mercoledì 29 febbraio 2012

Vedere

Diario delle sensazioni di uno spadaccino.

Ho iniziato il mio percorso nella spada quando ancora andavo all'asilo.
E l'ho iniziato per un motivo... beh... stupido. Banale, infantile, che quasi mi vergognerei a dirlo se non fosse perfettamente normale, considerando che avevo 4 anni circa.
Mi vestivo sempre da Zorro per carnevale, e mio padre, che da giovane ha fatto un po' di scherma, mi impartì delle piccole lezioni su come usare la spada.
C'era una cosa che non mi piaceva: ritornare in guardia dopo ogni parata. Non mi ricordo perché non mi piacesse, non mi piaceva e basta. Allora mio padre, scherzando, mi disse: "ma questo è un fioretto, mica uno di quegli spadoni medievali..." e allora decisi che mi sarei dedicato agli spadoni medievali con i quali non dovevo tornare sempre in guardia.

Ripensandoci oggi, è anche buffo, considerando che il fatto di non tornare in guardia dopo aver parato ha anche un suo perché tattico: mantenere il contatto di lama serve a tenere sotto controllo l'arma dell'avversario, mentre se ci si limita a parare con un colpetto e tornare in guardia può succedere che l'avversario 'pressi' il suo attacco e colpisca. Ma questo ha poca importanza.

Da bambino ero bravo con le spade. Bravo... relativamente, in realtà ero solamente sciolto e 'giocoso' nel combattimento. Ero sicuro di me, e quindi reagivo con libertà, anche se allora i combattimenti con le spadine di legno si svolgevano sempre nello stesso modo: colpo alto -> colpo basso, e poi ancora basso (PIU' basso di prima), e poi ancora più basso, sempre più in giù, fino ad un ridicolo raso-terra.

Fin da allora, ricordo, avevo l'attitudine a stare molto addosso all'avversario, a chiudere la distanza. Ce l'ho anche oggi (ci tornerò in seguito). Credo mi venga naturale, visto che essendo più basso della maggior parte degli avversari, ho meno portata; quindi sto vicino al nemico, alla mia distanza ottimale, mentre lui si trova ad una distanza che lo mette a disagio (dovendo ritrarre le braccia per colpire)

Poi c'è stato un periodo, in 4°-5° elementare, dove - per non so che ragione - puff! all'improvviso non sentivo molto interesse per la spada. La cosa mi metteva a disagio. Cercavo, razionalmente, di farmela piacere, perché "io sono così": il fatto di non provare quest'entusiasmo mi faceva sentire come se stessi perdendo il controllo su me stesso.
Quando, in prima media, comprai un bokken e riprendemmo a fare un po' a spadate, facevo veramente schifo.

Innanzitutto ero sulla difensiva. Estremamente sulla difensiva. Stavo a distanza, non facevo altro che parare andando indietro. Ogni tanto azzardavo un attacco, ma ero sempre fuori misura: all'epoca il concetto stesso di misura mi era oscuro, e non capivo come mai non riuscivo mai a colpire l'avversario.
E' stato un periodo lungo e difficile. In prima superiore ho iniziato a fare Kendo, ma, ovviamente, non mi è servito a un cazzo, soprattutto a causa del 'format' di combattimento che usavamo: 3 vite a testa, una vita va via se ti toccano, bersagli non validi: testa e mani. Toh, due degli unici bersagli validi del Kendo sono testa e mani...

Fino all'inizio di 3° superiore non sono riuscito a migliorare sensibilmente e tutte le volte che ci scontravamo ero uno dei peggiori, cosa che strideva parecchio col fatto che, nel "circolino" che ci eravamo creati (l'ACABS - Associazione Combattimento all'Arma Bianca Siena, la cui somiglianza con ACAB ci ha infilato in un paio di situazioni buffe) io fossi uno degli insegnanti di spada.

Col senno di poi è ovvio capire il perché: per quanto io mi allenassi e migliorassi nella forma, il formato di combattimento che usavamo favoriva in maniera spropositata i 'trucchetti da osteria' come finte e cazzi vari. Studiare non serviva a niente, allenarsi men che meno: era un gioco deciso per il 20% dall'astuzia, per un altro 20% dai riflessi e dalla 'scioltezza mentale' (cosa che io, a causa dei miei conflitti interiori, non avevo per niente) e per il restante 60% dal puro culo di toccare per primi agitando la spada a caso.

Poi, fra la 2° e la 3° superiore, i miei studi - intensivi, sudati, intrisi di disperazione e frustrazione - dettero i loro primi frutti. La ruggine iniziò a togliersi. Primo: mi appropriai dei rudimenti del concetto di misura, e già quello praticamente bastava per vincere un sacco di combattimenti in più. Secondo: Riuscii a capire che parare e basta non serve a niente, e arrivai dritto dritto al concetto di anticipazione.
Poi il 3° finalmente iniziai a fare Kenjutsu, e lì fu come se sul mio alberello rinsecchito, nato dagli studi personali, fosse buttato un bidone di fertilizzante ad effetto rapido.

Innanzitutto arrivai a capire come mai i nostri combattimenti non avevano senso. Poi, avevo un punto di riferimento che confermò un sacco di miei sospetti e congetture, cosa che mi diede una grande sicurezza. E comunque mi allenavo in una disciplina seria e reale, per quanto incompleta... ma per allora non era incompleta per niente, ero solo al primo anno.

Poi mi arrivò un'altra batosta.

Per la cronaca, preceduta da un'illuminazione, cosa che amplificò la batosta in maniera considerevole.

