domenica 20 maggio 2012

giovedì 17 maggio 2012

domenica 29 aprile 2012

Vuota Serenità

Calma inossidabile.
Sensazione di non appartenenza.
Fluttuare.

venerdì 30 marzo 2012

Ruggine

Sono 2 anni che non vado più alle superiori (laus deo), e, come se ne può dedurre, sono 2 anni che non scrivo più il buon vecchio temino scolastico.
Il mio stile di scrittura è arrugginito assai assai. L'unico esercizio che mi rimane è scrivere qua sul blog, ma quando metto un nuovo post è perché ho qualcosa che voglio buttare fuori urgentemente: il contenuto, è lui la parte principale, quel contenuto che prende spesso e volentieri il sopravvento sulla forma...
E poi mi ritrovo a scrivere "un'altro".

mercoledì 7 marzo 2012

Valutare

Ho 20 anni.
Ormai sono vecchio, e credo sia giunto il momento per me di diffondere la saggezza che ho accumulato in questa lunga vita al mondo.
Così la mamma mi dice che sono bravo e mi compra un lecca-lecca, evviva!

In questi anni ho potuto osservare una certa distinzione, abbastanza netta, delle persone. Come per ogni cosa ci sono le sfumature di grigio, ma in questo caso ne ho notate poche.

Le persone si dividono in base a come valutano la propria vita e quella degli altri. In base ai loro valori, a ciò che considerano importante e meno importante.

Ci sono persone che valutano la vita in base all'abilità. Sono tutte persone tristi.
Ne conosco tantissime, in effetti è una categoria molto vasta, alla quale appartengo, a volte, pure io.
Le persone che valutano la propria vita in base all'abilità vedono tutti come tante schede del personaggio, e stilano mentalmente classifiche dei 'livelli' di ognuno. Si sentono soddisfatti ed in pace con sé stessi quando sono allo stesso livello, oppure ad un livello superiore, delle altre persone che conoscono della stessa 'classe'.
(Come avrete notato, molte delle persone che valutano la vita in base all'abilità sono anche nerd: le due cose si sposano perfettamente)

Stilano classifiche in base a ciò che sanno fare e a quanto bene sanno farlo. Vivono in una eterna e silenziosa competizione con tutti, cosa che diventa lampante non appena li si conosce in un modo più approfondito di "ehi, ciao".
Spesso a queste persone non frega più di tanto dei valori morali, almeno finché non sono loro stessi a subire un torto. Loro vivono in base all'abilità. Ogni giorno, ogni istante è per loro una gara a chi è più forte, è il loro modo di pensare. Ma sanno bene che questa cosa è socialmente ridicola (nonostante lo facciano in tantissimi), quindi è anche una gara silenziosa, fatta di sguardi, parole ben calibrate, comunicazioni sibilline.
Sono persone che non riescono a distaccare sé stessi dai propri risultati. Loro si identificano con i propri risultati.
Io sono stato così, ed ogni tanto torno ad esserlo, e posso testimoniare come questo modo di vivere sia distruttivo, per sé e per gli altri.
Spesso le persone che hanno un qualche talento ma che vivono in questo modo stanno peggio degli altri, perché se da un lato tendono ad avere risultati migliori sul breve termine, i fallimenti sono inevitabili e in loro si insinua il tarlo del dubbio, il pensiero strisciante e maligno: "Sono un perdente? Il mio talento è tutta un'illusione?". Mentre chi non ha fin da subito buoni risultati tende a crescere - tramite l'impegno - in modo più stabile, anche se lento, ed a rimanere più tranquillo. Non che l'assenza di talento sia una salvezza da questa forma mentis, comunque, dato che - una volta arrivati ad un buon livello - si potrebbe comunque essere battuti, e ripiombare nell'antica desolazione del "non ho talento, devo faticare il triplo degli altri per avere metà dei risultati".

Il bello è che se pure questa costante competizione è distruttiva per l'individuo, risulta eccellente in larga scala, visto che la costante ricerca di risultati migliori porta ad un rapido avanzamento della conoscenza comune. E viene incoraggiata dalla società.

