Io, che non ho intenzione di essere da meno nell'arte dei paragoni azzardati, scriverò - su brillante e fugace ispirazione - la Comparazione del Katageiko con la disciplina dell'Elettrotecnica.
Testo che volentieri consegno ai posteri, come prova sia della mia ricerca marziale sia del mio esaurimento come studente fuori corso di Ingegneria.
Diamo intanto una breve introduzione sul katageiko. Anzi, diamo intanto una breve introduzione su di me, così chi legge potrà capire che non deve fidarsi di una parola di quello che scrivo.
Studio Ingegneria da (mi vergogno a scriverlo) 7 anni e Kenjutsu da circa 10. In entrambi i casi, per una ragione o per un altra, ho sempre testardamente seguito un "mio" modo di fare le cose, caratteristica che mi contraddistingue nel bene e nel male.
Nel caso degli studi accademici, questo mi ha fruttato una discreta quantità di anni fuoricorso, che riesco a perdonarmi solo considerando le variegate attività parallele che ho portato avanti.
Nel caso degli studi marziali, ho seguito gli ottimi insegnamenti di un ottimo maestro per ottimi otto anni, prima che questo mi invitasse ad approfondire la pratica anche su altri lidi vista la mia pervicace passione per l'argomento. Ho praticato per molto tempo una scuola chiamata Kyushin ryū, e adesso porto avanti questo studio da 'istruttore' (privo di certificazioni vista l'assenza di una vera e propria sovrastruttura in questo stile), seguendo bimestralmente degli stage di Tenshin Shōden Katori Shintō ryū con un gruppo di eccellenti maestri e istruttori.
Caratteristica peculiare del Kyushin ryū, stile appartenente alla schiera dei Gendai ryū (Scuole Moderne), è la marginale presenza dei kata all'interno della pratica, sulla falsariga del Jūdō. Molto mistero circonda la storia di questo stile, e non è questa la sede appropriata di discussione, ma una delle teorie sulla sua genesi lo vogliono proprio come sintesi di varie scuole di Kenjutsu pensata come pratica parallela a quella del Jūdō. Poi è arrivato il Kendō e ha spianato la piazza. Ma questa, appunto, è un'altra storia.
Il Tenshin Shōden Katori Shintō ryū è invece - come chiunque nell'ambiente sa - uno dei più fulgidi esempi di Koryū (Scuole Antiche), e di conseguenza come tutti questi stili prevede una pratica (keiko) basata sull'esecuzione dei kata -> katageiko.
I kata, per chi non lo sapesse, sono forme - ovvero composizioni fisse di movimenti, da eseguirsi da soli e\o a coppia in base allo stile e al kata. Quelle che, in italiano, chiameremmo coreografie, almeno se viste da fuori. Tipicamente negli stili nipponici si praticano kata di coppia, in cui i due praticanti assumono a turno due ruoli contrapposti - per i quali i nomi si sprecano (uchidachi e shidachi, kirikomi e ukedachi, tori e uke...). Per ogni sezione (kumitachi, kajō) di un kata, i movimenti dei due ruoli sono diversi e complementari, componendo quello che da fuori sembrerebbe un combattimento simulato. La faccenda varia da stile a stile, in dettagli più o meno evidenti (nei quali si annidano gargantuesche differenze), ma grossomodo il concetto è sempre lo stesso. Non mancano anche kata da eseguirsi in solitaria, ma sono tipicamente inferiori in numero e legati spesso a discipline specifiche come lo Iaijutsu.
Essendo abituato ad una pratica basata su esercizi, studio tecnico e combattimento libero, mi sono approcciato al katageiko con molta diffidenza, condivisa tra l'altro da una discreta porzione del mondo marziale non nipponico. Diffidenza che, ad oggi, vorrei aiutare a diradare. Certo è che se non si capisce il senso del katageiko, è ovvio ritenerlo una pratica pressoché inutile. Come potrebbe la ripetizione di una coreografia migliorare le capacità in un combattimento libero? Al limite - il buonsenso suggerisce - può essere un primo step per impratichirsi, allenarsi un minimo atleticamente e acquisire una certa manualità con l'arma utilizzata (o con i movimenti da eseguire nel caso del Jūjitsu). E certamente il katageiko è anche questo. Ma è molto altro, ed è qui che si annidano i dettagli chiave per poter interpretare il suo senso. Il punto è che il katageiko stesso tende al 'misterioso' per sua propria natura, e di certo non facilita quindi la comprensione di ciò che avviene da parte di semplici spettatori.