L'illuminazione era sul modo di impugnare la spada, ed è troppo lunga da spiegare. La batosta fu una 'sconfitta' in combattimento che, in quel preciso momento, fece crollare il castello di carte che era la mia autostima.
Anche perché non solo mi sentii sconfitto (con ben poche ragioni, ma ormai ho accettato la mia caratteristica di pretendere troppo da me stesso), ma visto che il combattimento si concluse a mani nude, mi beccai anche un paio di cazzotti in faccia che mi fecero gonfiare un labbro, quindi il giorno dopo era palese a tutti che le avevo prese.
(Io i miei colpi li fermavo, ma se questa è una giustificazione razionale, cercare di placare il proprio ego ferito con essa è come provare ad asciugare il mare con un pezzo di scottex).

Per fortuna, pochi mesi dopo andai a trovare i ragazzi della Shinkaze Ryu a Genzano, e lì mi comportai molto bene, fui soddisfatto. Ancora più tardi, alcuni duelli con ragazzi provenienti dal GRV con armi di lattice mi dettero altre soddisfazioni ancora. Nel frattempo, il mio percorso nella forma del Kenjutsu giungeva al termine, dando inizio a quello che sto percorrando adesso - il percorso nella tecnica, nel ritmo.

Poi passò una lunga estate senza confronti né lezioni.

Alla ripresa degli allenamenti, c'era qualcosa che non andava.

E non andava nella forma. Mi sentivo legnoso, a disagio. I miei colpi erano sbagliati. Avevo un ma-ai mediocre e mi sentivo sempre in una posizione svantaggiosa. I colpi dal basso non mi riuscivano più, né nell'uchikomi né nel combattimento: e proprio il combattimento era la cosa più strana. Era come se la mia presenza mentale se ne fosse andata a puttane.

Questo era l'inizio dello Ha, ma io non lo sapevo, e la cosa mi mandò nel panico. Dov'era finito tutto? Com'era possibile disimparare così tante cose? Cose che non avevo mai avuto problemi a imparare, perché mi venivano spontanee, erano il frutto di tanto sudore solitario passato ad allenarmi, anni prima, senza capire perché non desse frutti nel "combattimento" (con molte virgolette) che facevo all'epoca.

Di recente ho partecipato ad un torneo di armi di lattice, al Lucca Comics. Ho passato il primo turno con facilità, contro un ragazzo che - quasi mi dispiace per lui - volava dritto dritto nel mio taglio discendente da Jodan. Al secondo turno, preso dal nervosismo, ero contro un tizio piuttosto alto e slanciato, agile e con buoni riflessi. Combatteva con colpetti piccoli e precisi, una via di mezzo fra lo smanaccìo casuale di chi non ha forma e la scherma olimpica, ovvero il modo di combattere tipico di chi ha fatto un po' di GRV con regole non molto realistiche. L'avrei potuto battere facilmente, adottando una tattica di 'Oji', parando e rispondendo velocemente al braccio. Invece, vuoi per arroganza, vuoi per nervosismo, mi sono rimesso in Jodan. Il duello è durato un po', con diversi colpi fuori misura e schivate per un pelo, ma alla fine ha vinto lui: sempre perché il suo colpetto arrivava un mezzo secondo prima del mio.
Fra i tanti partecipanti al torneo ce n'era uno degno di nota, un tizio uguale spiccicato al mio ex-maestro di Kendo, che combatteva con una forma schermistica eccellente. Misura e passaggio impeccabili, un vero tecnico. Ha passato 2 turni ed è uscito al 3° contro un ragazzino in tuta da ginnastica che combatteva come quello che ha battuto me: ennesima riconferma che, nel combattimento con le armi, è il 'format' a decidere chi vince.

Qualche giorno fa ho ricominciato a leggere Vagabond. I casi sono due, o Takehiko Inoue ha un intuito eccezionale, o ha fatto un po' di Kendo anche lui, oppure si avvale di esperti NON solo per i termini tecnici, ma anche per la trama e per i dialoghi.
In Vagabond, Musashi a un certo punto impara l'importanza di vedere veramente. Se il tuo sguardo si concentra sulla singola foglia, perderai l'intero albero; se si concentra sul singolo albero, perderai l'intera foresta. E tutte le volte che riesce a battere un avversario, dice di riuscire a "vedere attraverso" la sua arma.
Tutto questo è troppo simile allo 'spirito che passa' per essere solo una coincidenza. La spada dell'avversario non esiste: vedi attraverso essa. L'avversario non ti riesce a vedere: tu non esisti.
Quando percepisco la disattenzione dell'avversario, lo vedo lì, concretamente, lo percepisco. Quando l'avversario è attento, lo vedo, ma non lo percepisco. E' come se non esistesse.
E' troppo, troppo per poter essere una coincidenza.

In effetti, il combattimento alla fine è questo. E' vedere veramente. Puoi vincere anche senza vedere, ma è un caso, una fortuna. Se vedi veramente, ti puoi muovere in libertà.

Ci devo studiare su.

venerdì 24 febbraio 2012

Shu-Ha-Ri, Forma-Tecnica-Mente, Corpo-Mente-Spirito

La filosofia Shu-Ha-Ri è ben nota, e non è di quella che parlerò.
Per chi non sapesse di che si tratta, in due parole: nelle culture orientali, la filosofia dell'apprendimento e della crescita viene divisa in tre fasi (che chiamerò con i nomi giapponesi): Shu, l'imitazione, l'infanzia, dove si dipende dal maestro (o dai genitori) e si è in 'simbiosi' con esso; Ha, l'adolescenza-età adulta, l'indipendenza, dove ci si stacca dalla figura del maestro o del genitore, e si inizia a camminare con le proprie gambe; ed infine Ri, l'età genitoriale, dove si arriva al compimento del proprio sé, e si è talmente indipendenti da potersi dedicare agli altri, diventando a propria volta maestri o genitori.

Nella spada, così come nelle altre arti marziali, l'apprendimento segue spesso una filosofia del genere. Parlerò in questo post di come ho visto questo schema nel Kyushin Ryu.

Si parte dalla triade Forma-Tecnica-Mente.