A tutto questo uniamo il fatto che le capacità effettive sono difficilmente misurabili: ciò che è veramente misurabile sono i risultati, ed essi dipendono solo in parte dalle capacità, e molto di più dalle circostanze.
Anni fa iniziai a fare ginnastica in casa, ed il programma di allenamento includeva ovviamente gli addominali. Ogni volta riuscivo a farne più della volta prima, del resto l'allenamento consiste proprio in questo. Poi, col passare dei mesi, iniziai a resistere di meno. Andai nel panico: cosa sbaglio? Com'è possibile che le mie capacità calino con l'allenamento, anziché aumentare? Chiesi aiuto in un forum, e mi fu data una semplice risposta:

"E' luglio, imbecille. Fa caldo e quindi resisti di meno alla fatica."

Credo che questo sia il modo più efficace per far capire cosa intendo. Se ci si riflette un attimo, poi, viene da sé che quello dell'allenamento fisico (almeno, quello basato su ripetizioni) è uno dei casi più banali che possa capitare. Se si mettono in ballo attività più complesse, i fattori in gioco diventano molti di più, ed i risultati si distaccano sempre di più dalle capacità.
Giudicare la propria vita in base alle abilità equivale giudicarla in base ai propri risultati, e ciò è distruttivo. Più elementi si tirano in ballo nel giudizio, più ci si fa casino in testa, e poi non serve a niente: il vero problema non sta nel fallimento (vero o presunto che sia), ma nel proprio ego ferito, scalciante, che piange silenziosamente facendoci bruciare il petto. E quello non si placa con le giustificazioni razionali, per quanto esse possano essere corrette. Si placa solo in due modi: con altri risultati talmente positivi da ribaltare il proprio giudizio, oppure prendendo coscienza della situazione e controllandosi.

Ogni pensiero negativo è inutile.

Conosco persone che non sanno fare un granché. Si appassionano a tante cose, ma non risultano talentuose in nessuna di esse.
Hanno un sacco di amici, si divertono e sono sempre cercati dagli altri. Sono persone che non ti mettono a disagio, sono amichevoli con tutti, hanno uno spirito semplice e soddisfatto della vita. Com'è possibile? Sono degli illuminati?

No, sono semplicemente persone che hanno un diverso sistema di valori.

Sono persone che si identificano NON nei risultati che hanno, ma nella propria autoimmagine. In poche parole sono normali: il loro ego corrisponde... beh, corrisponde a loro stessi. Sono persone che valutano le intenzioni, le motivazioni, e si interessano dei risultati solo in funzione delle conseguenze che essi hanno. In poche parole, per loro l'abilità è un mezzo, uno strumento che si può avere o meno, ma non determina la 'posizione in classifica' di un individuo.
Inutile far notare come questo modo di vedere le cose renda la vita molto più tranquilla. Viviamo in un mondo molto meno difficile rispetto a secoli fa: all'epoca i risultati potevano fare la differenza fra la vita e la morte, e quindi erano importanti. Ma lo erano in funzione delle loro conseguenze, non in sé.

Se queste persone hanno una motivazione valida per ottenere dei risultati, si impegneranno al massimo, e forse riusciranno anche a battere gente talentuosa-ma-stressata (stressata a causa della propria visione del mondo). Pensiamoci un attimo: una persona che ha dedicato tutta la propria vita ad un'abilità, una persona che si identifica con essa, è molto più in gioco di una persona che vive in tutt'altro modo. Se vince, non ottiene molto, avendo battuto un dilettante. Mentre se perde, è la fine. Una pressione psicologica del genere può tirar giù il più abile degli atleti, il più intelligente dei matematici, il più colto del letterati.

Dall'altra parte, il 'dilettante' è tranquillo e sicuro di sé. Si confronta per divertimento oppure perché cerca di raggiungere qualcosa. Se perde, sarà dispiaciuto per non aver raggiunto il proprio obiettivo, ma si impegnerà di più la prossima volta, o cercherà un'altra strada per arrivarci. Se vince... avrà ottenuto ciò che voleva, e fine. In ogni caso non ne verrà fuori una tragedia.

Le persone che non-valutano-in-base-alle-abilità sono le persone che sopravvivono. Immaginiamoci una battaglia. I guerrieri esperti, che hanno dedicato la propria vita alle capacità marziali, combatteranno ferocemente in prima linea e moriranno da eroi. La gente normale combatterà per sopravvivere, e se le cose si dovessero mettere male... si darà alla fuga. Sopravvivendo.

E qui si capisce come mai la società, e chi la guida, abbia da sempre cercato di imporre questa visione del mondo innaturale e autodistruttiva: perché in larga scala produce risultati migliori. Un'armata che combatte fino alla fine vince contro una che si dà alla fuga quando inizia a perdere. Ma ha anche molti più caduti.