Di fatto, è anche complicatissimo spiegarlo a parole... sempre per lo stesso motivo: il kata è per sua natura un mistero, un indovinello.
Mi appresto quindi a tentare un approccio diverso, di tipo comparativo, basato su una somiglianza notata durante i miei disperati studi ingegneristici. L'accademicità e coerenza matematica di una disciplina quale l'elettrotecnica rende la sua disquisizione verbale molto, molto più semplice di qualcosa di concretamente evanescente come un kata.
Studiando elettrotecnica, la prima cosa che si impara è che la materia in sé è un'astrazione. Certo, chiunque abbia un minimo di base di studi scientifici sa che TUTTA la scienza è un'astrazione, un modello matematico. Tuttavia l'elettrotecnica, rispetto ad esempio alla fisica, è particolarmente astratta. Si parla sempre di casi ideali - generatori ideali, resistori ideali, eccetera. In generale si trattano argomenti concreti prendendone una approssimazione estremamente schematica, che metta in luce solo alcune caratteristiche di interesse per lo studio.
Già qui inizia a mettersi in luce una somiglianza: i kata, in quanto coreografie, non sono combattimenti ma approssimazioni di essi. Come per studiare un circuito nell'elettrotecnica non considero una grande quantità di informazioni - le lunghezze effettive dei cavi, il materiale di cui sono composti e le loro imperfezioni geometriche, il supporto su cui è posto il circuito, il tipo concreto di batteria o generatore che andrò ad usare, la temperatura esterna, l'umidità dell'aria in cui il circuito opererà, etc - nel katageiko si andrà ad approssimare un gesto che potrebbe avere una variabilità incredibile. Si pensi solo ad un semplice taglio discendente: l'angolo, l'allungo, la tempistica e la dinamica con cui viene effettuato, unitamente al movimento di gambe e al terreno, creano infinite possibilità, tutte diverse ma tutte uguali sotto all'astrazione del 'taglio discendente'. E si tratta pure di un'astrazione piuttosto vicina alla realtà. Ce ne sono di ben più complesse.
Tuttavia, quella che ho appena scritto è fra tutte la somiglianza meno importante.
Come tutte le materie ingegneristiche, nell'elettrotecnica si alterna uno studio teorico e pratico. Si approfondiscono determinati argomenti, quali le leggi di Ohm e di Kirchhoff, varie tecniche di analisi circuitale, possibili semplificazioni che si possono usare in determinati casi, etc. Dopodiché ci si mette sotto e si eseguono palate di esercizi che mettono alla prova la nostra comprensione di tali argomenti.
Tempo fa, avrei formulato una corrispondenza in questo paragone: avrei detto che il kata è la teoria, e il combattimento libero la pratica. Non è un paragone inesatto. Tuttavia, nel concentrarsi sul katageiko in sé, non è neanche quel che intendo comunicare.
La teoria dell'elettrotecnica si può paragonare a ciò che nel Bujutsu viene chiamato Kihon. Il Kihon è l'insieme dei movimenti fondamentali: passi, colpi e parate, che vengono allenati in solitaria, a vuoto, seppure sotto l'occhio attento del maestro che andrà a correggere errori e storture varie. Allo stesso modo lo studio teorico dell'elettrotecnica si fa 'da soli', senza mettere nulla alla prova: si tratta solo di imparare leggi, teoremi e tecniche, e memorizzare come e quando possono essere applicate.
Il katageiko, invece, rappresenta l'esecuzione di esercizi. Questo è un punto fondamentale, in cui si cela una delle più grandi incomprensioni fra il Bujutsu ed il resto del mondo marziale: i kata non sono combattimenti simulati, non più di quanto un esercizio di elettrotecnica sia una progettazione simulata di un circuito che deve operare in condizioni reali.
I kata sono esercizi. Ed in quanto tali, ogni diverso kata pone l'accento su diverse problematiche e difficoltà che lo studente dovrà affrontare in un caso reale.