La prima cosa in assoluto che si impara, la prima su cui ci si concentra, è la Forma. I principi-guida della Forma sono: Distanza e Posizione. Dove per Distanza si intende il senso di essa, la capacità di misurarla istantaneamente, di 'sentirla', di capire se è corretta o meno: una dote indispensabile per uno spadaccino. Mentre per Posizione si intende la capacità di controllare il proprio equilibrio, la propria stabilità, la propria libertà di movimento e l'efficacia dei colpi che si portano. Si mira ad acquisire il senso della distanza ed il senso della posizione, ovvero la capacità di percepire quanto la posizione è buona, e sapersi aggiustare di conseguenza.

Tenendo a mente questi due principi cardine, si svolge tutto l'allenamento, partendo dal suburi e dai colpi a vuoto, con e senza passi.
Questa prima fase la possiamo identificare come Forma-Forma oppure come Forma-Corpo. Cercherò di spiegarmi meglio.

La Forma in sé è l'idea del 'buon movimento'. Ho sentito spesso parlare di forma in stili falsi o mal insegnati, spacciandola per qualcosa che "è così perché sì". Quando facevo Kendo, nei kata (di Kendo e di Iaido) si dovevano rispettare delle regole di forma senza saperne il perché. Questo è sbagliato.
La Forma non è mai fine a sé stessa: la Forma è direttamente in funzione dell'efficacia.
La prima cosa che bisogna imparare in uno stile, il fondamento, è la capacità di muoversi bene. Il resto arriva dopo.
Anche gli esercizi si possono dividere in tre categorie: gli esercizi a vuoto, gli esercizi in coppia sui 'kumitachi' (uchikomi) e gli esercizi liberi, che sono anch'essi in coppia, ma lavorano su cose diverse.
Appare ovvio come gli esercizi a vuoto siano quelli più improntati alla Forma. Sono esercizi dove il contesto non c'è, non esiste: siamo solo noi e l'aria, o, al massimo, un qualche strumento di allenamento (ad esempio il palo o le fascine della Yakumaru Jigen Ryu).

Eseguire gli esercizi a vuoto concentrandosi sulla distanza e sulla posizione equivale a praticare la Forma per la Forma. In questi esercizi ci si concentra principalmente sul lavoro corporeo, la mente funge solo da 'controllore' su ciò che si fa e lo spirito è dormiente, quindi possiamo dire che si pratica la Forma per il Corpo. Spero di essere stato abbastanza chiaro (ok, giù le maschere, scrivere in maniera sibillina alla Maestro Orientale è divertentissimo, sai che spasso quando lo facevano secoli fa!!).

La seconda fase dell'allenamento consiste nell'Uchikomi, la pratica di coppia dove si provano le 'tecniche'.
In questa prima fase, le tecniche sono VERAMENTE tecniche. Niente da nascondere. Vengono praticate come tali: è un 'male necessario' per poter arrivare poi ad essere veramente liberi in una situazione non collaborativa.
Su come si svolge l'uchikomi dovrei aver scritto abbondantemente in passato. Uno dei due praticanti attacca, con sincerità e senza trucchi, ignorando ciò che fa l'altro. L'altro contrattacca, e grazie alla sincerità dell'attacco dell'altro può capire gli errori che ha commesso e correggersi.
In questa fase diventa importante il tempo di esecuzione delle tecniche, anche se rimane in secondo piano rispetto a ciò che si sta tenendo in mente dall'inizio: Distanza e Posizione.
Adesso stiamo praticando la Tecnica per la Forma, oppure stiamo allenando la Tecnica per il Corpo. Il concetto è lo stesso di prima, variano solo gli elementi. Per Tecnica si intende "cosa fare", si intende il movimento in sé. Mentre la forma si concentra su "come farlo", ovvero sull'acquisizione del "buon movimento", la tecnica si concentra su cosa si fa durante il combattimento, come si attacca, come si contrattacca, eccetera. Tuttavia, stiamo sempre allenando i principi di Distanza e Posizione, anche se in un contesto diverso. E la concentrazione è sempre rivolta al Corpo, che deve eseguire il movimento corretto.

Infine, si arriva alla pratica libera. Innanzitutto bisogna confessare che non è veramente libera, almeno all'inizio: è un po' come un Uchikomi dove ci si muove, non si tiene un ritmo regolare e non si decide chi attacca (almeno non sempre). E' un finto combattimento, un primo passo verso la pratica libera VERA, che permette di assaggiare quel che si prova in un ambiente non collaborativo.
Adesso stiamo praticando la Mente-Forma, oppure la Mente-Corpo, perché stiamo allenando lo stato mentale e l'attenzione, ma allo scopo di mantenere la giusta distanza e posizione in un contesto non controllato.

Queste tre categorie di esercizi compongono lo Shu. In questa fase si gratta la superficie di cos'è l'arte della spada, si impara a muoversi bene, e si acquisisce il senso del vero combattimento, imparando diligentemente dal maestro. A parlarne sembra che sia noioso, ma forse è la fase più 'divertente', perché dà certezze, insegna cose e le dimostra immediatamente, dando sicurezza. Inoltre prepara anche al combattimento, non è solo ginnastica come potrebbe sembrare. Durante questa fase sono andato a qualche stage e mi sono comportato molto bene.

Ma come l'infanzia, lo Shu finisce, e si entra nella tormentata fase dell'adolescenza, lo Ha.

Ci tengo a precisare che queste fasi non sono regolamentate da un qualche programma tecnico o imposte dall'alto, sono del tutto spontanee e tutti ci passano attraverso. L'unica cosa che si può imporre dall'alto sono gli esercizi, ma quelli non cambiano la sostanza delle cose. Impedire alcuni tipi di pratica può, al massimo, 'bloccare' un praticante in una fase (tipicamente un eterno Shu), ma di sicuro non si possono saltare i passaggi.

