidirà la schiena e le spalle, tenderà a muovere la testa avanti ed indietro e terrà un ritmo irregolare. Ottenendo così un movimento legnoso, lento, aritmico, debole, stretto e nervoso. Dopo una ventina di colpi le braccia inizieranno a cedere, il collo, la schiena ed i polpacci faranno male, il bokken diventerà così pesante da sembrare una spranga di titanio, e si accumulerà una quantità di stress talmente alta da far andare in crisi anche il Dalai Lama.
In questo momento il corpo elargisce una quantità di segnali enorme. Dice: "...rilassa quei polsi e quelle mani..." "...lascia le spalle..." "...ammorbidisci il collo..." "...segui il ritmo della spada...".
È stupefacente come siamo tutti tremendamente SORDI a questi segnali, tanto che ci vogliono anni ed anni di allenamento solo per sentirne, flebile flebile, uno o due.
Io dopo due anni di Kendo, un anno di Kenjutsu e svariati anni di pratica amatoriale, ne ho sentito uno qualche mese fa. Ganzo no?
Però alla fine le cose si imparano: a me è bastato sentire "lascia andare la mano destra, che se stringi non ottieni niente..." e sono migliorato parecchio. A tratti questa 'coscienza' mi scompare, ma tanto basta rilassarsi un po', fare un po' di subburi e ritorna. Come andare in bici: non si scorda mai.
Comunque, praticando con calma e pazienza il Suburi, il movimento si perfeziona, si raffina, lasciandosi dietro tutti i comportamenti dannosi. E rieccoci all'"andamento piramidale".
2)Pratica di gruppo: Liberare il colpo\Tsumeru
I nomi di questi esercizi li ho presi paro paro dalla Kyushin. Beh, che ci volete fare: 'sto stile l'hanno inventato proprio bene! Mica è colpa mia!
Gli esercizi di pratica di gruppo che qui descriverò in effetti esulano, in parte, dalla didattica piramidale. In effetti questi esercizi tendono ad un "andamento oscillatorio". Mi spiego meglio più avanti.
"Liberare il colpo" funziona così: i praticanti, a gruppi di 3\4 decidono uno che "sta" e gli altri si allenano.
Quello che "sta" tiene la spada come un bastone, con entrambe le mani, una in cima ed una in fondo; la posiziona orizzontalmente sopra la sua fronte.
Gli altri praticanti si mettono in fila di fronte a lui e, uno dopo l'altro, eseguono il taglio verticale colpendo con giusta potenza e giusta distanza sulla spada che lui tiene sulla fronte, facendo rimbalzare il colpo portando la lama ben in alto (è difficile da spiegare... ci vorrebbe un video). Dopo aver colpito continuano ad avanzare in avanti, come un treno, senza scansarsi da quello che 'sta', come per travolgerlo. Ovviamente lui si scanserà all'ultimo momento.
Dopo un po' si cambia turno e così via.
Questo esercizio è molto importante per svariati motivi.
1)Insegna a misurare la distanza
2)Insegna a controllare la potenza del colpo
3)Elimina progressivamente la paura del contatto fisico violento.
Come dicevo prima, in questo caso più che un "andamento piramidale" si ha un "andamento oscillatorio". Praticando questo tipo di esercizio, più che partire da una base per poi "raffinarsi" piano piano, si parte da un lato (es. Colpisco troppo vicino, oppure: colpisco con troppa potenza) e poi si 'ondeggia', si 'oscilla' come un pendolo, da un lato ad un altro, aggiustandosi sempre di più fino ad arrivare nel punto perfetto che sta nel mezzo.
Il secondo esercizio che ho nominato è "Tsumeru". Tsumeru funziona esattamente come "liberare il colpo", ma NON SI COLPISCE: si CONTROLLA soltanto. La nostra lama deve rimbalzare su UN MILLIMETRO PRIMA di toccare la spada di quello che 'sta'.
Questo esercizio è fondamentale per imparare il controllo preciso della lama.
3)Pratica di coppia: Uchikomi
Quello che descriverò ora è l'ESERCIZIO PRINCIPE della didattica piramidale.
La pratica di coppia è il fondamento. Quella che io definirei "la costruzione del combattimento". L'essenza dell'andamento piramidale.
Nell'Uchikomi, i praticanti si mettono a due a due, dopodiché eseguono una serie di "prove" che vanno via via raffinandosi, per raggiungere il combattimento libero.
Mi spiego meglio.
Il primo livello, la BASE della piramide, è il livello in cui i praticanti decidono in anticipo TUTTO quello che deve succedere, QUANDO deve succedere, COME deve succedere e CHI deve farlo. In pratica è come se facessero un kata, una forma.
Nel primo livello, i praticanti decidono CHI fa COSA, QUANDO LO FA, COME LO FA, COME REAGISCE L'ALTRO, QUANDO REAGISCE L'ALTRO, COME SI MUOVONO.
Esempio: A e B fanno uchikomi e decidono: A sta in jodan (guardia alta), B sta in waki-no-kamae (guardia laterale bassa); A attacca shomengiri (taglio verticale); B contrattacca spostandosi con un lungo passo in avanti a sinistra, rompendo la distanza e tagliando kiri-age (taglio diagonale dal basso).
TUTTO è deciso, anche il RITMO dell'azione viene deciso in partenza, ed il movimento viene ripetuto varie volte.
A questo livello l'uchikomi è come un balletto, in senso dispregiativo; è come una forma, un kata. Tutti sanno tutto. Serve da base. Tramite il primo livello dell'Uchikomi, il maestro ha modo di dare agli allievi le basi tramite "esempi applicativi" a volte chiamati "tecniche" ma che è importante lasciare al loro ruolo di ESEMPI.
Quando sono stati dati sufficienti esempi, ed il maestro ha avuto modo di osservare gli allievi e correggere gli errori, dare loro consigli e permettere ai loro corpi di acquisire confidenza con il movimento, si passa al secondo livello dell'Uchikomi.
AD ogni livello dell'Uchikomi, si toglie una regola. Il primo livello è quello con TUTTE le regole: deciso attacco, contrattacco, chi lo fa, quando lo fa, come lo fa, perché lo fa.
Al secondo livello, per esempio, si potrebbe decidere chi attacca e chi contrattacca; si decide come si sviluppa l'attacco, ma si lascia a chi contrattacca la libertà di usare uno qualsiasi degli esempi applicativi che ha visto.
Sostanzialmente: attacco codificato, contrattacco libero. Si può decidere che A sta in jodan, B sta in waki, e che A attacca shomengiri. Poi B è libero di tagliare kiri-age, tagliare do-giri (taglio orizzontale alla pancia), parare e contrattaccare di Ukenagashi ('parata fluente'), parare e contrattaccare di barai ('spazzare'), anticipare il colpo di degote (abbreviazione di debana-gote, 'anticipare ai polsi'). Presupponendo che abbia visto tutti questi esempi e che li padroneggi tutti. In questo modo si ottiene un primo raffinamento dalla base. Dal 'balletto' che era prima, adesso i praticanti hanno un minimo grado di libertà: decidono da soli come contrattaccare.
Questo non è il solo tipo di secondo livello che esiste: per ottenere un 'secondo livello' basta levare una regola. E' semplicissimo. Si tratta di darsi una libertà. È un passo in più verso lo stato di LIBERTA' TOTALE che è il combattimento libero.
Poi si passa al terzo livello. Al terzo livello si levano DUE regole, molto semplicemente. Ad esempio: neanche l'attacco è più codificato. Adesso A può attaccare come gli gira meglio. Vuole tagliare diagonalmente? e allora taglierà diagonalmente. Starà a B reagire nel modo più appropriato, come in un combattimento vero.