Tipicamente, nelle materie scientifiche esistono due tipi di esercizi: quelli di 'problem solving' di base, che possono essere approcciati in moltissimi modi e mirano principalmente a far prendere confidenza con la materia, e quelli 'specifici', che pongono lo studente di fronte a un particolare problema, spesso basato su un conflitto fra ciò che 'appare' e ciò che 'in realtà è', e che mirano a far acquisire allo studente delle capacità fondamentali che poi andranno ad essere applicate in tutte le casistiche.
Dopo aver effettuato sia esercizi di base che specifici, si torna alle origini, proponendo esercizi sempre sulla falsariga del problem solving, ma che annidano in sé diverse complessità da risolvere usando le capacità acquisite negli esercizi specifici. Questi ultimi sono ciò che più si avvicina ad un caso reale: affrontabile in molti modi, ma con attenzione ai particolari. Si tratta comunque solo di esercizi, e ciò non va mai scordato.
Sono giunto a fare queste riflessioni dopo aver risolto alcuni problemi molto semplici su un libro di testo, che tuttavia celavano delle tematiche importanti. Dico celavano perché, una volta capito come risolvere il problema, entrambi gli esercizi portavano ad una esecuzione semplicissima di alcune operazioni. Se fossi uno che si accontenta di dire "fatto, vado al prossimo", non avrei mai scritto questo papiro. Ma non lo sono, ed accortomi di questi enigmi nascosti, mi sono scervellato (ed ho molestato in chat diversi amici e amiche che hanno già studiato la materia) in cerca di una soluzione a questi indovinelli... a questi kōan, se vogliamo. Raggiungendo così un piccolo kenshō che ha dato il via a tutti questi ragionamenti.
Partiamo dal primo esempio. In questo esercizio, si chiedeva - dato un semplice circuito costituito da un generatore di tensione e da vari resistori - di trovare una differenza di potenziale ai capi di un bipolo ed una corrente ai capi di un altro.
Il bipolo per cui andava trovata la d.d.p. era un resistore, e quindi con una semplice applicazione delle leggi di Ohm sono giunto alla risposta.
Il bipolo su cui andava calcolata la corrente... era un cortocircuito.
Ora, non ho intenzione di lanciarmi in spiegazioni elettrotecniche, visto che sono stati scritti discreti tomi sull'argomento e di certo ho altro da fare piuttosto che scrivere il mio (tipo, ad esempio, passare l'esame). Ma giusto per illuminare qualche eventuale profano che stesse leggendo, voglio specificare una cosa.
Tipicamente, nelle materie tecnico-scientifiche, le leggi di base possono essere applicate a raffica per giungere sempre alla soluzione. Di fatto, nella quasi totalità dei casi, tutti i vari teoremi non sono altro che implicazioni logiche di tali leggi, utilissimi per semplificare il lavoro ma non strettamente necessari. Chiaramente, se non li si usa si è costretti a reinventare la ruota ogni volta; ma lo si può fare, se si vuole.
La legge di Ohm prevede che la corrente che scorre in un bipolo sia uguale alla differenza di potenziale ai suoi capi fratto la resistenza del bipolo stesso: i = V/R.
Un bipolo cortocircuito ideale, che approssima quello che sarebbe un normalissimo cavetto di rame o in generale una connessione che offre una resistenza bassissima, ha R=0 e nessuna caduta di potenziale: V=0.
i = 0/0.
La soluzione in sé dell'esercizio prevedeva semplicemente l'applicazione di una delle leggi di Kirchhoff (KCL), usando uno dei due nodi ai capi del cortocircuito come punto di riferimento. Sapendo la corrente entrante nel nodo, e sapendo la corrente uscente attraverso un resistore, con una banale sottrazione si trova la corrente uscente attraverso il cortocircuito.
Ciò che mi ha mandato completamente in bianco il cervello è stato il ragionare sul perché.
Che senso ha calcolare la corrente in un cortocircuito?
Formulando un circuito come un grafo, un bipolo cortocircuito cessa di esistere in quanto bipolo e diventa un nodo. Un punto. Non posso calcolare la corrente in un punto. Posso calcolare quella che ne entra e quella che ne esce attraversi vari rami, ma non quella che ci scorre attraverso: per la stessa definizione della KCL, la somma delle correnti entranti ed uscenti in un nodo è sempre 0.
