Diario delle sensazioni di uno spadaccino.
Ho iniziato il mio percorso nella spada quando ancora andavo all'asilo.
E l'ho iniziato per un motivo... beh... stupido. Banale, infantile, che quasi mi vergognerei a dirlo se non fosse perfettamente normale, considerando che avevo 4 anni circa.
Mi vestivo sempre da Zorro per carnevale, e mio padre, che da giovane ha fatto un po' di scherma, mi impartì delle piccole lezioni su come usare la spada.
C'era una cosa che non mi piaceva: ritornare in guardia dopo ogni parata. Non mi ricordo perché non mi piacesse, non mi piaceva e basta. Allora mio padre, scherzando, mi disse: "ma questo è un fioretto, mica uno di quegli spadoni medievali..." e allora decisi che mi sarei dedicato agli spadoni medievali con i quali non dovevo tornare sempre in guardia.
Ripensandoci oggi, è anche buffo, considerando che il fatto di non tornare in guardia dopo aver parato ha anche un suo perché tattico: mantenere il contatto di lama serve a tenere sotto controllo l'arma dell'avversario, mentre se ci si limita a parare con un colpetto e tornare in guardia può succedere che l'avversario 'pressi' il suo attacco e colpisca. Ma questo ha poca importanza.
Da bambino ero bravo con le spade. Bravo... relativamente, in realtà ero solamente sciolto e 'giocoso' nel combattimento. Ero sicuro di me, e quindi reagivo con libertà, anche se allora i combattimenti con le spadine di legno si svolgevano sempre nello stesso modo: colpo alto -> colpo basso, e poi ancora basso (PIU' basso di prima), e poi ancora più basso, sempre più in giù, fino ad un ridicolo raso-terra.
Fin da allora, ricordo, avevo l'attitudine a stare molto addosso all'avversario, a chiudere la distanza. Ce l'ho anche oggi (ci tornerò in seguito). Credo mi venga naturale, visto che essendo più basso della maggior parte degli avversari, ho meno portata; quindi sto vicino al nemico, alla mia distanza ottimale, mentre lui si trova ad una distanza che lo mette a disagio (dovendo ritrarre le braccia per colpire)
Poi c'è stato un periodo, in 4°-5° elementare, dove - per non so che ragione - puff! all'improvviso non sentivo molto interesse per la spada. La cosa mi metteva a disagio. Cercavo, razionalmente, di farmela piacere, perché "io sono così": il fatto di non provare quest'entusiasmo mi faceva sentire come se stessi perdendo il controllo su me stesso.
Quando, in prima media, comprai un bokken e riprendemmo a fare un po' a spadate, facevo veramente schifo.
Innanzitutto ero sulla difensiva. Estremamente sulla difensiva. Stavo a distanza, non facevo altro che parare andando indietro. Ogni tanto azzardavo un attacco, ma ero sempre fuori misura: all'epoca il concetto stesso di misura mi era oscuro, e non capivo come mai non riuscivo mai a colpire l'avversario.
E' stato un periodo lungo e difficile. In prima superiore ho iniziato a fare Kendo, ma, ovviamente, non mi è servito a un cazzo, soprattutto a causa del 'format' di combattimento che usavamo: 3 vite a testa, una vita va via se ti toccano, bersagli non validi: testa e mani. Toh, due degli unici bersagli validi del Kendo sono testa e mani...
Fino all'inizio di 3° superiore non sono riuscito a migliorare sensibilmente e tutte le volte che ci scontravamo ero uno dei peggiori, cosa che strideva parecchio col fatto che, nel "circolino" che ci eravamo creati (l'ACABS - Associazione Combattimento all'Arma Bianca Siena, la cui somiglianza con ACAB ci ha infilato in un paio di situazioni buffe) io fossi uno degli insegnanti di spada.
Col senno di poi è ovvio capire il perché: per quanto io mi allenassi e migliorassi nella forma, il formato di combattimento che usavamo favoriva in maniera spropositata i 'trucchetti da osteria' come finte e cazzi vari. Studiare non serviva a niente, allenarsi men che meno: era un gioco deciso per il 20% dall'astuzia, per un altro 20% dai riflessi e dalla 'scioltezza mentale' (cosa che io, a causa dei miei conflitti interiori, non avevo per niente) e per il restante 60% dal puro culo di toccare per primi agitando la spada a caso.
Poi, fra la 2° e la 3° superiore, i miei studi - intensivi, sudati, intrisi di disperazione e frustrazione - dettero i loro primi frutti. La ruggine iniziò a togliersi. Primo: mi appropriai dei rudimenti del concetto di misura, e già quello praticamente bastava per vincere un sacco di combattimenti in più. Secondo: Riuscii a capire che parare e basta non serve a niente, e arrivai dritto dritto al concetto di anticipazione.
Poi il 3° finalmente iniziai a fare Kenjutsu, e lì fu come se sul mio alberello rinsecchito, nato dagli studi personali, fosse buttato un bidone di fertilizzante ad effetto rapido.
Innanzitutto arrivai a capire come mai i nostri combattimenti non avevano senso. Poi, avevo un punto di riferimento che confermò un sacco di miei sospetti e congetture, cosa che mi diede una grande sicurezza. E comunque mi allenavo in una disciplina seria e reale, per quanto incompleta... ma per allora non era incompleta per niente, ero solo al primo anno.