Prima o poi lo Ha arriva e non è piacevole. O meglio, all'inizio lo è: si iniziano a percepire delle cose che prima non si vedevano, e ci si sente ancora più bravi. Ma l'inevitabile conseguenza di queste percezioni è il dubbio.
Il maestro sbaglia qualcosa, c'è "qualcosa" sotto che non mi spiega. Si inizia ad avere una sensazione di incompletezza. Prima o poi, ci si accorge della PROPRIA incompletezza.
Il problema dello Shu è che inganna, mentre ci sei dentro sembra che sia 'tutto lì', e quando inizia a terminare ti senti un dio della battaglia. Ma poi inizi a renderti conto che qualcosa manca.
Può avvenire anche guardandosi intorno. Durante lo Shu, ho fatto ottimi combattimenti con altra gente che pratica arti di spada, ma poi mi sono accorto di una cosa stranissima: avevo molte più difficoltà con gente inesperta che con gente allenata.
Razionalmente la spiegazione era - ed è tuttora, i fatti sono quelli - che dipende dal regolamento. Combattere 'al tocco' è del tutto differente dal combattere all'ultimo sangue, e le arti marziali autentiche se ne fottono del primo sangue. Quindi, allenarsi al combattimento reale e poi provare il point-fight equivale ad essere in seria difficoltà rispetto a chi fa sempre e solo point-fight. Idem nel verso opposto: provate a dare una spada d'acciaio in mano a chi ha sempre e solo praticato con roba in fibra di vetro, nylon o domopak... e poi ditegli che se toccano e basta il colpo non è valido, ci vuole caricamento. Touché!
Ma il tarlo del dubbio ti attanaglia: ad esempio io ho pensato che è pur vero che io imparo a combattere all'ultimo sangue, ma chi fa point-fight sviluppa ottimi riflessi mentre io no. Inizialmente pensavo: "io però non ho bisogno dei riflessi, ho la presenza mentale". Ed era vero, sono tutt'ora dell'opinione che la presenza mentale sia molto meglio di qualsiasi riflesso.
Ma poi ho 'perso' la presenza mentale.

E' proprio questa la caratteristica predominante dello Ha: si 'perdono' le cose. Gesti ripetuti mille volte, perfezionati, spontanei e naturali, non vengono più, o escono goffi e mal controllati. Si inizia a sentirsi impacciati nelle gambe, deboli nelle braccia, dinoccolati, come marionette senza fili.
Prima o poi si arriva alla conclusione che bisogna ricominciare tutto da capo, e lo si fa. E si fa bene a farlo, ma non è vero che si sta ricominciando da capo.
Se prima si faceva Forma per la Forma, ora si fa Forma per la Tecnica, oppure Forma per la Mente.
Prima le cose importanti erano la Distanza e la Posizione. Ora il dominio è della Tecnica, il cui principio cardine è il Ritmo.
Per prima cosa, come ho detto, si fa Forma-Tecnica\Forma-Mente.
Si pratica a vuoto, si allena la posizione, la distanza, i colpi, i passi. Ma con una nuova concezione, una nuova consapevolezza. Il lungo periodo di Shu ci ha portato a confrontarci, ad acquisire il senso del combattimento, a percepire ciò che funziona e ciò che non funziona: quindi ora si può perfezionare il proprio gesto, non solo nella Forma (che è già buona, ma la si percepisce come sbagliata perché si 'sente' che non è adatta a funzionare in un combattimento vero) ma anche nel suo Ritmo. Attenzione, il Ritmo non è qualcosa di prestabilito, anzi: ciò a cui si mira nell'allenamento della Tecnica è proprio l'adattamento al Ritmo che la situazione ci impone. Non noi, non l'avversario, ma la situazione: il ritmo dell'azione è deciso dall'insieme di tutto. (wow, come è gasante parlare da Saggio Orientale)

Poi si passa all'uchikomi e qui si ha l'allenamento della Tecnica per la Tecnica, o la Tecnica per la Mente. Si praticano i kumitachi e si esce anche dalle tecniche prestabilite (cosa che si fa anche dalle fasi finali di Shu). E' importante qui che l'attacco sia sincero e che si varino i 'partner' nell'uchikomi, e questo è proprio il problema che ho io adesso, visto che siamo sempre io e il maestro ma essendo nella fase di Ha la cosa è quasi dannosa. Mentre in Shu il contatto diretto con il maestro è molto utile, perché permette a lui di concentrarsi al 100% nell'insegnamento senza compromessi dovuti alle differenze da persona a persona, in Ha è importante confrontarsi con tutti. In Ha si deve imparare ad essere i maestri di sé stessi.

Infine si arriva alla pratica libera, e qui si allena la Mente per la Tecnica, o la Mente per la Mente. Attenzione: Mente e Mente non sono la stessa Mente (lol). La prima è lo Stato Mentale, la concentrazione, l'attenzione: diciamo, il controllo sulla mente. La seconda è la razionalità, la comprensione di ciò che si fa.

Da qui in poi posso fare solo ipotesi, visto che al momento sono in fase Tecnica-Tecnica.

Mente-Mente probabilMente (lol2) consiste nell'allenare lo stato mentale allo scopo dell'applicazione della tecnica. Potremmo chiamarla Elasticità Mentale: bisogna allenare la capacità di adattamento alla situazione. Ho fatto esercizi in questo senso, ed è tutt'altro che facile: mi ritrovo spesso (anzi, quasi sempre) a reagire in modo meccanico, incoscente, di riflesso. Magari il movimento funziona, ma è un automatismo. Non va bene. Devo essere presente, non reagire in modo programmato come se fossi un robot.

Quando arriverò a questo, e credo che mi ci vorrà un bel po', sarò al compimento di Ha... ma non credo che arriverò al Ri prima di aver combattuto come un dannato contro gente di tutti gli stili.