E così, andando di livello in livello, si toglie una regola ogni volta. Si passa dal 'kata' ad un 'kata più libero'; poi si passa ad una composizione libera, improvvisata; ancora più importante, è necessario schiodarsi al più presto da quei dannati ESEMPI APPLICATIVI, prima che si finisca per usare solo quelli. LE TECNICHE NON ESISTONO! sono state inventate solo per fare un'idea, per trasmettere un principio. Quello che importa non è LA TECNICA, ma COSA LA FA FUNZIONARE. È quello che deve entrare bene in testa. Una volta che lo si è capito per bene, si può dare sfogo alla propria creatività... del resto, è Marziale, ma è pur sempre Arte... è cos'è l'Arte se non l'espressione della propria creatività?
Comunque, come stavo dicendo, ci si libera gradualmente di tutti i limiti, per fare tempo al corpo e alla mente di abituarsi, di perfezionarsi; finché non si arriva a togliere l'ultima regola, qualsiasi essa fosse... ed allora si raggiunge la cima della piramide, la vetta del COMBATTIMENTO LIBERO.
Libero DAVVERO, senza TECNICHE, senza POSIZIONI, senza ATTITUDINI... come diceva Musashi, la "posizione-non posizione"; l'"attitudine-non attitudine". Si combatte al pieno delle proprie facoltà sfruttando tutto ciò che si è imparato.
(P.S. per il Lupo: sto rivalutando quelli dell'Hasakido, se un giorno hai modo di ricontattarli dimmelo, che mi interesserebbe fargli una visita!)
4)Combattimento libero
Qua non c'è molto da dire... la pratica assidua e costante del combattimento libero è fondamentale, anche a livelli bassi: bisogna prima di tutto allenarsi ad essere pronti in qualsiasi eventualità. Rimandare troppo il combattimento libero è nocivo, bisogna permettere alla creatività marziale di ognuno di sfogarsi e perfezionarsi insieme con il corpo.
Sul combattimento libero è fondamentale chiarire un'altra cosa: l'AGONISMO.
Per agonismo non intendo LE GARE in sé ma in generale LO SPIRITO DI COMPETIZIONE.
Ebbene, secondo me lo spirito di competizione NON SERVE A UN CAZZO. A nessuno. Fa solo sbocciare tante teste di minchia.
Nella parte precedente del post ho tenuto per me il turpioquio ma qui ci sta.
Comunque, come stavo dicendo: la competizione è la cosa più NOCIVA alla pratica che possa esistere. Porta i praticanti più dotati a sentirsi meglio degli altri, e porta quelli meno dotati a rodersi il fegato o a perdere totalmente interesse nella pratica.
Oltre a questo, ROVINA la pratica anche a livello tecnico perché la FOGA DI VINCERE porta a FRETTA, la fretta porta a SPRECISIONE, la sprecisione porta a NULLA.
Prendete due kenshi (spadaccini), tecnicamente ineccepibili, ma non egualmente ineccepibili dal punto di vista morale. Metteteli l'uno davanti all'altro dicendogli: "il primo che tocca l'altro con la spada ha vinto". Assisterete al crollo totale di tutta l'eleganza, tutta la raffinatezza, la precisione, la pulizia che poteva esserci nei loro movimenti. Assisterete ad un deprimente spettacolo di bambini piccini che litigano inferociti per toccarsi con quei due pezzi di legno che, fino a poco prima, rappresentavano una Spada. Assisterete a due bignami di nevrosi saltellanti, chiusi e nervosi, che inventano le peggio cazzate pur di sfiorare il nemico, in qualsiasi posto (anche sulla punta dell'alluce destro) ed ottenere l'ambita vittoria.
Roba da SEPPUKU, per davvero. Che SCHIFO.
Ci sarà un motivo per cui lo chiamano AGONISMO... a vederlo io vado in AGONIA.
La Via della Spada è una Via individuale. Non c'è spazio per il confronto con gli altri. C'è spazio solo per il confronto con sé stessi.
Magari in una disciplina di combattimento disarmato, vuoi che sia karate, boxe, un qualche stile di kung fu, l'agonismo può essere affrontato con maggior leggerezza è più studio perché, bene o male, i pugni quelli sono. Pestarsi non è cosa da allenamento ma se uno vuole imparare a combattere è utile. Ma finché ti pesti coi pugni i danni sono limitati, se poi ti trattieni un minimo eviti diversi rischi. E ottieni di mantenere un certo contatto con la realtà: in un combattimento VERO, uno vuole VINCERE a tutti i costi... perchè vuole VIVERE. Ma finché usi i pugni, anche se il rischio c'è, non è MATEMATICO che l'altro lo mandi all'ospedale\obitorio.
Quandi usi una spada, anzi peggio, quando usi una SPADA GIAPPONESE, o comunque una lama eccelsamente affilata, la situazione è differente. NON puoi sperimentare il combattimento libero - quello per la propria vita - senza rischi. O vivi o muori.
Un tempo lo facevano, ed avevano le loro ragioni. Cercavano la perfezione nella spada mettendo in gioco la propria vita. E' sicuramente una cosa estremamente istruttiva, ma ora non si può più fare - e non credo che mi piacerebbe farlo, così come credo che non piacerebbe a nessuno, per quanto uno possa fare lo sbruffone a riguardo.
Quindi, concludendo, quando si fa combattimento libero con la spada, è bene chiarire BENE e SUBITO che VINCERE non serve a niente. Puoi essere il più bravo di tutti e non aver vinto mai. Anzi, con certi criteri di vittoria, il più bravo con la spada non riuscirebbe mai a vincere.
Quando si fa combattimento libero con la spada lo si fa per dar sfogo alla propria creatività marziale, lo si fa per confrontarsi con sé stessi e avvicinarsi sempre di più alla perfezione del Mu-shin, la mente vuota. Non per altro. Il resto sono solo spettacoli pietosi che è meglio risparmiarsi.
5)Altri esercizi: Iaijutsu, combattimento contro più avversari, prove di taglio
Per ora ho descritto quelli che ritengo essere gli esercizi fondamentali, le BASI della 'didattica piramidale' della spada. Con questi si allenano fondamentalmente l'elasticità fisica e mentale, la precisione, il controllo, l'occhio per le distanze. Però ci sono molte altre cose: la capacità di tagliare, l'intuizione, la capacità di 'cambiare fluentemente' l'oggetto della propria attenzione.
Molti altri esercizi possono essere fatti ed inventati, magari alla fine dell'allenamento per rilassarsi un po'. Alcuni hanno una forma che li fa sembrare dei giochi: molto bene, si impara meglio.
Ad esempio da noi si fanno prove di taglio con il bokken, si prova a tagliare la carte di giornale. Ovviamente tagliare la carta con una spada di legno è ben distante dal tagliare un tameshi con una spada affilata, e lo stesso tameshigiri si allontana abbastanza dal tagliare la carne viva... però è un esercizio comunque, permette di tenere ampi i propri orizzonti. Finite le prove di taglio, si appallottolano le cartacce ottenute e, a turno, uno sta in mezzo e gli altri gli lanciano le palle di carta; quello nel mezzo cerca di respingerle tutte con la spada. Interessante ed istruttivo.
A volte si fanno esercizi di Iaijutsu (tecniche di estrazione della spada) per sviluppare "l'intuizione", il "sesto senso", quella capacità di avvertire ciò che accade alle nostre spalle; o magari solo per allenare la visione periferica (imparando a vedere tutti i 180° a nostra disposizione).
Si possono fare esercizi per 'sentire' l'energia addominale, per controllare il proprio peso ed il proprio equilibrio, etc. Tutte queste pratiche possono sembrare dei giochini stupidi ma in realtà hanno molto da insegnare e non vanno trascurate.
Note sulla didattica piramidale.
Questo 'schema a piramide' non è solo presente negli esercizi, ma anche e soprattutto nell'insieme, l'allenamento.