Eppure, applicando la stessa KCL in questo caso, veniva fuori un numerello bello semplice, 0.2 Ampere.
Ciò mi ha portato a mettere in discussione la natura stessa dell'elettrotecnica e del senso di ciò che stavo facendo. Mi trovavo di fronte a un paradosso, dove la stessa legge, applicata in due casi matematicamente equivalenti in tutto e per tutto, da una parte risultava in un'operazione impossibile e nell'altra in 0.2 A.
Solo dopo molte chiacchiere sono riuscito a comprendere il senso dell'enigma in sé, che si cela nella primissima cosa che ho scritto.
L'elettrotecnica è un'astrazione.
Un bipolo cortocircuito è un'astrazione.
Non esiste un vero cavo reale con resistenza pari a 0. Ci sarà sempre una resistenza. Magari è bassissima, nell'ordine dei µΩ, ma ci sarà sempre.
Nel caso ideale, applicando la legge di Ohm (che è una legge fisica e pertanto inerente alle casistiche reali, anche se pur essa con la sue approssimazioni), viene fuori un paradossale 0/0. Quanto fa? 0? No, impossibile: nel cortocircuito circola corrente. Fa ∞? Impossibile: un cavo non può accelerare all'infinito gli elettroni, al limite può appunto porre 0 resistenza ad essi, e solo in un caso ideale.
In realtà, in questo caso, 0/0 faceva 0.2, e ci si sarebbe potuti arrivare solamente usando Kirchhoff o altre strade che in ogni caso prevedessero di aggirare il paradosso.
Il senso di tutto questo riporta al concetto di astrazione. Essendo che tutta l'elettrotecnica lo è, in certi casi si generano dei paradossi. Se l'esercizio chiede di calcolare la corrente in un cortocircuito, non si potrà applicare la legge di Ohm ai suoi capi. Si dovrà procedere per vie traverse. Al peggio, sto pensando adesso (magari sbagliandomi), formulando il tutto in funzione di una resistenza fittizia x del cortocircuito, e calcolando la corrente come limite per x->0.
La lezione è stata: l'astrazione genera paradossi, ed i paradossi vanno aggirati tenendo a mente le leggi fisiche sulla base delle quali l'astrazione stessa è stata generata.
Nel secondo esercizio di interesse per questa dissertazione, dati due circuiti composti semplicemente da configurazioni serie\parallelo di resistori, si doveva trovare la resistenza equivalente vista da due specifici nodi.
Per chi non lo sapesse, si tratta di esercizi davvero banali. Calcolare la resistenza equivalente è uno dei primissimi tipi di esercizi che si imparano, ed è straordinariamente semplice. Si tratta solo di utilizzare due formulette, da applicarsi sulla base del modo in cui sono disposti i resistori nel circuito.
Il primo dei due richiedeva un pochino di occhio e celava dei semplici 'trabocchetti visuali', schivabili con un minimo di attenzione.
Il secondo, all'apparenza, idem.
Dopo aver calcolato le risposte, sono andato a controllare i risultati. Nel primo esercizio avevo ottenuto la soluzione corretta.
Nel secondo, no.
Stupitomi di ciò, e ricontrollando la configurazione dei resistori, ho notato che la formula per il calcolo della resistenza equivalente poteva essere scritta in due modi, i quali, pensavo, avrebbero dato lo stesso risultato - essendo semplicemente visioni speculari di una stessa realtà.
Mi sbagliavo. Un risultato era 3.75Ω, mentre l'altro era 3Ω, corrispondente alla soluzione dell'esercizio.
Ancora mi sono trovato di fronte ad un paradosso. In teoria, guardando una stessa realtà da angolazioni diverse questa non dovrebbe cambiare la sua natura. Sono solo io che mi pongo diversamente, e ottengo formule diverse, ma che dovrebbero giungere tutte allo stesso risultato. Possibile che un circuito si comporti diversamente a seconda di come decido di analizzarlo? No, ovviamente.
Dopo un po' che ci ragionavo sopra, mi sono accorto di aver ignorato un dettaglio nel trasporre il circuito a grafo.
Avevo ignorato i capi rispetto ai quali calcolare la resistenza equivalente.