Quando sarò al Ri... che succederà?
Avrò la padronanza della Forma e della Tecnica, e mi rimarrà da forgiare la Mente, lo Spirito.
Potrò insegnare agli altri, almeno fino alla fine dello Shu.
Praticherò la Forma per la Mente oppure la Forma per lo Spirito, dove per mente si intende il controllo sulla propria mente, e per spirito... più o meno la stessa cosa, la propria razionalità profonda.

Chissà com'è...

giovedì 9 febbraio 2012

Il corpo è tutt'uno

Io faccio spada da sempre.
Kyushin Ryu da 5 anni, Kendo per 2 anni tempo fa, ma non ho mai smesso di fare spada.

Nell'ultimo periodo, insieme a tante altre cose, avevo dei problemi anche lì.
Una lunga, lunghissima lista di piccole cose probabilmente invisibili a chi non è dell'ambiente (e a volte anche a chi lo è, essendo solo fisime mie), ma che mi pesava, mi scoraggiava, visto che non riuscivo a correggerle.

Beh, oggi ne ho corrette un po'!

Tutto è guidato dall'idea che il corpo è tutt'uno, e segue il tanden.
Certo, ogni parte del corpo è diversa dalle altre, ma non è un'entità a sé stante.
Tutto converge nel tanden. Io me lo immagino come una sfera di luce che 'attira' tutto il resto del corpo magneticamente.

Un corpo unito nel tanden si muove in quello che ho chiamato 'lo spirito che passa', un'idea corporea difficile da spiegare a parole. Provandoci, è come se il nostro corpo non esistesse, né la spada dell'avversario: esistono solo la nostra spada e il corpo del nemico. Nulla mi può ostacolare: sono nello spirito che passa, che va, non trova impedimenti.

venerdì 3 febbraio 2012

"Common misconceptions" riguardo al combattimento, parte I

Visto che ultimamente ho più voglia di scrivere sul blog ne approfitto per pubblicare questo post, o meglio questa serie di post, che mi ronzavano in testa da un po'.
Come si intuisce dal titolo - almeno per chi mastica un minimo di inglese - parlerò dei luoghi comuni (falsi) riguardo al combattimento. Io mi intendo principalmente di quello armato, quindi nella maggior parte degli esempi ci saranno persone che si affettano o si bucherellano, ma i concetti sono generici e si applicano in tutti i casi.
Ho usato nel titolo "Common Misconceptions" perché in italiano veniva troppo lungo... e poi "Falsi Luoghi Comuni" suona male e viene facilmente malinterpretato.

Questo primo post riguarda uno dei più grandi "misconceptions": La Difesa.

Un concetto piuttosto ampio, eh?

Poniamo di avere Omino A e Omino B che si fronteggiano con le spade.
A prende l'iniziativa e mena un fendente. B, che non vuole essere affettato, si difende.
Ovvio, no?
Ma che cos'è, poi questa difesa?

E' proprio qui che si annida la "misconception". Potrei mettere tonnellate di video di duelli cinematografici (e lo farò), colpevoli di aver distorto l'immagine comune di come si combatte.

Eccone uno:



Al di là della questione Cina vs Giappone, e tralasciando anche attacchi fantasiosi e pose plastiche dalla dubbia utilità, analizziamo il video dal punto di vista tattico.

-Il giapponese (che è il cattivo, basta vedere che faccia c'ha) attacca, attacca, attacca, attacca.
-Il cinese para andando indietro, para andando indietro, para andando indietro e di lato, para andando indietro con la piroetta, para andando indietro e di lato con la piroetta.
-Il giapponese si mette nella sua posizione segreta e spaccaculi (con la quale ha, probabilmente, sconfitto in precedenza il cinese su cui la telecamera zoomma), e riattacca, attacca, attacca, etc.
-Il cinese fa uguale a prima.
-Il giapponese infine ricorre ai trucchi sporchi e attacca con la polvere.
-Il cinese para spettacolarmente.
-Il cinese attacca, attacca, attacca, attacca.
-Il giapponese para, para para, para... ma poi non para e perde.

Cercate in giro e di video che seguono fedelmente questo schema ne troverete milioni.

Quali sono i messaggi che ne possiamo estrapolare?

1) Non attaccare mai per primo: aspetta che l'avversario prenda l'iniziativa, e poi para la sua gragnuola di colpi potenzialmente all'infinito.
2) Parare è più importante che attaccare. Il cinese para sempre e alla fine vince, il giapponese attacca per 3\4 del video e perde.

Due belle cazzate in salmì.

Ora, ci sarebbero tante cose da dire, ma proverò ad essere sintetico.

Fatto n.1: parare andando indietro è facile.
Provateci con un amico. Pigliate du bastoni, dite all'altro di provare a colpirvi e voi non fate altro che mettere la spada in mezzo alla sua linea di attacco, andando all'indietro.
Cronometrate quanto ci mette quello prima di riuscire a prendervi, se vi prende.
(Questo ovviamente va fatto fre 2 persone inesperte, altrimenti ci sono troppi fattori in gioco)

Scoprirete che difendersi totalmente, o per meglio dire resistere passivamente (perché è di resistenza che stiamo parlando, la difesa è un'altra cosa) è molto facile - a patto che abbiate spazio di manovra sempre disponibile e che l'avversario non stia usando un mitra.

Proverò a fare un disegnino.
I due omini sono A e B. I trattini (-) sono le loro armi. Un trattino vuol dire guardia, due trattini è il braccio esteso in attacco. Un carattere è lo spazio un passo. Lo spazio vuoto è rappresentato da punti (.).

Ad esempio,

...A--B...

Sono A e B entrambi in guardia, ad un passo di portata l'uno dall'altro.
A avanza di un passo e attacca, B indietreggia di un passo e para:

....A-=B..

(l'uguale sono le due armi nello stesso punto)

Capito?
No?
Beh in effetti lo schemino fa cagare.