Poi mi arrivò un'altra batosta.
Per la cronaca, preceduta da un'illuminazione, cosa che amplificò la batosta in maniera considerevole.
L'illuminazione era sul modo di impugnare la spada, ed è troppo lunga da spiegare. La batosta fu una 'sconfitta' in combattimento che, in quel preciso momento, fece crollare il castello di carte che era la mia autostima.
Anche perché non solo mi sentii sconfitto (con ben poche ragioni, ma ormai ho accettato la mia caratteristica di pretendere troppo da me stesso), ma visto che il combattimento si concluse a mani nude, mi beccai anche un paio di cazzotti in faccia che mi fecero gonfiare un labbro, quindi il giorno dopo era palese a tutti che le avevo prese.
(Io i miei colpi li fermavo, ma se questa è una giustificazione razionale, cercare di placare il proprio ego ferito con essa è come provare ad asciugare il mare con un pezzo di scottex).
Per fortuna, pochi mesi dopo andai a trovare i ragazzi della Shinkaze Ryu a Genzano, e lì mi comportai molto bene, fui soddisfatto. Ancora più tardi, alcuni duelli con ragazzi provenienti dal GRV con armi di lattice mi dettero altre soddisfazioni ancora. Nel frattempo, il mio percorso nella forma del Kenjutsu giungeva al termine, dando inizio a quello che sto percorrando adesso - il percorso nella tecnica, nel ritmo.
Poi passò una lunga estate senza confronti né lezioni.
Alla ripresa degli allenamenti, c'era qualcosa che non andava.
E non andava nella forma. Mi sentivo legnoso, a disagio. I miei colpi erano sbagliati. Avevo un ma-ai mediocre e mi sentivo sempre in una posizione svantaggiosa. I colpi dal basso non mi riuscivano più, né nell'uchikomi né nel combattimento: e proprio il combattimento era la cosa più strana. Era come se la mia presenza mentale se ne fosse andata a puttane.
Questo era l'inizio dello Ha, ma io non lo sapevo, e la cosa mi mandò nel panico. Dov'era finito tutto? Com'era possibile disimparare così tante cose? Cose che non avevo mai avuto problemi a imparare, perché mi venivano spontanee, erano il frutto di tanto sudore solitario passato ad allenarmi, anni prima, senza capire perché non desse frutti nel "combattimento" (con molte virgolette) che facevo all'epoca.
Di recente ho partecipato ad un torneo di armi di lattice, al Lucca Comics. Ho passato il primo turno con facilità, contro un ragazzo che - quasi mi dispiace per lui - volava dritto dritto nel mio taglio discendente da Jodan. Al secondo turno, preso dal nervosismo, ero contro un tizio piuttosto alto e slanciato, agile e con buoni riflessi. Combatteva con colpetti piccoli e precisi, una via di mezzo fra lo smanaccìo casuale di chi non ha forma e la scherma olimpica, ovvero il modo di combattere tipico di chi ha fatto un po' di GRV con regole non molto realistiche. L'avrei potuto battere facilmente, adottando una tattica di 'Oji', parando e rispondendo velocemente al braccio. Invece, vuoi per arroganza, vuoi per nervosismo, mi sono rimesso in Jodan. Il duello è durato un po', con diversi colpi fuori misura e schivate per un pelo, ma alla fine ha vinto lui: sempre perché il suo colpetto arrivava un mezzo secondo prima del mio.
Fra i tanti partecipanti al torneo ce n'era uno degno di nota, un tizio uguale spiccicato al mio ex-maestro di Kendo, che combatteva con una forma schermistica eccellente. Misura e passaggio impeccabili, un vero tecnico. Ha passato 2 turni ed è uscito al 3° contro un ragazzino in tuta da ginnastica che combatteva come quello che ha battuto me: ennesima riconferma che, nel combattimento con le armi, è il 'format' a decidere chi vince.
Qualche giorno fa ho ricominciato a leggere Vagabond. I casi sono due, o Takehiko Inoue ha un intuito eccezionale, o ha fatto un po' di Kendo anche lui, oppure si avvale di esperti NON solo per i termini tecnici, ma anche per la trama e per i dialoghi.
In Vagabond, Musashi a un certo punto impara l'importanza di vedere veramente. Se il tuo sguardo si concentra sulla singola foglia, perderai l'intero albero; se si concentra sul singolo albero, perderai l'intera foresta. E tutte le volte che riesce a battere un avversario, dice di riuscire a "vedere attraverso" la sua arma.
Tutto questo è troppo simile allo 'spirito che passa' per essere solo una coincidenza. La spada dell'avversario non esiste: vedi attraverso essa. L'avversario non ti riesce a vedere: tu non esisti.
Quando percepisco la disattenzione dell'avversario, lo vedo lì, concretamente, lo percepisco. Quando l'avversario è attento, lo vedo, ma non lo percepisco. E' come se non esistesse.
E' troppo, troppo per poter essere una coincidenza.
In effetti, il combattimento alla fine è questo. E' vedere veramente. Puoi vincere anche senza vedere, ma è un caso, una fortuna. Se vedi veramente, ti puoi muovere in libertà.
Ci devo studiare su.
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