Ogni individuo è programmato per sopravvivere, riprodursi ed avere una vita felice, non per fare il successo della sua nazione\squadra\esercito\quelchevipare.

Bisogna poi anche considerare che, su scala individuale, il talento è qualcosa che spaventa. Una persona che espone le proprie capacità mette gli altri a disagio, crea un'aria di competizione che tende a rigettare le persone. Ovviamente i fissati delle abilità non vorranno tirarsi indietro, e se lo fanno, cercheranno sicuramente di spacciare la ritirata per un "tsk, non mi confronto con gente così inferiore a me".
Il vecchio principio di saggezza popolare, presente un po' in tutte le culture, di non dare sfoggio eccessivo delle proprie capacità, ma di usarle solo quando servono (impara l'arte e mettila da parte) ha radici reali proprio in questo fatto.

Finisco con un indovinello.
Due bambini stanno nascendo, e le loro anime si preparano ad entrare nei piccoli corpi. Prima di arrivare sulla terra, il grande spirito si rivolge a loro, dicendo:
"Uno di voi sarà, nella vita, intelligente ma infelice. L'altro sarà stupido, ma felice. Decidete chi sarà chi".
Le due anime si accordano e poi scendono sulla terra.
Quale delle due anime è stata la più intelligente?

lunedì 5 marzo 2012

Ancora su Forma-Tecnica-Mente

Uno spadaccino è come un'automobile.
Quelli gialli fanno picchiare la gente.

(Ok, no, scherzavo)

La Forma è come le ruote:
non importa quanto la macchina è potente, se le ruote sono quadrate, non vai da nessuna parte.
Allo stesso modo, uno spadaccino senza Forma, può aver anche una tecnica perfetta ed una presenza mentale impeccabile, ma se tira dei colpettini da schifo con la lama angolata male e tirata a mò di legnata non potrà mai vincere.

La Tecnica è come gli alberi di trasmissione: se sono rovinati, il motore potrà pintare a bestia, le ruote potranno essere in ottime condizioni, ma la macchina andrà poco lontano... come uno spadaccino che non riesce a gestire il ritmo dello scontro.

La Mente, infine, è il motore. Quello che fa girare tutta la baracca.
Puoi avere un'ottima forma e una tecnica impeccabile... ma se hai la testa fra le nuvole (come io adesso), il meglio che ti può capitare è una reazione ritardata. Altrimenti te ne resti lì imbambolato come un idiota.

Ma se non altro ho capito il motivo di questo mio imbambolamento ed ho smesso di combatterlo.

mercoledì 29 febbraio 2012

Vedere

Diario delle sensazioni di uno spadaccino.

Ho iniziato il mio percorso nella spada quando ancora andavo all'asilo.
E l'ho iniziato per un motivo... beh... stupido. Banale, infantile, che quasi mi vergognerei a dirlo se non fosse perfettamente normale, considerando che avevo 4 anni circa.
Mi vestivo sempre da Zorro per carnevale, e mio padre, che da giovane ha fatto un po' di scherma, mi impartì delle piccole lezioni su come usare la spada.
C'era una cosa che non mi piaceva: ritornare in guardia dopo ogni parata. Non mi ricordo perché non mi piacesse, non mi piaceva e basta. Allora mio padre, scherzando, mi disse: "ma questo è un fioretto, mica uno di quegli spadoni medievali..." e allora decisi che mi sarei dedicato agli spadoni medievali con i quali non dovevo tornare sempre in guardia.

Ripensandoci oggi, è anche buffo, considerando che il fatto di non tornare in guardia dopo aver parato ha anche un suo perché tattico: mantenere il contatto di lama serve a tenere sotto controllo l'arma dell'avversario, mentre se ci si limita a parare con un colpetto e tornare in guardia può succedere che l'avversario 'pressi' il suo attacco e colpisca. Ma questo ha poca importanza.

Da bambino ero bravo con le spade. Bravo... relativamente, in realtà ero solamente sciolto e 'giocoso' nel combattimento. Ero sicuro di me, e quindi reagivo con libertà, anche se allora i combattimenti con le spadine di legno si svolgevano sempre nello stesso modo: colpo alto -> colpo basso, e poi ancora basso (PIU' basso di prima), e poi ancora più basso, sempre più in giù, fino ad un ridicolo raso-terra.