Evidenzio A, vediamo se poi capite:

....A-=B..

Capito?
No?
Eh vabbè ma allora siete voi.

In pratica: Se la distanza iniziale fra i due non è sufficiente a colpirsi col solo movimento di braccia, e al momento dell'attacco entrambi si muovono nella stessa direzione e della stessa distanza, non c'è possibilità fisica che l'attacco vada a segno.

Finché B può indietreggiare a volontà, A può smanacciare quanto gli pare, non lo colpirà.
Quindi, freschi freschi del video di prima, direte: B è un figo! A, nonostante tutti i suoi sforzi, non lo può colpire!
...grazie al cazzo!
Ma ciò non implica che B possa colpire A. Anzi, all'atto pratico, è molto probabile che chi difenda si sposti un po' troppo indietro, rendendo un suo eventuale contrattacco molto più difficile rispetto ad un secondo attacco di chi ha preso l'iniziativa (che sta già andando avanti, quindi fa ben poca fatica a continuare... mentre saltellare avanti e indietro è piuttosto scomodo).
E questo è valido se prendiamo due inesperti.
Se chi attacca, disgraziatamente, sa anche quello che fa, la situazione cambia drasticamente. A questo punto, il nostro povero B che non fa altro che parare andando indietro è nella merda fino al collo, per le seguenti ragioni:

-A riuscirà a modificare la distanza percorsa anche durante l'attacco, seguendo B e rimanendogli appiccicato. Essendo B a portata, non è affatto detto che riesca a parare i colpi di A. Sapendo che B para e basta, A può anche ricorrere a giochetti da osteria come finta alta e attacco basso, oppure gridare "dietro di te! una scimmia a tre teste!" e colpire non appena l'idiota si gira.

-B sta facendo condurre lo scontro ad A.

Per i profani, il concetto di "conduzione del combattimento" è a volte un po' ostico. Facendola breve, chi prende l'iniziativa conduce, chi reagisce è condotto. Un po' come nei balli di coppia: c'è uno che sposta e l'altro che si lascia spostare.
Finché chi conduce lo scontro non ne è cosciente, l'altro non rischia molto, soprattutto se - come dicevo prima - ha abbondante spazio di manovra. Nel caso contrario, chi conduce è nettamente in vantaggio (a meno che anche l'altro non sia perfettamente cosciente di ciò che sta facendo).
Chi conduce è in grado di spostare l'altro dove vuole. Può buttarlo in un mucchio di rovi, farlo inciampare, metterlo con le spalle al muro o in un angolo... queste sono cose che nelle nostre belle palestrone spaziose e senza ostacoli non vengono prese molto in considerazione, ma dovrebbero.
Va notato anche come l'ambiente di scontro diventa esponenzialmente più importante al crescere della portata delle armi. Facendo a cazzotti, conta ma non molto (ed è per questo che viene spesso ignorato). Combattendo con la spada assume una considerevole importanza. Con le armi lunghe come lance o alabarde è vitale.
Con pistole e fucili, il terreno stesso è l'anima dello scontro, visto che senza un riparo non si parla tanto di combattimento quanto di morte casuale e immediata di quasi tutti i coinvolti.

Alla luce di queste cose, rivediamo il video di prima e rendiamoci conto di quanto è "fictional":

CAZZATA N.1, 0:11 - Il giappo lascia che il cinese si metta nella sua posizione ridicola, procedimento lungo e complesso che prevede anche la perdita del contatto visivo. Gnamo, omino giappo, che razza di cattivo sei? Quello si gira e non ne approfitti?
Dove sono finiti i cari vecchi cattivi senza scrupoli?
Vabè, facciamo finta che questa sia una cosa da Persone Onorevoli e lasciamo correre.

CAZZATA N.2, 0:18 e secondi successivi - c'è uno muro alla sinistra del giappo e lui ci si sposta davanti, mentre il cinese gli gira intorno e si lascia tutta la piazzola alle spalle. Complimenti, una mossa degna di Von Clausewitz.

CAZZATA N.3, 0:22 e successivi - questa la conto come una ma sono innumerevoli. Ho visto un colpo deliberatamente a vuoto, un taglio alla gola pressoché inevitabile lasciato perdere in favore di una pressione insensata sulla lama dell'avversario, una possibile presa al polso semplicemente ignorata, e questo solo ad un'occhiata veloce.

...ok, desisto, ce ne sono troppe, non ho voglia di elencarle tutte con tanto di secondo del video.

Voi direte: "Beh, è un film, se il combattimento durava due secondi sarebbe stato poco spettacolare!"
Che dire: concordo, concordo in pieno! Anzi, è proprio questo il succo della questione. E' una cosa spettacolare. La sua coerenza con la realtà è infima. Ma tanta gente, senza rendersene conto, la prende per vera. Non che mi ci incazzi, sono affari loro! Però sto parlando proprio di questo.

RESISTERE A OLTRANZA E' UN LENTO SUICIDIO.

La difesa nel senso di 'parata' a cui non segue un contrattacco immediato è qualcosa che può accadere, in uno scontro, ma è tipica di una persona in posizione di svantaggio e difficoltà. Se sono su un terreno instabile, o se mi stanno attaccando in tanti, può capitare che io non sia in grado di reagire in modo appropriato ed allora prendo tempo con una parata.

In effetti, possiamo vedere la parata esattamente come una manovra atta esclusivamente a prendere tempo, a rimandare. Il combattimento è uno specchio pressoché reale della vita, quindi possiamo ragionare all'inverso. Nella vita, quanto si può rimandare qualcosa?
Quanto tempo si può prendere?
E' meglio rimandare e prendere tempo o gestire le cose il prima possibile?

Una persona che non fa altro che prendere tempo finisce inevitabilmente sommersa dai problemi, e infine capitombola.