Nel primo circuito, si trattava di un dettaglio ininfluente: la configurazione di resistori era sostanzialmente un 'blocco' con due capi ben delineati. Percorrerlo in un verso o in un altro non avrebbe comportato alcuna differenza.
Nel secondo, invece, i capi rispetto ai quali effettuare il calcolo erano disposti in una maniera leggermente meno 'standard'. Non vale la pena spiegarlo né mettere immagini, basti sapere che scegliere quei due specifici capi portava il circuito a poter essere 'letto' solo in uno dei due modi - quello che avrebbe dato il risultato di 3Ω, ovviamente. Il grafo che avevo ottenuto dalla trasposizione ignorava completamente i due capi, ottenendo un circuito che - se dato 'in pasto' a un generatore - avrebbe avuto una resistenza equivalente ANCORA diversa, di 16Ω. Stavolta, uguale in tutte le direzioni.
La lezione, in questo caso, è stata più specifica, riguardo ad un dettaglio che a volte si può decidere di trascurare, ma non senza consapevolezza di farlo. Pena il rischio di commettere grossolani errori.
In entrambi questi casi, esercizi semplici e banali, dalla soluzione semplice e banale, hanno rivelato degli importanti insegnamenti nascosti, riguardo non tanto alle formule in sé, ma al modo di applicarle, di pensare la soluzione. Insegnamenti riguardanti il proprio atteggiamento nei confronti del problema. Si tratta di esercizi appartenenti alla sopracitata categoria degli 'specifici'. Nel libro, prima di essi si trovano molti piccoli esercizi di semplice applicazione delle leggi, e successivamente altri di complessità maggiore, che richiedono tempo, pazienza e consapevolezza per poter essere risolti.
È lecito chiedersi a questo punto cosa c'entri tutto questo col katageiko.
Il legame è tanto forte quanto non apparente. L'esercizio è il kata, e il kata è un esercizio. La soluzione è data. Se non ci si interrogasse su di essa, e si procedesse semplicemente memorizzandola e cercando poi di applicarla a esercizi più complessi, si finirebbe spesso con l'incappare in errori e incomprensioni fondamentali, compromettendo fatalmente le propria capacità nella materia studiata.
È la domanda, il chiedersi "perché?", che fa la differenza. Quando ci si pone questa domanda, il senso intimo del katageiko appare immediatamente, come se fosse scontato.
Il Katori Shintō ryū purtroppo non è lo stile migliore per dimostrare questo concetto, avendo dei kata notevolmente complessi e lunghi, che non sono di aiuto in questa spiegazione. Prenderò quindi in prestito un vecchio video di Kasumi Shintō ryū.
Nella visione del video, occorre tenere a mente un paio di dettagli fondamentali.
Il primo è che si tratta di una dimostrazione tenutasi di fronte a un tempio. La solennità, lentezza ed in generale il 'respiro' dei kata mostrato appartengono a una dimensione specifica, quella appunto delle dimostrazioni, dove non conviene rischiare qualche errore o incidente.
Il secondo è, come detto prima, che non bisogna mai scordare la natura di esercizi dei kata. Non sono tecniche. Non solo, almeno. Possono esserlo, fra le altre cose; come un esercizio di elettrotecnica può rappresentare una comune soluzione ad uno specifico problema, ma più spesso si tratta di casi astratti, pensati fin dal principio per essere fruiti dal praticante, non da chi guarda.
Sono arrivato ad immaginare ogni sezione dei kata come se fosse uno specifico esercizio. In alcune parti, ci si allena e basta - impratichendosi con vari movimenti imparati a vuoto, praticandoli con un compagno. Queste sezioni corrispondono agli esercizi 'di base', che richiedono solo la diretta applicazione di alcune leggi fondamentali.
Ma molte altre sezioni portano i praticanti in situazioni paradossali, dove si devono compiere gesti all'apparenza semplici, ma che rivelano problematiche nascoste quando li si va ad eseguire. Tutto ciò non è apprezzabile dall'esterno, se chi guarda non è egli stesso un praticante, purtroppo. E questo, a mio avviso, è causa della maggior parte delle incomprensioni nel mondo marziale.