Fin da allora, ricordo, avevo l'attitudine a stare molto addosso all'avversario, a chiudere la distanza. Ce l'ho anche oggi (ci tornerò in seguito). Credo mi venga naturale, visto che essendo più basso della maggior parte degli avversari, ho meno portata; quindi sto vicino al nemico, alla mia distanza ottimale, mentre lui si trova ad una distanza che lo mette a disagio (dovendo ritrarre le braccia per colpire)

Poi c'è stato un periodo, in 4°-5° elementare, dove - per non so che ragione - puff! all'improvviso non sentivo molto interesse per la spada. La cosa mi metteva a disagio. Cercavo, razionalmente, di farmela piacere, perché "io sono così": il fatto di non provare quest'entusiasmo mi faceva sentire come se stessi perdendo il controllo su me stesso.
Quando, in prima media, comprai un bokken e riprendemmo a fare un po' a spadate, facevo veramente schifo.

Innanzitutto ero sulla difensiva. Estremamente sulla difensiva. Stavo a distanza, non facevo altro che parare andando indietro. Ogni tanto azzardavo un attacco, ma ero sempre fuori misura: all'epoca il concetto stesso di misura mi era oscuro, e non capivo come mai non riuscivo mai a colpire l'avversario.
E' stato un periodo lungo e difficile. In prima superiore ho iniziato a fare Kendo, ma, ovviamente, non mi è servito a un cazzo, soprattutto a causa del 'format' di combattimento che usavamo: 3 vite a testa, una vita va via se ti toccano, bersagli non validi: testa e mani. Toh, due degli unici bersagli validi del Kendo sono testa e mani...

Fino all'inizio di 3° superiore non sono riuscito a migliorare sensibilmente e tutte le volte che ci scontravamo ero uno dei peggiori, cosa che strideva parecchio col fatto che, nel "circolino" che ci eravamo creati (l'ACABS - Associazione Combattimento all'Arma Bianca Siena, la cui somiglianza con ACAB ci ha infilato in un paio di situazioni buffe) io fossi uno degli insegnanti di spada.

Col senno di poi è ovvio capire il perché: per quanto io mi allenassi e migliorassi nella forma, il formato di combattimento che usavamo favoriva in maniera spropositata i 'trucchetti da osteria' come finte e cazzi vari. Studiare non serviva a niente, allenarsi men che meno: era un gioco deciso per il 20% dall'astuzia, per un altro 20% dai riflessi e dalla 'scioltezza mentale' (cosa che io, a causa dei miei conflitti interiori, non avevo per niente) e per il restante 60% dal puro culo di toccare per primi agitando la spada a caso.

Poi, fra la 2° e la 3° superiore, i miei studi - intensivi, sudati, intrisi di disperazione e frustrazione - dettero i loro primi frutti. La ruggine iniziò a togliersi. Primo: mi appropriai dei rudimenti del concetto di misura, e già quello praticamente bastava per vincere un sacco di combattimenti in più. Secondo: Riuscii a capire che parare e basta non serve a niente, e arrivai dritto dritto al concetto di anticipazione.
Poi il 3° finalmente iniziai a fare Kenjutsu, e lì fu come se sul mio alberello rinsecchito, nato dagli studi personali, fosse buttato un bidone di fertilizzante ad effetto rapido.

Innanzitutto arrivai a capire come mai i nostri combattimenti non avevano senso. Poi, avevo un punto di riferimento che confermò un sacco di miei sospetti e congetture, cosa che mi diede una grande sicurezza. E comunque mi allenavo in una disciplina seria e reale, per quanto incompleta... ma per allora non era incompleta per niente, ero solo al primo anno.

Poi mi arrivò un'altra batosta.

Per la cronaca, preceduta da un'illuminazione, cosa che amplificò la batosta in maniera considerevole.

L'illuminazione era sul modo di impugnare la spada, ed è troppo lunga da spiegare. La batosta fu una 'sconfitta' in combattimento che, in quel preciso momento, fece crollare il castello di carte che era la mia autostima.
Anche perché non solo mi sentii sconfitto (con ben poche ragioni, ma ormai ho accettato la mia caratteristica di pretendere troppo da me stesso), ma visto che il combattimento si concluse a mani nude, mi beccai anche un paio di cazzotti in faccia che mi fecero gonfiare un labbro, quindi il giorno dopo era palese a tutti che le avevo prese.
(Io i miei colpi li fermavo, ma se questa è una giustificazione razionale, cercare di placare il proprio ego ferito con essa è come provare ad asciugare il mare con un pezzo di scottex).