Mi è capitato di combattere, anche se solo per gioco, per pochi secondi e con armi improvvisate (sacchetti della spazzatura, racchette, cose così) con persone che si difendevano a oltranza. Io, ormai abituato ad applicare certe tattiche senza pensarci troppo su, premevo l'attacco, e loro andavano indietro parando. Tipicamente si sentivano dei fighi per aver respinto i miei assalti. Del resto io mi alleno in vari modi con la spada da una vita, loro non hanno questa passione, quindi è una sorta di medaglia al valore, come una formica che batte un gigante.

Chiariamoci, le uniche persone che non siano in grado di difendersi passivamente per qualche secondo sono quelli che, se vedono arrivare un colpo, tirano un gridolino, si girano di spalle e si proteggono la testa. Tra l'altro, se solo non avessero paura si saprebbero difendere anche loro. ("Ne uccide più la paura che la spada", cit.)
Vincere è tutto un altro par di maniche.

Nella realtà, spesso, chi attacca vince.
Nelle arti marziali reali, si lavora tanto sui CONTRATTACCHI proprio perché sono la cosa che richiede più lavoro: dopo un po', tutti sono in grado di sferrare un colpo decente, mentre contrattaccare un colpo decente non è affatto facile.

NOTA FINALE - c'è un motivo per cui i combattimenti dei film sono fatti così. Nell'ambiente, questo modo di combattere viene chiamato Flynning dal nome dell'attore Errol Flynn, eroe dello swashbuckling. Agli albori dei film in costume, per preservare l'integrità fisica degli attori è stato escogitato questo metodo. Per maggiori informazioni, dedicate esclusivamente a chi capisce l'inglese, vi giro questo link.

giovedì 2 febbraio 2012

Vuotare il secchio, ma razionalmente.

Tempo fa provai a fare un riepilogo.
Sentivo il bisogno di farlo. Ogni persona ha un certo numero di cose che si tiene dentro, ma non ne può tenere infinite, né per infinito tempo. Quando la massa di esperienze nascoste arriva a pesare troppo, o troppo a lungo, uno deve svuotare il secchio. Non c'è cazzi. (Wow, come sono francese).
C'è chi si confida con un amico, c'è chi scrive un libro o una poesia, c'è chi ci fa un film o una canzone. Per me, scrivere un libro o girare un film risultava troppo lungo e dispendioso. Una poesia non la scrivo neanche con un fucile sulla tempia, e le canzoni sono poesie con la musica. Ne avrei parlato con un amico, ma non l'ho fatto per una serie di motivi che scriverò fra poco. Visto che ho un blog, ho scritto sul blog.
Però - ingenuamente - quando mi sono deciso a scrivere non ho pensato a una cosa. Non ho pensato che, sparse per il riepilogo, c'erano tante cose che non avrei voluto diffondere al Grande pubblico. (Ho scritto Grande pubblico, quindi ho senso dell'umorismo, yay).
E non erano neanche cose facilmente saltabili, visto che alcune rappresentavano addirittura il cardine dell'intera storia. Quindi ho finito con lo scrivere un 'capitolo' e via. Non scriverò altro, non è il caso, o almeno non è il momento adatto: forse quando avrò il doppio degli anni, e non me ne fregherà più un cazzo di quel che facevo negli early twenties, scriverò tutta la storia per intero.
Non svuoterò quindi il secchio. Non tutto. Ci farò dei buchetti sul fondo e lo userò come annaffiatoio: è anche più costruttivo, simbolicamente. Il secchio che si svuota è quello della merda, l'annaffiatoio serve a nutrire le piante, a nutrire la vita.

Ok, ora che mi sono divertito col cazzeggio verbale, si passa all'azione.

Avete facebook?
Se non ce l'avete, starete probabilmente facendo quella faccina supponente e beffarda di chi si dice, fra sé e sé, "haha io in quella roba non ci casco". Bravissimi, non ce ne frega un cazzo.
Se ce l'avete, probabilente avrete notato come i social network finiscano col rispecchiare la società reale. Il fatto che siano virtuali, piuttosto che distorcere l'immagine che danno della società, rende i ritmi di comunicazione molto più serrati, col risultato che ci vuole veramente poco tempo prima che un social network rispecchi a livello quasi totale la società vera. Almeno io la penso così. Voi no? gnegnegne, il blog è mio e qua dentro ho ragione io.

Tornando a noi, se avete facebook (e più di 10 amici, senza contare quelli falsi fatti solo per mandarsi i regali da soli a Farmville, Castleville, Montecatinitermeville e Sticazzodigiochinicolvillehannorottolepalleville) avrete sicuramente notato una cosa.
Ci sono due tipi di utenti su facebook:

Quelli che fanno filosofia spicciola e depressa,
E
Quelli che non la fanno.

Quelli fanno filosofia spicciola e depressa si riconoscono facilmente: stanno loggati 24\24 7\7, e postano stati molto profondi nei quali riflettono sull'ingiustizia del mondo, sul fatto che 'i-bravi-ragazzi-non-cuccano-mai' oppure 'gli-uomini-sono-tutti-degli-stronzi' o ancora 'io-sorrido-fuori-ma-piango-dentro' (sorridi fuori?? ma quando mai?? non è che l'hai scritta a rovescio?).
Raramente posteranno stati più corti di 3 righe e dal significato banale. Loro sono i grandi pensatori di questo secolo, certe cose non le fanno. Anche perché, con lo stato filosopresso (filosofico-depresso) si cuccano quei 2-3 'mi piace' che rinfrancano lo spirito e ti fanno sentire parte del mondo, mentre se scrivono "oggi vado a fare due passi in città" non se li caga nessuno e si sentono dei perfetti idioti.

Quelli che non fanno filosofia spicciola e depressa scrivono "oggi vado a fare due passi in città".
E ottengono 347 'mi piace' più qualche migliaio di commenti.
Spesso sono donne, ma non è detto.