Il combattimento è creatività, è la libertà totale della carta bianca, una libertà tale che disorienta. Non è possibile insegnare a combattere senza porre dei modelli. Sarebbe come spiegare la trigonometria ad un bambino dell'asilo che non sa fare le quattro operazioni.
Il compito del maestro è di condurre ogni allievo lungo questa Via, fino al punto in cui non può proseguire da solo. Il periodo durante il quale si ascoltano gli insegnamento del Maestro è chiamato Shu. Il momento in cui si inizia a distaccarsi è chiamato Ha. La fine del distacco, il momento in cui si diventa maestri è chiamato Ri.
Durante Shu bisogna seguire quest'andamento piramidale, non si può pretendere di fare tutto subito. Sarebbe curioso vedere come si comporta una persona totalmente a digiuno di combattimento (non esiste secondo me, N.d.A) in una situazione di scontro totalmente libero. Probabilmente farebbe appello agli istinti.
L'allievo deve scrivere un libro e si trova davanti ad un foglio di carta bianco, con in mano una penna, e non sa neanche come si fanno le lettere.
Il maestro deve dapprima insegnare le lettere, poi le parole, poi le frasi... poi le figure retoriche, eccetera. E poi deve iniziare a togliere tutti questi modelli, e lasciare che il fiore sbocci.
Così nella spada l'allievo deve imparare a combattere e si trova una spada in mano ed un avversario davanti. Non sa neanche da dove cominciare.
Ed il maestro deve iniziare imponendo dei modelli, come punto di riferimento: colpi, posizioni, parate, passi, tecniche... poi quando ha imposto tutti i modelli che servono all'allievo, inizia a toglierli. Le tecniche scompaiono, per lasciare spazio alla creazione libera; i passi scompaiono a favore del movimento libero nello spazio; le parate non esistono più; i colpi codificati lasciano spazio al movimento offensivo più adatto in quel dato momento; le guardie codificate diventano sempre più flessibili fino a scomparire definitivamente a favore di una posizione totalmente libera.
La cima della piramide.
Non sono neanche tutte idee mie, però sono idee che ritengo GIUSTE è questo è ciò conta veramente.
ATTENZIONE - È LUNGO
Ciò che voglio esprimere qui è un insieme di concetti maturati, sia praticando che leggendo e discutendo, sulla didattica marziale (in particolare riguardo alla spada giapponese).
La somma di tutto l'insieme di concetti potrebbe essere chiamato ANDAMENTO PIRAMIDALE.
Piramidale perché parte da una base solida e al livello di tutti, quello del terreno, raffinandosi gradualmente fino ad arrivare alla punta, che svetta nei cieli.
Questo è un concetto abbastanza ovvio ma spesso trascurato.
Per parlare in maniera più diretta e concreta scriverò un "programma di allenamento" per una lezione, esercizio dopo esercizio, ognuno esaminato secondo questa "didattica piramidale".
1)Pratica singola: Suburi
In giapponese significa "eccesso" ed è il nome più comunemente usato per l'esercizio di ripetizione in singolo di un movimento.
Secondo me il suburi dovrebbe avere duplice scopo, ginnico e 'ascetico'.
Prendiamo ad esempio il tipico suburi del taglio verticale.
Innanzitutto ritengo che sia importante la progressiva elasticizzazione dei movimenti a discapito della loro durezza. Stare rigidi e duri non serve a nessuno, fa solo male, nella vita reale come nel combattimento.
Ovviamente non bisogna neanche essere dei fuscellini che si piegano ad ogni cosa, ma non ritengo che la potenza derivi dalla durezza, ma dal 'dinamismo' del movimento.
Il suburi quindi deve tendere ad elasticizzare le spalle e le braccia, assicurandosi che una sua pratica molto assidua non faccia irrigidire le gambe. Il suburi della Kyushin-ryu funziona bene in questo senso: la lama tocca le spalle durante il caricamento (alta elasticizzazione) e si molleggiano le gambe. Dovrebbe essere importante partire accelerando con calma e finire decelerando dolcemente la frequenza dei colpi, altrimenti il cambiamento improvviso di pressione renderà i bracci dei pezzi di legno per qualche ora (sperimentato personalmente, non è bello...).
Questo per il lato GINNICO del suburi. Il quale secondo me ha un secondo scopo, molto importante, che definisco 'ascetico' perché non mi vengono termini migliori.
Il suburi è il simbolo della RICERCA DELLA PERFEZIONE.
E' un esercizio che mette alla prova la forza di volontà ed il fisico insieme, ma soprattutto, insegna al corpo come muoversi.
Per ottenere ciò bisogna essere morbidi mentalmente, cioè non incaponirsi. Bisogna ascoltare i segnali del corpo durante il suburi.
Un suburi perfetto è veloce, ritmico, morbido, potente, ampio e calmo. Ovviamente non si possono ottenere subito tutte queste cose insieme. Anzi, anche solo a provarci ne va a mancare una - la calma, perché la foga di fare un suburi perfetto lo rende ancora più imperfetto.
Come dicevo prima, secondo me è necessario ascoltare i segnali che ci manda il corpo. All'inizio, probabilmente uno commetterà diversi errori: terrà la spada troppo fermamente con la destra e comunque anche con la sinistra, irrigidirà la schiena e le spalle, tenderà a muovere la testa avanti ed indietro e terrà un ritmo irregolare. Ottenendo così un movimento legnoso, lento, aritmico, debole, stretto e nervoso. Dopo una ventina di colpi le braccia inizieranno a cedere, il collo, la schiena ed i polpacci faranno male, il bokken diventerà così pesante da sembrare una spranga di titanio, e si accumulerà una quantità di stress talmente alta da far andare in crisi anche il Dalai Lama.
In questo momento il corpo elargisce una quantità di segnali enorme. Dice: "...rilassa quei polsi e quelle mani..." "...lascia le spalle..." "...ammorbidisci il collo..." "...segui il ritmo della spada...".
È stupefacente come siamo tutti tremendamente SORDI a questi segnali, tanto che ci vogliono anni ed anni di allenamento solo per sentirne, flebile flebile, uno o due.
Io dopo due anni di Kendo, un anno di Kenjutsu e svariati anni di pratica amatoriale, ne ho sentito uno qualche mese fa. Ganzo no?
Però alla fine le cose si imparano: a me è bastato sentire "lascia andare la mano destra, che se stringi non ottieni niente..." e sono migliorato parecchio. A tratti questa 'coscienza' mi scompare, ma tanto basta rilassarsi un po', fare un po' di subburi e ritorna. Come andare in bici: non si scorda mai.
Comunque, praticando con calma e pazienza il Suburi, il movimento si perfeziona, si raffina, lasciandosi dietro tutti i comportamenti dannosi. E rieccoci all'"andamento piramidale".
2)Pratica di gruppo: Liberare il colpo\Tsumeru
I nomi di questi esercizi li ho presi paro paro dalla Kyushin. Beh, che ci volete fare: 'sto stile l'hanno inventato proprio bene! Mica è colpa mia!
Gli esercizi di pratica di gruppo che qui descriverò in effetti esulano, in parte, dalla didattica piramidale. In effetti questi esercizi tendono ad un "andamento oscillatorio". Mi spiego meglio più avanti.
"Liberare il colpo" funziona così: i praticanti, a gruppi di 3\4 decidono uno che "sta" e gli altri si allenano.
Quello che "sta" tiene la spada come un bastone, con entrambe le mani, una in cima ed una in fondo; la posiziona orizzontalmente sopra la sua fronte.
Gli altri praticanti si mettono in fila di fronte a lui e, uno dopo l'altro, eseguono il taglio verticale colpendo con giusta potenza e giusta distanza sulla spada che lui tiene sulla fronte, facendo rimbalzare il colpo portando la lama ben in alto (è difficile da spiegare... ci vorrebbe un video). Dopo aver colpito continuano ad avanzare in avanti, come un treno, senza scansarsi da quello che 'sta', come per travolgerlo. Ovviamente lui si scanserà all'ultimo momento.