Il discorso non è neanche finito qui. Una delle caratteristiche peculiari del katageiko è che il kata è un arnese per l'allenamento. In inglese ho visto usare la definizione "training framework" e mi è piaciuta molto. Il kata è un'intelaiatura, un'infrastruttura, all'interno della quale si va ad effettuare lo studio vero e proprio.
Potremmo compararlo ai semplici circuiti degli esercizi del libro di testo. Non sono i circuiti in sé ad essere problematici, bensì le domande che vengono fatte (come il calcolo di una corrente in un cortocircuito) e\o i valori che vengono forniti. Allo stesso modo, uno stesso kata può essere affrontato più volte sotto molteplici luci diverse, ponendo l'accento su caratteristiche diverse. Una prima passata può essere fatta con leggerezza, allo scopo di memorizzare i movimenti ed impratichirsi nelle basi. Dopodiché si può porre l'accento su vari aspetti - distanze, tempistiche, energia dei gesti - andando ad affinare la pratica in vari punti. Si può scendere ancora più in profondità, concentrandosi specificamente su alcune situazioni in cui il kata ci porta, cercando di sviscerarne l'essenza. Chiedendosi quel fatale perché. Per poi ritornare alla pratica diretta, ma con un'intensità maggiore, applicando improvvise varianti, inserendo pause e trappole. È di fondamentale importanza che, dei due praticanti, il più anziano ed esperto si regoli in base alle capacità di chi ha di fronte. Per stimolarlo costantemente alla crescita ed al perfezionamento, senza però porre difficoltà insuperabili o rischi eccessivi che potrebbero risultare in un incidente.
Se nessun esercizio del mio libro di testo avesse celato i paradossi di cui ho parlato, io - non trovandomi mai a doverli affrontare - avrei continuato ad ignorarli, conservando a mia insaputa delle contraddizioni ed incomprensioni nei riguardi di tutta la materia nella sua interezza. Essendomici confrontato, invece, ho ottenuto una comprensione più profonda di ciò che sto facendo. Questo è il senso intimo del katageiko, almeno per quanto ho potuto cogliere finora. Nel confrontarsi con le apparenti assurdità di alcuni movimenti, sapientemente celate ad un occhio esterno e visibili solo sotto la guida di un maestro, si ottengono delle fugaci visioni dei concetti fondamentali che si celano nella pratica marziale. Non solo: il kata può essere rigirato in vari modi, ottenendo esercizi simili a vedersi ma profondamente diversi a farsi, e se il tutto viene orchestrato a dovere da un maestro che sa quel che sta facendo, il risultato è eccellente.
La pratica libera è dunque inutile? Niente di più falso. Questa è una conclusione a cui non darò mai credito. Non è possibile che addestrarsi al combattimento, qualcosa che fa della libertà d'azione il suo perno principale, non contempli una pratica che sia in qualche modo libera. Ma già tempo addietro parlai dei rischi che comporta dare anche ad essa più importanza di quanto non meriti.
La pratica libera, nell'elettrotecnica, potrebbe essere comparata all'uso dei concetti appresi allo scopo di risolvere problemi reali. Anziché parlare di resistori e generatori, un professore potrebbe dare allo studente una vera batteria e delle vere componenti, da utilizzare per ottenere uno specifico scopo. E sarebbe una pratica decisamente molto istruttiva, culmine degli studi condotti fino a quel momento. In alcune università americane lo fanno, qua in Italia che io sappia no, ma vabbè. Il punto è che non si può imperniare l'intero studio della materia su questo tipo di esercizi: ne risulterebbero un sacco di studenti fulminati e di componenti bruciate, per un guadagno tutto sommato irrisorio, visto che i pochi ad avere successo lo dovrebbero principalmente al caso. Occorre iniziare da uno studio teorico ed esercizi basati su questa teoria (kihon, katageiko). Con il progredire della dimestichezza nello studio, si possono introdurre esercizi liberi (randori, jigeiko, shiai...).
Con questo, credo di aver finito la mia dissertazione. Non ho nessun Terao Magonojō a cui dedicarla, né sessanta duelli alle spalle, quindi non abbiatemene se la conclusione è un po' così. La indorerò con un paio di frasi zen. Occorre praticare assiduamente. La strada di mille miglia inizia con il primo passo.

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