Qui il mio spirito logico-matematico mi tenterebbe con l'idea che, se questi tizi\tizie scrivessero post profondi e psicologici, nessuno se li cagherebbe. La simmetria è sempre affascinante per i malati mentali come me. Ma purtroppo qui siamo in presenza di una semplice, banale scala dove alcuni sono più in alto e altri più in basso. Abbastanza triste.

Il succo è che se quelli-che-non-fanno-etc etc scrivono, disgraziatamente, uno stato filosofico e profondo (anche se è profondo come una pozzanghera), ottengono un numero di gradimenti e commenti positivi che manda in palla i server di facebook a Palo Alto, il sito va giù, succede un casino e tutti offendono Mark Zuckerberg, il che non è poi una cosa tanto malvagia.

Tutto questo giro di parole mi serviva, in ultima analisi, solo per dare sfoggio della mia brillante ironia e per far notare un semplicissimo concetto:
Ci sono persone che hanno successo e persone che non ce l'hanno.

Detta così è triste. Sembra quasi che ci sia una divisione genetica fra vincenti e perdenti, un concetto tipico delle peggiori americanate. Sembra che ci siano i belli-e-bravi e i brutti-e-sfigati, quelli con un futuro e quelli senza.

Qui però mi auto-nomino araldo della luce e dichiaro: Non è così. Ve lo dico io per esperienza personale.

Alla fine il riepilogo era questo: io sono stato in tutti e due i posti, ho viaggiato da un capo all'altro del termometro sociale.
Detto così sembra figo, ma non è che poi lo sia granché, ad essere sinceri.

Al momento sono sulle temperature basse, altrimenti non scriverei qui.

Quando ho alzato la temperatura ero felice e convinto di aver capito il meccanismo. Stavo bene. Cazzo, se stavo bene. Quelli che ci stanno tutto il tempo non possono capire quanto sia goduriosa l'escursione termica in salita. E' come l'odorino del pranzo prima di mangiare, come i preparativi per una festa, come l'ultima ora di scuola prima delle vacanze. Pregusti ciò che ti aspetta e ci sguazzi come una rana.

Però pare che il meccanismo non l'avessi capito. Ho solo avuto una botta di culo. Una botta di culo particolare, di quelle indirette. Pensavo di aver trovato la formula, ma in realtà era una condizione ambientale ad aver fatto funzionare la miscela. Un caso, una circostanza fortunata. Poi, ci ha pensato la mia fretta di raggiungere l'obiettivo a farmi scivolare, e ricadere giù.

La differenza si sente, è palpabile, come andare in canottiera e mutande sul K2 e poi starsene in maglione e giacca a vento all'equatore.

Quando sei sulle alte temperature, non devi fare un granché. Nulla, in effetti. Meno fai, meglio è. Ti fai allegramente i cazzi tuoi e ti diverti a vedere gli altri che, per qualche misterioso motivo, ti gravitano attorno come se fossi una piccola stella. Non sono il tipo da cercare qualcosa di squallido in ciò: è solo come funziona il mondo. Inutile dire che è una situazione molto piacevole.
E' quello che chiamano fascino, o carisma, o come vi pare, e funziona. Non è come essere pieni di soldi. In quel caso, la gente ti gira intorno perché spera che tu gli dia parte della grana. E' alla grana che sono interessati, di te non gliene frega una ceppa e se smetti di elargire fondi smette anche di arrivare la gente.
Quando invece il fenomeno è spontaneo, la musica è completamente diversa. I meccanismi alla base sono in effetti abbastanza simili: la gente da te cerca approvazione, e se non la dai mai, dopo un po' non c'è più nessuno. Ma l'approvazione è gratis e vedere una persona felice solo perché passi del tempo con lei fa stare decisamente bene.

Alle basse temperature, beh, hai due opzioni. Puoi fare come plutone e gravitare intorno a una piccola stella, ai margini, quasi invisibile. Con un minimo di calore in arrivo, forse qualche piccola luna che gravita insieme a te, mentre gli scienziati decidono che alla fine non meriti di essere classificato come un pianeta vero e proprio.
Oppure puoi fare l'asteroide, e vagare da solo per la galassia.
Il più delle volte uno fa un po' entrambe le cose.

La gente 'fredda' ha, come ho potuto vedere, la spiccata tendenza a dare la colpa agli altri della propria condizione. Credo sia comprensibile. Alla fine sono gli altri che non li cagano, sono gli altri che negano loro quel poco di calore che li farebbe sentire parte del mondo e in pace con sé stessi, no?
Beh, a volte uno farebbe bene a chiedersi cosa ci guadagnano gli altri a fare così.
La risposta è semplice, banale, da un lato rassicurante e dall'altro molto triste. Ed è che non ci guadagnano niente. E' che nessuno ce l'ha con te. Non gli stai sul cazzo o altro. Nessuno è cattivo con te.
Se non ti cagano è solo colpa tua. "Colpa" è un termine forte, sembra quasi che tu abbia fatto qualcosa di male.

Io, visto che ilblogèmioehoragioneio, sono più fygo e quindi non do la colpa a nessuno. So bene che tutto ciò che mi serve per cambiare la situazione è dentro di me. Vorrei solo capire come devo fare.
Perché, e qui concedetemi lo sfogo, è abbastanza frustrante vedere che nonostante tutto quello che fai (o NON fai) la situazione non cambia mai, mentre altra gente, senza fare niente (nel caso migliore) o facendo le stesse cose che fai te (nel caso fottutamente peggiore, nonché il più irritante), viene considerata dal mondo come se fossero dei vip.

Il tutto rappresenta ancora più un monumentale giramento di palle nel momento in cui PROVI sulla tua pelle cosa vuol dire avere un posto nel mondo, e poi questo posto scompare.

Staremo a vedere... ho imparato a tagliare un sacco di cose, taglierò anche questa.

(Sbizzarritevi coi doppi sensi...)