Dopo un po' si cambia turno e così via.
Questo esercizio è molto importante per svariati motivi.
1)Insegna a misurare la distanza
2)Insegna a controllare la potenza del colpo
3)Elimina progressivamente la paura del contatto fisico violento.
Come dicevo prima, in questo caso più che un "andamento piramidale" si ha un "andamento oscillatorio". Praticando questo tipo di esercizio, più che partire da una base per poi "raffinarsi" piano piano, si parte da un lato (es. Colpisco troppo vicino, oppure: colpisco con troppa potenza) e poi si 'ondeggia', si 'oscilla' come un pendolo, da un lato ad un altro, aggiustandosi sempre di più fino ad arrivare nel punto perfetto che sta nel mezzo.
Il secondo esercizio che ho nominato è "Tsumeru". Tsumeru funziona esattamente come "liberare il colpo", ma NON SI COLPISCE: si CONTROLLA soltanto. La nostra lama deve rimbalzare su UN MILLIMETRO PRIMA di toccare la spada di quello che 'sta'.
Questo esercizio è fondamentale per imparare il controllo preciso della lama.
3)Pratica di coppia: Uchikomi
Quello che descriverò ora è l'ESERCIZIO PRINCIPE della didattica piramidale.
La pratica di coppia è il fondamento. Quella che io definirei "la costruzione del combattimento". L'essenza dell'andamento piramidale.
Nell'Uchikomi, i praticanti si mettono a due a due, dopodiché eseguono una serie di "prove" che vanno via via raffinandosi, per raggiungere il combattimento libero.
Mi spiego meglio.
Il primo livello, la BASE della piramide, è il livello in cui i praticanti decidono in anticipo TUTTO quello che deve succedere, QUANDO deve succedere, COME deve succedere e CHI deve farlo. In pratica è come se facessero un kata, una forma.
Nel primo livello, i praticanti decidono CHI fa COSA, QUANDO LO FA, COME LO FA, COME REAGISCE L'ALTRO, QUANDO REAGISCE L'ALTRO, COME SI MUOVONO.
Esempio: A e B fanno uchikomi e decidono: A sta in jodan (guardia alta), B sta in waki-no-kamae (guardia laterale bassa); A attacca shomengiri (taglio verticale); B contrattacca spostandosi con un lungo passo in avanti a sinistra, rompendo la distanza e tagliando kiri-age (taglio diagonale dal basso).
TUTTO è deciso, anche il RITMO dell'azione viene deciso in partenza, ed il movimento viene ripetuto varie volte.
A questo livello l'uchikomi è come un balletto, in senso dispregiativo; è come una forma, un kata. Tutti sanno tutto. Serve da base. Tramite il primo livello dell'Uchikomi, il maestro ha modo di dare agli allievi le basi tramite "esempi applicativi" a volte chiamati "tecniche" ma che è importante lasciare al loro ruolo di ESEMPI.
Quando sono stati dati sufficienti esempi, ed il maestro ha avuto modo di osservare gli allievi e correggere gli errori, dare loro consigli e permettere ai loro corpi di acquisire confidenza con il movimento, si passa al secondo livello dell'Uchikomi.
AD ogni livello dell'Uchikomi, si toglie una regola. Il primo livello è quello con TUTTE le regole: deciso attacco, contrattacco, chi lo fa, quando lo fa, come lo fa, perché lo fa.
Al secondo livello, per esempio, si potrebbe decidere chi attacca e chi contrattacca; si decide come si sviluppa l'attacco, ma si lascia a chi contrattacca la libertà di usare uno qualsiasi degli esempi applicativi che ha visto.
Sostanzialmente: attacco codificato, contrattacco libero. Si può decidere che A sta in jodan, B sta in waki, e che A attacca shomengiri. Poi B è libero di tagliare kiri-age, tagliare do-giri (taglio orizzontale alla pancia), parare e contrattaccare di Ukenagashi ('parata fluente'), parare e contrattaccare di barai ('spazzare'), anticipare il colpo di degote (abbreviazione di debana-gote, 'anticipare ai polsi'). Presupponendo che abbia visto tutti questi esempi e che li padroneggi tutti. In questo modo si ottiene un primo raffinamento dalla base. Dal 'balletto' che era prima, adesso i praticanti hanno un minimo grado di libertà: decidono da soli come contrattaccare.
Questo non è il solo tipo di secondo livello che esiste: per ottenere un 'secondo livello' basta levare una regola. E' semplicissimo. Si tratta di darsi una libertà. È un passo in più verso lo stato di LIBERTA' TOTALE che è il combattimento libero.
Poi si passa al terzo livello. Al terzo livello si levano DUE regole, molto semplicemente. Ad esempio: neanche l'attacco è più codificato. Adesso A può attaccare come gli gira meglio. Vuole tagliare diagonalmente? e allora taglierà diagonalmente. Starà a B reagire nel modo più appropriato, come in un combattimento vero.
E così, andando di livello in livello, si toglie una regola ogni volta. Si passa dal 'kata' ad un 'kata più libero'; poi si passa ad una composizione libera, improvvisata; ancora più importante, è necessario schiodarsi al più presto da quei dannati ESEMPI APPLICATIVI, prima che si finisca per usare solo quelli. LE TECNICHE NON ESISTONO! sono state inventate solo per fare un'idea, per trasmettere un principio. Quello che importa non è LA TECNICA, ma COSA LA FA FUNZIONARE. È quello che deve entrare bene in testa. Una volta che lo si è capito per bene, si può dare sfogo alla propria creatività... del resto, è Marziale, ma è pur sempre Arte... è cos'è l'Arte se non l'espressione della propria creatività?
Comunque, come stavo dicendo, ci si libera gradualmente di tutti i limiti, per fare tempo al corpo e alla mente di abituarsi, di perfezionarsi; finché non si arriva a togliere l'ultima regola, qualsiasi essa fosse... ed allora si raggiunge la cima della piramide, la vetta del COMBATTIMENTO LIBERO.
Libero DAVVERO, senza TECNICHE, senza POSIZIONI, senza ATTITUDINI... come diceva Musashi, la "posizione-non posizione"; l'"attitudine-non attitudine". Si combatte al pieno delle proprie facoltà sfruttando tutto ciò che si è imparato.
(P.S. per il Lupo: sto rivalutando quelli dell'Hasakido, se un giorno hai modo di ricontattarli dimmelo, che mi interesserebbe fargli una visita!)
4)Combattimento libero
Qua non c'è molto da dire... la pratica assidua e costante del combattimento libero è fondamentale, anche a livelli bassi: bisogna prima di tutto allenarsi ad essere pronti in qualsiasi eventualità. Rimandare troppo il combattimento libero è nocivo, bisogna permettere alla creatività marziale di ognuno di sfogarsi e perfezionarsi insieme con il corpo.
Sul combattimento libero è fondamentale chiarire un'altra cosa: l'AGONISMO.
Per agonismo non intendo LE GARE in sé ma in generale LO SPIRITO DI COMPETIZIONE.
Ebbene, secondo me lo spirito di competizione NON SERVE A UN CAZZO. A nessuno. Fa solo sbocciare tante teste di minchia.
Nella parte precedente del post ho tenuto per me il turpioquio ma qui ci sta.
Comunque, come stavo dicendo: la competizione è la cosa più NOCIVA alla pratica che possa esistere. Porta i praticanti più dotati a sentirsi meglio degli altri, e porta quelli meno dotati a rodersi il fegato o a perdere totalmente interesse nella pratica.
Oltre a questo, ROVINA la pratica anche a livello tecnico perché la FOGA DI VINCERE porta a FRETTA, la fretta porta a SPRECISIONE, la sprecisione porta a NULLA.