Per fortuna, pochi mesi dopo andai a trovare i ragazzi della Shinkaze Ryu a Genzano, e lì mi comportai molto bene, fui soddisfatto. Ancora più tardi, alcuni duelli con ragazzi provenienti dal GRV con armi di lattice mi dettero altre soddisfazioni ancora. Nel frattempo, il mio percorso nella forma del Kenjutsu giungeva al termine, dando inizio a quello che sto percorrando adesso - il percorso nella tecnica, nel ritmo.

Poi passò una lunga estate senza confronti né lezioni.

Alla ripresa degli allenamenti, c'era qualcosa che non andava.

E non andava nella forma. Mi sentivo legnoso, a disagio. I miei colpi erano sbagliati. Avevo un ma-ai mediocre e mi sentivo sempre in una posizione svantaggiosa. I colpi dal basso non mi riuscivano più, né nell'uchikomi né nel combattimento: e proprio il combattimento era la cosa più strana. Era come se la mia presenza mentale se ne fosse andata a puttane.

Questo era l'inizio dello Ha, ma io non lo sapevo, e la cosa mi mandò nel panico. Dov'era finito tutto? Com'era possibile disimparare così tante cose? Cose che non avevo mai avuto problemi a imparare, perché mi venivano spontanee, erano il frutto di tanto sudore solitario passato ad allenarmi, anni prima, senza capire perché non desse frutti nel "combattimento" (con molte virgolette) che facevo all'epoca.

Di recente ho partecipato ad un torneo di armi di lattice, al Lucca Comics. Ho passato il primo turno con facilità, contro un ragazzo che - quasi mi dispiace per lui - volava dritto dritto nel mio taglio discendente da Jodan. Al secondo turno, preso dal nervosismo, ero contro un tizio piuttosto alto e slanciato, agile e con buoni riflessi. Combatteva con colpetti piccoli e precisi, una via di mezzo fra lo smanaccìo casuale di chi non ha forma e la scherma olimpica, ovvero il modo di combattere tipico di chi ha fatto un po' di GRV con regole non molto realistiche. L'avrei potuto battere facilmente, adottando una tattica di 'Oji', parando e rispondendo velocemente al braccio. Invece, vuoi per arroganza, vuoi per nervosismo, mi sono rimesso in Jodan. Il duello è durato un po', con diversi colpi fuori misura e schivate per un pelo, ma alla fine ha vinto lui: sempre perché il suo colpetto arrivava un mezzo secondo prima del mio.
Fra i tanti partecipanti al torneo ce n'era uno degno di nota, un tizio uguale spiccicato al mio ex-maestro di Kendo, che combatteva con una forma schermistica eccellente. Misura e passaggio impeccabili, un vero tecnico. Ha passato 2 turni ed è uscito al 3° contro un ragazzino in tuta da ginnastica che combatteva come quello che ha battuto me: ennesima riconferma che, nel combattimento con le armi, è il 'format' a decidere chi vince.

Qualche giorno fa ho ricominciato a leggere Vagabond. I casi sono due, o Takehiko Inoue ha un intuito eccezionale, o ha fatto un po' di Kendo anche lui, oppure si avvale di esperti NON solo per i termini tecnici, ma anche per la trama e per i dialoghi.
In Vagabond, Musashi a un certo punto impara l'importanza di vedere veramente. Se il tuo sguardo si concentra sulla singola foglia, perderai l'intero albero; se si concentra sul singolo albero, perderai l'intera foresta. E tutte le volte che riesce a battere un avversario, dice di riuscire a "vedere attraverso" la sua arma.
Tutto questo è troppo simile allo 'spirito che passa' per essere solo una coincidenza. La spada dell'avversario non esiste: vedi attraverso essa. L'avversario non ti riesce a vedere: tu non esisti.
Quando percepisco la disattenzione dell'avversario, lo vedo lì, concretamente, lo percepisco. Quando l'avversario è attento, lo vedo, ma non lo percepisco. E' come se non esistesse.
E' troppo, troppo per poter essere una coincidenza.

In effetti, il combattimento alla fine è questo. E' vedere veramente. Puoi vincere anche senza vedere, ma è un caso, una fortuna. Se vedi veramente, ti puoi muovere in libertà.

Ci devo studiare su.