Prendete due kenshi (spadaccini), tecnicamente ineccepibili, ma non egualmente ineccepibili dal punto di vista morale. Metteteli l'uno davanti all'altro dicendogli: "il primo che tocca l'altro con la spada ha vinto". Assisterete al crollo totale di tutta l'eleganza, tutta la raffinatezza, la precisione, la pulizia che poteva esserci nei loro movimenti. Assisterete ad un deprimente spettacolo di bambini piccini che litigano inferociti per toccarsi con quei due pezzi di legno che, fino a poco prima, rappresentavano una Spada. Assisterete a due bignami di nevrosi saltellanti, chiusi e nervosi, che inventano le peggio cazzate pur di sfiorare il nemico, in qualsiasi posto (anche sulla punta dell'alluce destro) ed ottenere l'ambita vittoria.
Roba da SEPPUKU, per davvero. Che SCHIFO.
Ci sarà un motivo per cui lo chiamano AGONISMO... a vederlo io vado in AGONIA.
La Via della Spada è una Via individuale. Non c'è spazio per il confronto con gli altri. C'è spazio solo per il confronto con sé stessi.
Magari in una disciplina di combattimento disarmato, vuoi che sia karate, boxe, un qualche stile di kung fu, l'agonismo può essere affrontato con maggior leggerezza è più studio perché, bene o male, i pugni quelli sono. Pestarsi non è cosa da allenamento ma se uno vuole imparare a combattere è utile. Ma finché ti pesti coi pugni i danni sono limitati, se poi ti trattieni un minimo eviti diversi rischi. E ottieni di mantenere un certo contatto con la realtà: in un combattimento VERO, uno vuole VINCERE a tutti i costi... perchè vuole VIVERE. Ma finché usi i pugni, anche se il rischio c'è, non è MATEMATICO che l'altro lo mandi all'ospedale\obitorio.
Quandi usi una spada, anzi peggio, quando usi una SPADA GIAPPONESE, o comunque una lama eccelsamente affilata, la situazione è differente. NON puoi sperimentare il combattimento libero - quello per la propria vita - senza rischi. O vivi o muori.
Un tempo lo facevano, ed avevano le loro ragioni. Cercavano la perfezione nella spada mettendo in gioco la propria vita. E' sicuramente una cosa estremamente istruttiva, ma ora non si può più fare - e non credo che mi piacerebbe farlo, così come credo che non piacerebbe a nessuno, per quanto uno possa fare lo sbruffone a riguardo.
Quindi, concludendo, quando si fa combattimento libero con la spada, è bene chiarire BENE e SUBITO che VINCERE non serve a niente. Puoi essere il più bravo di tutti e non aver vinto mai. Anzi, con certi criteri di vittoria, il più bravo con la spada non riuscirebbe mai a vincere.
Quando si fa combattimento libero con la spada lo si fa per dar sfogo alla propria creatività marziale, lo si fa per confrontarsi con sé stessi e avvicinarsi sempre di più alla perfezione del Mu-shin, la mente vuota. Non per altro. Il resto sono solo spettacoli pietosi che è meglio risparmiarsi.
5)Altri esercizi: Iaijutsu, combattimento contro più avversari, prove di taglio
Per ora ho descritto quelli che ritengo essere gli esercizi fondamentali, le BASI della 'didattica piramidale' della spada. Con questi si allenano fondamentalmente l'elasticità fisica e mentale, la precisione, il controllo, l'occhio per le distanze. Però ci sono molte altre cose: la capacità di tagliare, l'intuizione, la capacità di 'cambiare fluentemente' l'oggetto della propria attenzione.
Molti altri esercizi possono essere fatti ed inventati, magari alla fine dell'allenamento per rilassarsi un po'. Alcuni hanno una forma che li fa sembrare dei giochi: molto bene, si impara meglio.
Ad esempio da noi si fanno prove di taglio con il bokken, si prova a tagliare la carte di giornale. Ovviamente tagliare la carta con una spada di legno è ben distante dal tagliare un tameshi con una spada affilata, e lo stesso tameshigiri si allontana abbastanza dal tagliare la carne viva... però è un esercizio comunque, permette di tenere ampi i propri orizzonti. Finite le prove di taglio, si appallottolano le cartacce ottenute e, a turno, uno sta in mezzo e gli altri gli lanciano le palle di carta; quello nel mezzo cerca di respingerle tutte con la spada. Interessante ed istruttivo.
A volte si fanno esercizi di Iaijutsu (tecniche di estrazione della spada) per sviluppare "l'intuizione", il "sesto senso", quella capacità di avvertire ciò che accade alle nostre spalle; o magari solo per allenare la visione periferica (imparando a vedere tutti i 180° a nostra disposizione).
Si possono fare esercizi per 'sentire' l'energia addominale, per controllare il proprio peso ed il proprio equilibrio, etc. Tutte queste pratiche possono sembrare dei giochini stupidi ma in realtà hanno molto da insegnare e non vanno trascurate.
Note sulla didattica piramidale.
Questo 'schema a piramide' non è solo presente negli esercizi, ma anche e soprattutto nell'insieme, l'allenamento.
Il combattimento è creatività, è la libertà totale della carta bianca, una libertà tale che disorienta. Non è possibile insegnare a combattere senza porre dei modelli. Sarebbe come spiegare la trigonometria ad un bambino dell'asilo che non sa fare le quattro operazioni.
Il compito del maestro è di condurre ogni allievo lungo questa Via, fino al punto in cui non può proseguire da solo. Il periodo durante il quale si ascoltano gli insegnamento del Maestro è chiamato Shu. Il momento in cui si inizia a distaccarsi è chiamato Ha. La fine del distacco, il momento in cui si diventa maestri è chiamato Ri.
Durante Shu bisogna seguire quest'andamento piramidale, non si può pretendere di fare tutto subito. Sarebbe curioso vedere come si comporta una persona totalmente a digiuno di combattimento (non esiste secondo me, N.d.A) in una situazione di scontro totalmente libero. Probabilmente farebbe appello agli istinti.
L'allievo deve scrivere un libro e si trova davanti ad un foglio di carta bianco, con in mano una penna, e non sa neanche come si fanno le lettere.
Il maestro deve dapprima insegnare le lettere, poi le parole, poi le frasi... poi le figure retoriche, eccetera. E poi deve iniziare a togliere tutti questi modelli, e lasciare che il fiore sbocci.
Così nella spada l'allievo deve imparare a combattere e si trova una spada in mano ed un avversario davanti. Non sa neanche da dove cominciare.
Ed il maestro deve iniziare imponendo dei modelli, come punto di riferimento: colpi, posizioni, parate, passi, tecniche... poi quando ha imposto tutti i modelli che servono all'allievo, inizia a toglierli. Le tecniche scompaiono, per lasciare spazio alla creazione libera; i passi scompaiono a favore del movimento libero nello spazio; le parate non esistono più; i colpi codificati lasciano spazio al movimento offensivo più adatto in quel dato momento; le guardie codificate diventano sempre più flessibili fino a scomparire definitivamente a favore di una posizione totalmente libera.
La cima della piramide.
lunedì 2 marzo 2009
Shinkaze Ryu
Domenica 1° Marzo 2009 ho coronato un mio piccolo sogno.
Sono andato a trovare i praticanti della scuola di Kenjutsu Shinkaze Ryu a Genzano di Roma.
Dopo un viaggio stancante ed un riposo agitato la notte precedente (colpa anche del termosifone acceso a palla, era una sauna), ed una doccia ristoratrice una mezz'oretta prima dell'allenamento, mi sono incontrato nei pressi del Colle Pardo (dopo aver sbagliato strada una volta... menomale che c'era quell'omino armato di motosega che, al di là delle apparenze, ci ha spiegato l'errore!...) con gli spadaccini di questo stile.
Il Dojo si trova sulla sommità del Colle Pardo. Cioè, più che trovarsi sulla sommità, il dojo è COSTITUITO dalla sommità. Una sommità VENTOSA. Essendo poi la giornata non proprio splendida, metereologicamente parlando, le condizioni climatiche erano... frizzanti, diciamo così.
Dopo essermi messo l'hakama (che oltretutto mi sono annodato un po' lento, difatti durante tutto l'allenamento continuava a calarmi piano piano...), sono stato introdotto al complesso cerimoniale di saluto iniziale, Hajime no Torei, della Shinkaze Ryu.
Quindi, dopo il riscaldamento, siamo passati al Suburi, che è decisamente differente dalla Kyushin Ryu. Non si tratta di un esercizio di ginnastica, ma bensì di perfezionamento tecnico dei vari tagli.
Nella Shinkaze Ryu, almeno per quanto ho potuto vedere, esiste l'intera rosa dei 9 angoli più affondo. La posizione dei piedi è più larga e stabile che nella Kyushin, ma al contempo permette una discreta mobilità. Spesso durante i tagli orizzontali e dal basso verso l'alto si passa in kibadachi, ovvero posizione con le gambe larghe, flesse e busto eretto; ovviamente allo scopo di mantenere l'equilibrio durante questi tagli più 'delicati' e meno favoriti dalla gravità rispetto allo shomen (che loro chiamano karatake, karabatake, kataratake, karatatake, non mi ricordo con precisione...) ed al kesagiri.
Dopo il suburi siamo passati all'uchi-komi ovvero la pratica di coppia. Fabrizio, il senpai, è stato così gentile da starmi dietro durante tutto l'uchikomi per illustrarmi ogni passaggio.
Dall'uchikomi ho potuto notare un'altra differenza dalla Kyushin Ryu: nella Shinkaze esiste una parata per ogni colpo. Difatti la pratica di coppia consiste in una sequenza alternata di colpi-parate da parte di ogni praticante. Ammiro la pazienza di tutta la scuola, che ha sopportato ben DUE interruzioni (ricominciando da capo) quando provavo la parata di un loro particolare taglio 'montante' per il quale non riuscivo a trovare la distanza giusta.
Durante tutta la lezione sono stato lusingato da domande sullo stile che pratico, a cui ho cercato di rispondere al meglio per quel che so. Ad ogni domanda seguiva una breve osservazione sulle differenze fra le scuole ed una raccomandazione di Fabrizio al resto della Shinkaze Ryu sull'importanza di fare tesoro delle disuguaglianze, perché aiutano moltissimo a comprendere nel profondo ciò che si fa ed il suo motivo.
Comunque, dopo l'uchikomi mi sono stati illustrati i vari passi della scuola (ed io, coglione, abituato a strisciare i piedi per terra, in cima a quella collina mi beccavo ogni cosa possibile fra sassi, radici, buche etc).
Finiti gli esercizi sui passi, ho avuto l'onore di assistere alla pratica dello Shiai, combattimento libero, nella Shinkaze Ryu.
Essendo uno stile recente (Gendai Ryu), nello Shinkaze la pratica dello shiai è elemento principale dell'allenamento, E SI VEDE.
Durante un combattimento fra Fabrizio e Daniele, l'allievo più 'anziano' dopo il Senpai, ho potuto assistere ad un DISARMAMENTO SU CORTA DISTANZA da parte di Fabrizio, e questa mistica visione non ha ancora abbandonato i miei sogni (xD).
Nel loro Dojo il combattimento ha un'impostazione particolare (ma non nuova): si danno 3 minuti di tempo (cronometrati), durante i quali combattono liberamente senza mai fermarsi: non esiste "colpito!", "saresti morto", "quel colpo non andava bene", e tutte quelle segate da bambini che vogliono vincere per forza, il cui ricordo mi fa ancora montare il nervoso. Se colpisci, il combattimento non finisce: si va avanti per tutti i 3 minuti.
Durante i duelli ho avuto modo di parlare a bassa voce con Fabrizio e Daniele su vari aspetti della mia e della loro scuola di spada, principalmente sul lato storico e sulla situazione attuale.
Ma poi, durante un cambio, Fabrizio mi ha invitato a mostrargli l'impostazione dello shiai nella Kyushin Ryu.
Mamma mia, che emozione. Un confronto fra scuole... e combatto io!... oddio... fra emozione, freddo e umido, tremavo come una foglia.
L'inizio è stato, diciamo, 'soft' proprio perché si trattava di un esempio sull'impostazione dello shiai.
Dopo la spiegazione, che è stata breve anche perché durante il resto della lezione se ne era già parlato, non ci sono volute parole: spade incrociate e lo Shiai è iniziato.
Semplicemente FANTASTICO. Questa scuola ha un bagaglio tecnico che ha dell'incredibile. E' una cosa di fronte a cui non mi ero mai trovato: uno stile COMPLETO, usato in combattimento.
Io le mie carte le ho tirate tutte. Ho cercato di bilanciare 'aggressività' e mushin\zanshin, a volte mi è andata bene, a volte no. Ho insistito sull'entrata in spazzata + passo laterale in avanti + shomen, che mi sono ritrovato ad usare più volte del previsto, e sullo tsubazeriai (anche questo non previsto). Non ho contrattaccato molto, evidentemente devo lavorare di più sull'elasticità mentale.
Alla fine del duello, Fabrizio ha invitato tutti gli altri membri della Shinkaze Ryu a combattere con me.
Mamma mia, che onore, caspita. Sono andato in shock. Un misto di ammirazione, imbarazzo, fierezza, rispetto, mi ha preso tutto insieme, buttandomi in stato confusionale.
A risvegliarmi ci ha pensato Daniele.
Non credo che scrivere parole in termini di 'tecnica' sullo shiai con Daniele avrebbe alcun senso, perché sarebbero inutili e non riuscirebbero mai a rendere giustizia a quel che è successo.
Per me è stata la prima volta nella vita. Forse anche per lui. Chi lo sa.
Ho sperimentato quella che chiamano armonia. E anche se non la chiamano così, farebbero bene a farlo.
Per tre minuti, centottanta secondi della mia vita, in cima al Colle Pardo, a Genzano di Roma, il primo marzo del 2009, ho parlato con Daniele. Ho parlato tramite la spada... ed ora non vedo l'ora di parlarci di nuovo.
Dopo essermi svegliato da questa sorta di esperienza mistica, ho duellato anche con gli altri spadaccini della Shinkaze Ryu: Fabrizia, Jessica e Giacomo.
Iniziavo ad essere un po' stanchino, quindi ho perso spirito di iniziativa (forse guadagnandoci un po' in 'presenza mentale') e a volte mi sono fatto fregare in modi impensabili, tipo non-parando un colpo di Fabrizia che non è arrivato quando mi aspettavo, oppure rimanendo ad indietreggiare contro una serie serrata di tagli di Giacomo, o ancora facendomi beccare sul polso da Jessica.
Dopo lo shiai, mentre iniziava a piovere, abbiamo finito gli shiai e fatto il saluto finale, mentre arrivavano i miei genitori.
Foto ricordo (ancora da ricevere); Quindi, dopo un cambio veloce, siamo scesi giù dal colle ed io sono ritornato a casa.
Concludendo...
I miei più sinceri complimenti e ringraziamenti a Fabrizio per la sua perizia, saggezza ed impeccabile modo di condurre la lezione, sei un grande! ;)
Un grazie che viene dritto dal cuore a Daniele per il fantastico combattimento che abbiamo fatto, mi hai lasciato un segno dentro. Spero di poter ripetere presto l'esperienza, sei un grande! ;)
Per Giacomo, buona pratica! Quando ti arriva voglio vedere come ti sta l'hakama, tanto l'aria da samurai ce l'hai già. Sei un grande! ;)
Fabrizia, non ho capito bene di quali orari tu stessi parlando con gli altri, mi sembra di aver capito che si trattava di lezioni. Qualsiasi cosa fossero, auguri (e scusami per il bokken)! Sei una grande! ;)
Auguri per gli esami, di cui ho sentito parlare, a Jessica, e scusami anche tu per il bokken! Sei una grande! ;)
Infine, un enorme e commosso GRAZIE a tutta la Shinkaze Ryu per quelle fantastiche 4 ore e per i grandi insegnamenti che ne ho tratto. Mi avete lasciato un segno dentro. Siete delle persone squisite, ce ne fossero di più come voi!
Arigato Gozaimashita!
Sono andato a trovare i praticanti della scuola di Kenjutsu Shinkaze Ryu a Genzano di Roma.
Dopo un viaggio stancante ed un riposo agitato la notte precedente (colpa anche del termosifone acceso a palla, era una sauna), ed una doccia ristoratrice una mezz'oretta prima dell'allenamento, mi sono incontrato nei pressi del Colle Pardo (dopo aver sbagliato strada una volta... menomale che c'era quell'omino armato di motosega che, al di là delle apparenze, ci ha spiegato l'errore!...) con gli spadaccini di questo stile.
Il Dojo si trova sulla sommità del Colle Pardo. Cioè, più che trovarsi sulla sommità, il dojo è COSTITUITO dalla sommità. Una sommità VENTOSA. Essendo poi la giornata non proprio splendida, metereologicamente parlando, le condizioni climatiche erano... frizzanti, diciamo così.
Dopo essermi messo l'hakama (che oltretutto mi sono annodato un po' lento, difatti durante tutto l'allenamento continuava a calarmi piano piano...), sono stato introdotto al complesso cerimoniale di saluto iniziale, Hajime no Torei, della Shinkaze Ryu.
Quindi, dopo il riscaldamento, siamo passati al Suburi, che è decisamente differente dalla Kyushin Ryu. Non si tratta di un esercizio di ginnastica, ma bensì di perfezionamento tecnico dei vari tagli.
Nella Shinkaze Ryu, almeno per quanto ho potuto vedere, esiste l'intera rosa dei 9 angoli più affondo. La posizione dei piedi è più larga e stabile che nella Kyushin, ma al contempo permette una discreta mobilità. Spesso durante i tagli orizzontali e dal basso verso l'alto si passa in kibadachi, ovvero posizione con le gambe larghe, flesse e busto eretto; ovviamente allo scopo di mantenere l'equilibrio durante questi tagli più 'delicati' e meno favoriti dalla gravità rispetto allo shomen (che loro chiamano karatake, karabatake, kataratake, karatatake, non mi ricordo con precisione...) ed al kesagiri.
Dopo il suburi siamo passati all'uchi-komi ovvero la pratica di coppia. Fabrizio, il senpai, è stato così gentile da starmi dietro durante tutto l'uchikomi per illustrarmi ogni passaggio.
Dall'uchikomi ho potuto notare un'altra differenza dalla Kyushin Ryu: nella Shinkaze esiste una parata per ogni colpo. Difatti la pratica di coppia consiste in una sequenza alternata di colpi-parate da parte di ogni praticante. Ammiro la pazienza di tutta la scuola, che ha sopportato ben DUE interruzioni (ricominciando da capo) quando provavo la parata di un loro particolare taglio 'montante' per il quale non riuscivo a trovare la distanza giusta.
Durante tutta la lezione sono stato lusingato da domande sullo stile che pratico, a cui ho cercato di rispondere al meglio per quel che so. Ad ogni domanda seguiva una breve osservazione sulle differenze fra le scuole ed una raccomandazione di Fabrizio al resto della Shinkaze Ryu sull'importanza di fare tesoro delle disuguaglianze, perché aiutano moltissimo a comprendere nel profondo ciò che si fa ed il suo motivo.
Comunque, dopo l'uchikomi mi sono stati illustrati i vari passi della scuola (ed io, coglione, abituato a strisciare i piedi per terra, in cima a quella collina mi beccavo ogni cosa possibile fra sassi, radici, buche etc).
Finiti gli esercizi sui passi, ho avuto l'onore di assistere alla pratica dello Shiai, combattimento libero, nella Shinkaze Ryu.
Essendo uno stile recente (Gendai Ryu), nello Shinkaze la pratica dello shiai è elemento principale dell'allenamento, E SI VEDE.
Durante un combattimento fra Fabrizio e Daniele, l'allievo più 'anziano' dopo il Senpai, ho potuto assistere ad un DISARMAMENTO SU CORTA DISTANZA da parte di Fabrizio, e questa mistica visione non ha ancora abbandonato i miei sogni (xD).
Nel loro Dojo il combattimento ha un'impostazione particolare (ma non nuova): si danno 3 minuti di tempo (cronometrati), durante i quali combattono liberamente senza mai fermarsi: non esiste "colpito!", "saresti morto", "quel colpo non andava bene", e tutte quelle segate da bambini che vogliono vincere per forza, il cui ricordo mi fa ancora montare il nervoso. Se colpisci, il combattimento non finisce: si va avanti per tutti i 3 minuti.
Durante i duelli ho avuto modo di parlare a bassa voce con Fabrizio e Daniele su vari aspetti della mia e della loro scuola di spada, principalmente sul lato storico e sulla situazione attuale.
Ma poi, durante un cambio, Fabrizio mi ha invitato a mostrargli l'impostazione dello shiai nella Kyushin Ryu.
Mamma mia, che emozione. Un confronto fra scuole... e combatto io!... oddio... fra emozione, freddo e umido, tremavo come una foglia.
L'inizio è stato, diciamo, 'soft' proprio perché si trattava di un esempio sull'impostazione dello shiai.
Dopo la spiegazione, che è stata breve anche perché durante il resto della lezione se ne era già parlato, non ci sono volute parole: spade incrociate e lo Shiai è iniziato.
Semplicemente FANTASTICO. Questa scuola ha un bagaglio tecnico che ha dell'incredibile. E' una cosa di fronte a cui non mi ero mai trovato: uno stile COMPLETO, usato in combattimento.
Io le mie carte le ho tirate tutte. Ho cercato di bilanciare 'aggressività' e mushin\zanshin, a volte mi è andata bene, a volte no. Ho insistito sull'entrata in spazzata + passo laterale in avanti + shomen, che mi sono ritrovato ad usare più volte del previsto, e sullo tsubazeriai (anche questo non previsto). Non ho contrattaccato molto, evidentemente devo lavorare di più sull'elasticità mentale.
Alla fine del duello, Fabrizio ha invitato tutti gli altri membri della Shinkaze Ryu a combattere con me.
Mamma mia, che onore, caspita. Sono andato in shock. Un misto di ammirazione, imbarazzo, fierezza, rispetto, mi ha preso tutto insieme, buttandomi in stato confusionale.
A risvegliarmi ci ha pensato Daniele.
Non credo che scrivere parole in termini di 'tecnica' sullo shiai con Daniele avrebbe alcun senso, perché sarebbero inutili e non riuscirebbero mai a rendere giustizia a quel che è successo.
Per me è stata la prima volta nella vita. Forse anche per lui. Chi lo sa.
Ho sperimentato quella che chiamano armonia. E anche se non la chiamano così, farebbero bene a farlo.
Per tre minuti, centottanta secondi della mia vita, in cima al Colle Pardo, a Genzano di Roma, il primo marzo del 2009, ho parlato con Daniele. Ho parlato tramite la spada... ed ora non vedo l'ora di parlarci di nuovo.
Dopo essermi svegliato da questa sorta di esperienza mistica, ho duellato anche con gli altri spadaccini della Shinkaze Ryu: Fabrizia, Jessica e Giacomo.
Iniziavo ad essere un po' stanchino, quindi ho perso spirito di iniziativa (forse guadagnandoci un po' in 'presenza mentale') e a volte mi sono fatto fregare in modi impensabili, tipo non-parando un colpo di Fabrizia che non è arrivato quando mi aspettavo, oppure rimanendo ad indietreggiare contro una serie serrata di tagli di Giacomo, o ancora facendomi beccare sul polso da Jessica.
Dopo lo shiai, mentre iniziava a piovere, abbiamo finito gli shiai e fatto il saluto finale, mentre arrivavano i miei genitori.
Foto ricordo (ancora da ricevere); Quindi, dopo un cambio veloce, siamo scesi giù dal colle ed io sono ritornato a casa.
Concludendo...
I miei più sinceri complimenti e ringraziamenti a Fabrizio per la sua perizia, saggezza ed impeccabile modo di condurre la lezione, sei un grande! ;)
Un grazie che viene dritto dal cuore a Daniele per il fantastico combattimento che abbiamo fatto, mi hai lasciato un segno dentro. Spero di poter ripetere presto l'esperienza, sei un grande! ;)
Per Giacomo, buona pratica! Quando ti arriva voglio vedere come ti sta l'hakama, tanto l'aria da samurai ce l'hai già. Sei un grande! ;)
Fabrizia, non ho capito bene di quali orari tu stessi parlando con gli altri, mi sembra di aver capito che si trattava di lezioni. Qualsiasi cosa fossero, auguri (e scusami per il bokken)! Sei una grande! ;)
Auguri per gli esami, di cui ho sentito parlare, a Jessica, e scusami anche tu per il bokken! Sei una grande! ;)
Infine, un enorme e commosso GRAZIE a tutta la Shinkaze Ryu per quelle fantastiche 4 ore e per i grandi insegnamenti che ne ho tratto. Mi avete lasciato un segno dentro. Siete delle persone squisite, ce ne fossero di più come voi!
Arigato Gozaimashita!
lunedì 23 febbraio 2009
Perché?
Perché non esiste nulla.
Cosa esiste?
Boh, forse qualcosa sì. Ma non riesco a vederla.
Avvolto dal buio, arranco in una via che non conosco.
Cado più volte, inizio a strisciare. A volte mi rialzo, ma non per molto.
Alla fine cadi sempre.
Perché c'è sempre qualcuno in agguato? Perché?
Perché ferisco senza volerlo? e allo stesso modo vengo ferito per errore?
Perché nessuno capisce? (Ha un senso...) Perché nessuno capisce?
Perché la mia libertà finisce ben prima di dove inizi quella di qualcun altro?
Perché tutti si sentono in diritto di buttare la propria manciata di terra, di scagliare la propria pietra?
Perché ogni essere umano si sente eletto a giudice di tutti gli altri?
Perché la mente concepisce la disuguaglianza?
Perché tutti vogliono vincere?
Perché il rispetto è solo un bagliore lontano?
Perché non esiste la comunicazione? Perché? Perché? Perché? Perché??
PERCHE'?
PERCHE' SE VOGLIO DIRE UNA COSA NON POSSO? NON POSSO DIRLA, PERCHE' NON PUO' ESSERE DETTA?
PERCHE' LA NOSTRA MENTE RIESCE A CONCEPIRE COSE CHE POI NON SI POTRANNO COMUNQUE DIRE AGLI ALTRI?
PERCHE' IL DISPREZZO, L'ACCANIMENTO?
PERCHE' L'IPOCRISIA DELLO SCHERMO TRASPARENTE, L'INNOCENZA PALESEMENTE FALSA?
MALEDIZIONE, LO VOLETE CAPIRE CHE VOI NON ESISTETE?
Perché siamo solo dei gusci vuoti?
Perché siamo solo dei nuclei senza guscio?
Perché siamo tutti separati?
PERCHE' ABBANDONARE?
PERCHE' CAUSARE DOLORE?
SERVE A QUALCOSA?
PORTA A QUALCOSA?
ALL'ODIO, L'ODIO... l'odio che ti riempie i polmoni, ti soffoca la gola, ti infiamma la testa...
Tutto questo non ha senso...
...le risposte non esistono...
...perché?
Cosa esiste?
Boh, forse qualcosa sì. Ma non riesco a vederla.
Avvolto dal buio, arranco in una via che non conosco.
Cado più volte, inizio a strisciare. A volte mi rialzo, ma non per molto.
Alla fine cadi sempre.
Perché c'è sempre qualcuno in agguato? Perché?
Perché ferisco senza volerlo? e allo stesso modo vengo ferito per errore?
Perché nessuno capisce? (Ha un senso...) Perché nessuno capisce?
Perché la mia libertà finisce ben prima di dove inizi quella di qualcun altro?
Perché tutti si sentono in diritto di buttare la propria manciata di terra, di scagliare la propria pietra?
Perché ogni essere umano si sente eletto a giudice di tutti gli altri?
Perché la mente concepisce la disuguaglianza?
Perché tutti vogliono vincere?
Perché il rispetto è solo un bagliore lontano?
Perché non esiste la comunicazione? Perché? Perché? Perché? Perché??
PERCHE'?
PERCHE' SE VOGLIO DIRE UNA COSA NON POSSO? NON POSSO DIRLA, PERCHE' NON PUO' ESSERE DETTA?
PERCHE' LA NOSTRA MENTE RIESCE A CONCEPIRE COSE CHE POI NON SI POTRANNO COMUNQUE DIRE AGLI ALTRI?
PERCHE' IL DISPREZZO, L'ACCANIMENTO?
PERCHE' L'IPOCRISIA DELLO SCHERMO TRASPARENTE, L'INNOCENZA PALESEMENTE FALSA?
MALEDIZIONE, LO VOLETE CAPIRE CHE VOI NON ESISTETE?
Perché siamo solo dei gusci vuoti?
Perché siamo solo dei nuclei senza guscio?
Perché siamo tutti separati?
PERCHE' ABBANDONARE?
PERCHE' CAUSARE DOLORE?
SERVE A QUALCOSA?
PORTA A QUALCOSA?
ALL'ODIO, L'ODIO... l'odio che ti riempie i polmoni, ti soffoca la gola, ti infiamma la testa...
Tutto questo non ha senso...
...le risposte non esistono...
...perché?
sabato 31 gennaio 2009
Vorrei...
Vorrei ancora sentirmi accettato e parte di qualcosa.
Vorrei avere fiducia in ciò che sono.
Vorrei che il mio controsenso scomparisse.
Vorrei che le persone mi conoscessero.
Vorrei capire perché vanno tutti nello stesso senso.
Vorrei capire perché nessuno concepisce il dare.
Vorrei capire perché le cose a cui tieni di più ti scompaiono da sotto gli occhi.
Vorrei tagliare questo maledetto cerchio...
Vorrei avere fiducia in ciò che sono.
Vorrei che il mio controsenso scomparisse.
Vorrei che le persone mi conoscessero.
Vorrei capire perché vanno tutti nello stesso senso.
Vorrei capire perché nessuno concepisce il dare.
Vorrei capire perché le cose a cui tieni di più ti scompaiono da sotto gli occhi.
Vorrei tagliare questo maledetto cerchio...
Chestranovannotuttinellastessadirezionechissàperché
Chestranovannotuttinellastessadirezionechissàperché.
Tuttiseguonolastessaviacalpestandosi.
Inquestomarasmadovesetifermiosevaicontrocorrentevienisommerso,
quanto
vorrei
poter volare.
Tuttiseguonolastessaviacalpestandosi.
Inquestomarasmadovesetifermiosevaicontrocorrentevienisommerso,
quanto
vorrei
poter volare.
martedì 20 gennaio 2009
Ego
Yamaoka Tessho aveva ragione.
È l'ego che ci uccide.
"Quando non c'è più ego, non c'è più nessun nemico."
È l'ego che ci uccide.
"Quando non c'è più ego, non c'è più nessun nemico."
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